Scienza e filosofia (1di2)

 Qual è il rapporto tra scienza e filosofia?

La filosofia è all’origine del pensiero occidentale. Per diversi secoli, ha costituito l’unica alternativa ad una spiegazione mitica dei fenomeni. In seguito, soprattutto durante il medioevo, è diventata ancilla theologiae, mettendo i suoi strumenti al servizio del pensiero religioso. In seguito, la filosofia ha fornito un’impalcatura solida alla nascente rivoluzione scientifica, pur perdendo, gradualmente, la propria centralità nella cultura occidentale.

Di fatto, gli ultimi grandi pensatori che hanno sviluppato dei veri e propri sistemi filosofici, ovvero una griglia con cui interpretare la realtà in tutti i suoi aspetti, risalgono all’Ottocento. Troppo grandi ed evidenti sono stati i progressi scientifici: oggi come oggi, qualsiasi teoria della conoscenza non può che derivare dalle ricerche scientifiche e dalle indicazioni che tali studi ci forniscono riguardo la natura umana.

Si potrebbe dunque essere portati a ritenere che la filosofia abbia perso del tutto il proprio ruolo cardine nella cultura umana. Tuttavia, si tratterebbe di una conclusione affrettata. Di fatto, la filosofia rappresenta ancora una disciplina fondamentale per comprendere la realtà: essa, anzi, rappresenta una delle poche discipline, insieme all’antropologia e a certa psicologia, potenzialmente in grado di comprendere la scienza.

In questa sede, per “scienza” si intende una serie di assunti (relativamente condivisi, costituenti un paradigma) che forniscono un’interpretazione attendibile dei fenomeni, tale da poterne predire gli sviluppi. La scienza, pur essendo a tutti gli effetti un prodotto del lavoro cooperativo di decine di migliaia di scienziati, di fatto costituisce un’entità a sé stante: un insieme di memi dotato di esistenza propria, come lo potrebbero essere le nazioni o le società per azioni. Rispetto alla scienza, come entità unitaria, il singolo scienziato non conta più di quanto una singola formica non conti nell’economia del formicaio. Allo stesso modo, per comprendere il comportamento del formicaio, è riduttivo guardare alle azioni della singola formica.

La scienza, come entità a sé stante, è dotata di un insieme di princìpi condivisi, che guidano la ricerca di base e quella applicata, che si estendono dall’epistemologia (teoria della conoscenza e delle sue possibilità) alla tecnica, quest’ultima intesa – in senso heideggeriano – come strumento di manipolazione dell’esistente. Malgrado l’insieme di princìpi condivisi, comunque, la ricerca scientifica non è in grado di comprendere se stessa. Piegando al nostro discorso il teorema di Gödel, si potrebbe dire che la scienza è, per sua natura, incompleta. Ed è proprio la filosofia, o almeno alcune branche di quest’ultima, a fornirci gli strumenti per comprenderla.

 Un problema di metodo

Negli ultimi quattrocento anni, il metodo scientifico si è affermato, evoluto e gradualmente codificato. La principale svolta è avvenuta con l’utilizzo del metodo induttivo, che si sostituiva a quello deduttivo come principale approccio ai fenomeni del mondo. Il metodo deduttivo presupponeva un insieme di principi aprioristici che venivano applicati per ogni caso singolo e si era diffuso soprattutto grazie al razionalismo filosofico (tra i cui esponenti vi era anche Cartesio). Viceversa, il metodo induttivo presupponeva un’analisi dei casi singoli attraverso cui ricavare leggi generali, procedendo quindi all’inverso, dal particolare all’universale. Si trattava di una rivoluzione copernicana che infatti iniziò a mettere in crisi l’assiomatica validità dei sistemi filosofici.

Eppure, questo metodo è stato affinato soprattutto in ambito filosofico. Gli empiristi britannici come Hume e Locke hanno contribuito a formalizzarlo e a renderlo più efficace. In seguito, Kant ha proposto di sintetizzare razionalismo ed empirismo, ovvero metodo deduttivo e metodo induttivo, sottolineando come entrambi facciano parte dell’equipaggiamento cognitivo umano. Kant, sulla scorta di Hume, ha inoltre sottolineato un aspetto fondamentale e ormai universalmente condiviso da qualsiasi teoria della conoscenza: non è possibile accedere alla cosa in sé o noumeno, all’oggetto reale, per come esso è davvero. La mente umana, ma anche la scienza e la filosofia, si occupano e sempre si occuperanno dei fenomeni, di ciò che appare.

Nell’ultimo secolo, il realismo ingenuo derivante dalle nostre percezioni sensoriali è stato messo in discussione dalla scienza, arrivando a confermare che la maggior parte di ciò che reputiamo “vero” non è altro che doxa (opinione) oppure maya (illusione). Ma questo non implica necessariamente che la scienza sia in grado di vedere le cose per ciò che sono davvero: semplicemente, utilizza strumenti di indagine differenti che inevitabilmente producono output differenti. Malgrado ciò che viene propagandato da certo scientismo, molti scienziati sono ormai convinti che la “cosa in sé” resterà sempre inconoscibile.

(Segue…)

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