Materialismo vs Essenzialismo: la vita come processo

 Implicazioni pratiche e ideologiche della ricerca genetica

La scoperta del DNA e gli studi sul suo funzionamento permisero, per la prima volta, di fornire una descrizione dell’esistenza non vincolata a fenomeni trascendentali e immateriali. Se persino ai tempi dei mendeliani era l’ancora ignoto meccanismo di copiatura a costituire l’anello debole della catena epistemologica, ora, con gli studi di Watson e Crick sulla sintesi proteica, la vita poteva finalmente essere inquadrata e descritta fin nei minimi dettagli. Per la prima volta dalla comparsa della vita sulla Terra, una specie era potenzialmente in grado di ricreare e modificare l’esistente a partire da meccanismi altri dalla riproduzione “naturale”.

Ma aveva ancora senso utilizzare la distinzione, originaria della cultura greco-romana ma poi ulteriormente rinforzata dalla religione cristiana, tra naturale e artificale? Qualsiasi strumento di penetrazione e trasformazione “artificiale” della natura segue le stessi leggi chimico-fisiche che costituiscono “la natura”. Dopo Darwin, la scissione ontologica tra uomo e animali era venuta definitivamente meno, e con essa anche la soluzione di continuità tra artificiale e naturale. L’artificio umano poteva ora essere considerato una particolare ed estrema forma di estensione del fenotipo, non ontologicamente distinto da quello dei castori, le dighe, o delle api, gli alveari. La tecnica, insomma, non fungeva più da corrispettivo laico della scala naturae,

Parimenti, con l’avvento dell’ingegneria genetica, e la successiva decodifica del genoma umano, decadeva il principio antropocentrico di superiorità ontologica e morale dell’uomo sulla natura. L’uomo ne disponeva, manipolandola e sfruttandola, non per benevolenza divina, ma per essersi spontaneamente evoluto, affinando le proprie competenze tecniche al punto da poter incidere sul tessuto biochimico della materia, rivoltandone le trame “naturali”. Non dal 1952 o giù di lì, ma già nelle migliaia di anni precedenti, fatti di selezione artificiale delle specie domestiche e di profondi cambiamenti imposti agli ecosistemi del pianeta.

Tuttavia, senza più l’ideologia cristiana a giustificarlo, l’operato dell’uomo assumeva una duplice caratteristica: da un lato, la scienza gli imponeva l’umiltà di accettare la propria naturalità, la continuità esistente tra l’intelligenza umana e quella animale, smascherando le apparenze dualistiche; dall’altro, la cognizione epistemologica richiedeva una riconsiderazione, in chiave ecologica, del rapporto tra uomo e natura, sottolineando allo stesso tempo il determinismo insito nella tendenza tipicamente umana a sopraffare e imprimere il proprio marchio sul mondo naturale. L’equilibrio del quale, tra l’altro, non era mai stato tale.

L’uomo, infatti, si comportava come qualunque altra specie in possesso delle capacità – fisiche, tecniche, intellettive – di riplasmare il proprio ambiente avrebbe fatto. Se era arrogante e antropocentrico ritenere l’uomo padrone della natura per diritto divino, lo era forse altrettanto ritenere l’uomo sufficientemente superiore ad essa da poter arrestare il proprio giogo, auto-imporsi un limite, arginare l’inquinamento, la deforestazione, qualsiasi intervento di riconfigurazione del paesaggio? E, spostando il discorso sull’asse bioetico, aveva senso invocare una regolamentazione, una costrizione operativa, nel momento in cui la specie umana sarebbe stata tecnicamente capace di modificare se stessa e la propria biochimica, così come quella delle altre specie? 

 La vita come processo. La fine dell’essenzialismo?

Ma la scoperta della doppia elica apriva interrogativi ancora più profondi e perturbanti. Se ancora, con la teorie espresse da fisici come Schroedinger e Delbrück sulla “vita come informazione”, si poteva iniettare nell’idea di codice quella, clandestina, di essenza, ripristinando il paradigma platonico dei “tipi”, per di più pre-esistenti l’individuo in carne e ossa, ora, con l’avvento della biologia molecolare, l’ultimo limite esistente tra concetto astratto (codice) e oggetto fisico (sequenza di nucleotidi) veniva oltrepassato.

