Il mondo dopo il DNA

Ciò che hanno in comune un gatto domestico, un batterio e un pino silvestre, la ragione del loro essere qui e lo scopo della loro esistenza, sono i microscopici filamenti di DNA incapsulati in ognuna delle loro cellule. Questi filamenti delle dimensioni di un millesimo di millimetro, ma che srotolati supererebbero il metro di lunghezza, si avvitano in eliche e si arricciano come nastri di Natale per compattarsi entro il nucleo cellulare. Essi sono l’equivalente biochimico delle stringhe di codice che i programmatori utilizzano per progettare un software, il libretto di istruzioni che l’universo delle macromolecole ha elaborato, in modo del tutto inconsapevole, per replicare se stesso.

Le forme biologiche via via più complesse che si sono susseguite sulla Terra, attraverso accidentali mutazioni, selezionate dall’ambiente e dalla competizione interspecifica, questi organismi morfologicamente così diversi tra loro a cui diamo il nome di gatto, batterio e pino, in realtà non sono altro che sofisticate variazioni sul tema, multiformi astronavi di carne che trasportano, inconsapevolmente ma in modo efficiente, archivi molecolari contenenti i propri codici di riproduzione, dediti quasi esclusivamente a difenderli e a diffonderli nel proprio ambiente.

Questi codici contengono tutte le informazioni necessarie a generare, almeno potenzialmente, una copia perfetta del portatore. In effetti, per quanto complessa possa apparire una forma di vita, essa è sempre il prodotto dei suoi geni, e la sua complessità biologica è inscritta nella memoria delle sue cellule (sebbene, negli esseri viventi che utilizzano una qualche forma di accoppiamento per riprodursi, le cellule sessuali dispongano solo di un casuale 50% di questa memoria: uno degli effetti concorrenziali della riproduzione sessuata, come già aveva scoperto Weismann).

Si tratta di una memoria estremamente capace, una tecnologia naturale in grado di stipare un quantitativo di informazione che, fino a trent’anni fa, andava al di là delle capacità di un singolo computer. Ma è anche una memoria decisamente efficiente, se è in grado di riprodurre un essere vivente in tutto e per tutto, senza compiere mai errori. In realtà, qualche piccolo errore può verificarsi, per quanto questa avanzatissima tecnologia naturale si sia specializzata nel riprodurre copie fedeli di se stessa. Questa è la principale ragione del perché noi siamo qui e la vita non è rimasta ferma agli organismi unicellulari.

Coloro che sottovalutano la centralità rivestita dal DNA nella comprensione della parola “vita” ignorano o consapevolmente respingono l’eccezionalità del suo meccanismo, e la profondità delle implicazioni filosofiche e epistemologiche da esso aperte.

La natura, se per natura qui ci limitiamo a intendere le forme di vita che occupano il suolo terrestre, dispone dunque di un linguaggio altamente specializzato. Abbiamo a che fare con molecole prive di mente, prive di coscienza, di rappresentazione, ma con un’intelligenza specifica elevatissima. Molecole autistiche ed egoistiche che però, come piccoli lavoratori meccanici, ciechi, sanno svolgere ognuna il proprio compito in modo quasi perfetto. Ma un linguaggio, per definizione, è tale solo se può essere compreso.

Per comprendere il passaggio dell’informazione sequenziale del DNA, il quale, come ogni codice, è sostanzialmente unidimensionale, alla sintesi di una proteina, che per quanto piccolo è un composto chimico tridimensionale, immaginiamo di leggere il libretto di istruzioni di un forno a microonde, e di tradurre queste istruzioni in una serie di azioni concrete nel nostro mondo tridimensionale, al fine magari di riscaldare una zuppa pronta. Ora, immaginiamo che il libretto di istruzioni del forno sia inciso parola per parola nella nostra mente. Quelle istruzioni parola-per-parola costituiscono il genotipo. Il modo in cui noi applichiamo tali istruzioni concretamente, per attivare il forno a microonde e scaldare questa benedetta minestra, rappresentano invece il fenotipo.

Un individuo non è mai unicamente il prodotto del suo genotipo: come spesso succede, il libretto di istruzioni stampato nella nostra mente è piuttosto generale, mentre il forno a microonde che si presenta di fronte a noi ha alcune caratteristiche peculiari. Gli animali intelligenti, come l’uomo, hanno ovviamente la capacità di aggiungere e trasmettere di generazione in generazione informazioni più specifiche, complesse e funzionali. La cultura, o meglio, la cosiddetta memetica.

Ma oggi i ricercatori stanno scoprendo che, come aveva sostenuto Lamarck, in qualche modo anche il complesso laboratorio chimico del DNA presenta una simile possibilità di appuntare a livello molecolare informazioni differenti, in base alle necessità imposte dallo scenario ambientale, fondendo esperienza e genotipo nella cosiddetta epigenetica. Tuttavia, anche tale possibilità di editare o silenziare alcune istruzioni genetiche, è inscritta nelle istruzioni genetiche stesse. In effetti, la possibilità stessa di eccedere il determinismo genetico è un prodotto storico dell’evoluzione genetica.

Le istruzioni impartite dal DNA riguardano compiti complessi e specifici, come complessa e specifica è la struttura chimica di ogni singola cellula. Sostanzialmente, tuttavia, queste reazioni chimiche, e le cellule e i tessuti entro cui avvengono, hanno come scopo lo sviluppo e la sopravvivenza dell’organismo stesso, e la sua replicazione.

In ciò non va letto nulla di destinale e di trascendentale: semplicemente, se gli organismi non avessero avuto questo bagaglio predefinito di risorse, sarebbero stati selezionati dall’ambiente per scomparire. L’interazione con l’ambiente, le probabilità di sopravvivere all’attacco di un predatore, di correre più veloce dei propri fratelli, di assicurarsi una femmina con cui riprodursi, sono equazioni determinate primariamente dall’influenza di quel codice, e dal modo in cui esso si estrinseca nell’individuo.

Un organismo vivente è quindi innanzitutto un insieme di processi e interazioni chimiche variamente complesse, un insieme decisamente più complicato e aberrante rispetto alle reazioni che avvengono normalmente nei reami della chimica (motivo per cui i chimici, scherzosamente, di solito “diffidano” della scientificità della biologia). Esteticamente parlando, la natura è davvero una foresta di simboli, simboli che tengono insieme e sono tenuti insieme dall’obiettivo comune della replicazione.

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