Scienza e filosofia (2di2)

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 Epistemologia e filosofia della scienza

In epoca contemporanea, la filosofia della scienza ha portato notevoli contributi allo sviluppo e alla formalizzazione del metodo scientifico – basti pensare al falsificazionismo popperiano o al concetto di paradigma introdotto da Kuhn. Dopo Cartesio, dopo Hume, dopo Kant, la filosofia è di fatto diventata sempre di più una riflessione intorno al problema per eccellenza, quello della conoscenza, delle sue possibilità e del modo attraverso cui l’essere umano sviluppa una rappresentazione coerente dei fenomeni. Ne consegue che la filosofia della scienza ha permesso di inquadrare molte questioni di epistemologia scientifica in maniera il più possibile logica e rigorosa.

Se attualmente la filosofia sembra aver perso la capacità di “dire la verità”, essa è però ancora e sempre in grado di fornire al ragionamento quella essenziale struttura propedeutica a inquadrare correttamente un problema. La filosofia, in questo senso, resta l’unico criterio esterno in grado di fornire un vincolo pragmatico alla scienza nel momento in cui essa non è in grado di auto-limitarsi: anzi, nel pericoloso sposalizio tra scienza e potere, neanche la politica sembra in grado di porre gli opportuni argini.

Ecco dunque che, proprio a partire dalle possibilità stesse della conoscenza, la filosofia partecipa al dibattito scientifico per porre dei limiti alla ricerca. Lo fa riaffermando il principio attraverso cui la filosofia stessa si è trasformata nel corso dei secoli: per quanto raffinata, la filosofia del 1600 viene oggi considerata un’interpretazione della realtà, non la realtà stessa. Per quanto a quei tempi le considerazioni di alcuni pensatori potessero sembrare coerenti con la realtà, si trattava comunque di modelli ermeneutici.

Questi modelli permettevano di spiegare efficacemente alcuni fenomeni: le loro spiegazioni, comprese quelle che oggi ci appaiono sbagliate, funzionavano perché influenzavano il comportamento delle persone. I memi hanno il potere di orientare l’azione delle persone che li possiedono e ciò fa sì che essi si replichino, come nel famoso fenomeno della profezia che si auto-adempie.

Allo stesso modo, è probabile che tra 500 anni la scienza di oggi, per quanto affidabile, verificabile e falsificabile, sarà considerata un’interpretazione della realtà, un modello esplicativo che permetteva di comprendere alcuni fenomeni e di predirne gli sviluppi, nonché di produrre artefatti funzionanti, ma pur sempre un’interpretazione, una “mappatura” che non necessariamente corrisponde, in tutto e per tutto, al territorio che tratteggia. Questo perché, come si è visto, la realtà è sempre più ampia e sfaccettata di qualsiasi semplicistico modello che la limitata intelligenza umana possa mai costruire intorno ad essa, anche con l’ausilio di nuovi dispositivi tecnologici.

In questo senso, la filosofia non dovrebbe ripetere l’errore di giustificare a priori la scienza: in questo modo, ne diverrebbe “ancella” come lo è stata per la teologia. Oggi, la centralità crescente della scienza crea il rischio che si trasformi in scientismo: dunque in ideologia, con una serie di dogmi difesi in maniera acritica e con poco o nessuno spazio per il dibattito. Contrariamente a quanto si continua a ripetere, la scienza è un sistema in continua evoluzione. Una grossa fetta delle credenze scientifiche relative agli inizi del Novecento sono state sconfessate o pesantemente riviste. Solo per restare nell’ambito dell’evoluzionismo, il “dogma centrale della biologia molecolare” ha numerose eccezioni, di cui si sta occupando la nascente disciplina dell’epigenetica.

Insomma, la scienza crea i suoi miti e i suoi dogmi, in cui la fede per il progresso si sostituisce a quella per la trascendenza, senza che nel cambio si guadagni un superamento del fanatismo e dell’oscurantismo. Proprio il rischio che la scienza si avvicini a diventare una “nuova religione”, implica che questa possa sconfinare dal piano descrittivo, che le compete, a quello normativo, che invece non la riguarda. La scienza, in altre parole, fornisce una spiegazione dei fenomeni: ma in tale spiegazione non è insita anche una qualsivoglia indicazione, una “regola” da seguire.

 Filosofia e bioetica: i limiti della ricerca scientifica

In quest’ottica, la filosofia non rappresenta solo un bastione epistemologico irrinunciabile per la scienza, ma anche sul fronte etico, fa sentire la sua importanza ponendo dei limiti alle incursioni della ricerca sulla nuda vita. Prima ancora che la scienza iniziasse a indagare molti dei fenomeni che compongono l’esperienza umana, era la filosofia ad esplorare tali campi – dalla coscienza ai valori che permeano la società, passando per le decisioni politiche ed economiche, per la giustizia e per le passioni umane.

Se oggi la maggior parte delle illusioni relative ad idee quali il libero arbitrio, l’esistenza dell’anima e la vita oltre la morte sono state definitivamente sconfessate, non lo si deve solo alla ricerca scientifica, ma in primo luogo alla filosofia stessa (pensiamo solo al contributo dei cosiddetti “filosofi del sospetto”, Schopenhauer, Marx, Nietzsche e Freud).

Allo stesso tempo, però, alla filosofia è connaturata una riflessione morale che manca completamente alla scienza. Proprio perché la filosofia si è sempre occupata di analizzare – e, talvolta, destrutturare – i valori, essa ha anche contezza del loro significato in rapporto all’esistenza individuale e collettiva. La disinvoltura con cui la ricerca scientifica, per sua stessa natura, non tiene conto dei valori e dell’etica, richiede l’esistenza di criteri ad essa esterni che ne limitino, in una certa misura, l’operato.

In un certo senso, la filosofia può e deve indagare non solo il “conscio” della scienza e della tecnica, ma anche il loro “inconscio”. E l’inconscio della scienza, il fine ultimo del suo operato, è il potere, inteso come capacità di controllo dell’esistente. L’unico limite che si può porre, l’unico argine tra scienza e potere risiede nella riflessione etica, e dal momento che il potere scientifico è in costante aumento, allo stesso modo dovrebbe crescere la centralità del dibattito etico, sostenuto non da vuote argomentazioni e fallacie logiche, ma da riflessioni critiche e informate in grado di fornire una bussola morale anche agli stessi scienziati, per evitare di caricarli dell’onere di decisioni che spetterebbero a tutti, e non solo a pochi. Non tutti possono essere scienziati, ma tutti, leggendo e studiando un argomento, possono acquisire gli strumenti critici per comprenderlo e per partecipare al dibattito.

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