Solo una rilettura faziosa della biologia molecolare in chiave cristiano-protestante (quella del cosiddetto “disegno intelligente“), riallacciando la predestinazione luterana a una concezione falsata di determinismo genetico, poteva immaginare la convivenza di intervento divino e deriva genetica. Solo uno sguardo miope avrebbe potuto scorgere nella trascrizione molecolare una forma scientificamente tollerabile di metempsicosi.

La verità era diversa. Il meccanismo di replicazione della vita, infatti, si configurava come un processo esclusivamente fisico, materiale, e più precisamente chimico e biologico. Nella “scatola nera” della riproduzione non vi era spazio per essenze, non vi era coesistenza di materia e anima, era impossibile rintracciare un momento in cui, dalla cellula al feto all’individuo, avvenisse un’infusione spirituale, una soluzione della continuità biochimica.

Era il cosiddetto materialismo, da molti confuso col bisnonno avidamente riduzionista, il meccanicismo. Il meccanicismo, infatti era stato il tentativo degli scienziati del Seicento, tra cui Cartesio, di “salvare capra e cavoli”, ovvero di aggiornare il dualismo platonico, fatto di anima e corpo, allo stato delle conoscenze scientifiche dell’epoca. Dovendo preservare l’anima, Cartesio aveva ridotto la biologia, l’anatomia umana, a meccanismo, quasi si trattasse della versione biomeccanica di un orologio. Da tale separazione ontologica erano poi scaturite ideologie ancor più discutibili, come quella del dio-orologiaio di paleyiana memoria o il fisicalismo ottocentesco.

E’ stata insomma proprio la secolare ricerca, sempre più esasperata e infruttuosa, del nucleo, dell’essenza, la concezione della vita come qualcosa di miracolistico e assoluto, e dell’autocoscienza come proprietà statica e non dinamica e interattiva del corpo, perché da esso ontologicamente separata, a spogliare la materia della sua dignità e a mortificare tutto ciò che alla materia rimanda, in quanto deciduo, finito e mortale – il soma, la carne, l’animale, l’istinto di riproduzione e di sopravvivenza. Col paradosso di considerare la vita infertile, e il suo substrato metafisico, dio, l’anima, la vera fonte di vita, di moto e di amore.

Dall’errore di Cartesio, da attribuirsi in realtà in prima istanza a Platone, da questa concezione profondamente estremistica e arida di natura, entro la quale non trovavano spazio la mente, la coscienza, e neppure l’origine spontanea della vita e la sua evoluzione, sono scaturiti i molti fraintendimenti popolari su ciò che oggi gli scienziati chiamano “materia”.

All’insegna di un materialismo che può dirsi tale proprio perché finalmente riconciliato con l’idea di transizione, di complessità, di auto-organizzazione e di proprietà emergenti. Di un materialismo che si confronta con configurazioni che hanno poco o niente di “materiale”, ma in cui la metafisica non trova spazio, e in cui coesistono diversi livelli di studio e numerose e interdipendenti stratificazioni di materia, dalla fisica delle particelle alla chimica abiotica, dalla biologia molecolare alle neuroscienze, dall’industria chimica delle amebe alla prodigiosa vivacità della mente umana.

Se questa grande sintesi è stata possibile, però, è perché nel frattempo il paesaggio era stato completamente ribaltato da Darwin, che confinando le essenze a ombre nella caverna platonica, aveva rovesciato una concezione dualistica e arida della vita che imperversava da oltre tremila anni. A essere cambiato non era solamente il modo di guardare all’origine della vita e delle specie – non più genesi ma auto-generazione, non più creazione ma speciazione, non più scala naturae, ma evoluzione.

Ancor più profondamente, era cambiato il modo stesso di concepire la vita, e con essa la riproduzione, la complessità, persino la coscienza e il senso morale. Non più una vita come stato, come essenza, ma come forma, organizzazione e interazione. Come processo.

 

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