Verso la genetica: l’alba di una nuova era (3di3)

 La selezione naturale come fattore unico di evoluzione

Il neodarwinismo inaugurato da Weismann aveva sancito un ulteriore step in direzione di un evoluzionismo sempre meno antropomorfico e finalistico. La selezione naturale, nella sua configurazione più estrema, era ora in grado di spiegare, da sola, tutto ciò che esiste e si riproduce. Essa racchiudeva quei “meccanismi solo naturali” che i ricercatori invocavano per spiegare la nascita e l’evoluzione della vita. Contrapponendosi strutturalmente al concetto di creazione, il selezionismo rappresentava la possibilità, tautologica, di un dato sistema di procedere in un certo modo, in una certa direzione, attraverso la freccia del tempo, a partire da determinate condizioni iniziali. Nella sua configurazione più generale, la selezione naturale rappresentava inoltre l’unico modo in cui può funzionare un universo che non necessiti dell’intervento divino per evolversi e progredire, o anche infine morire.

Oggi, la maggior parte degli scienziati ritiene che la selezione naturale rappresenti il risultato dell’interazione delle leggi fisiche del cosmo, il fatto che una cosa, qualsiasi cosa, da una supernova a una mosca, esiste a partire dalle condizioni poste in essere da un dato sistema fisico. Queste condizioni “selezionano” ciecamente le coordinate di ciò che è contenuto nei loro reami. A sua volta, queste stesse condizioni, queste stesse leggi, lungi dall’essere state stabilite a priori, esistono come conseguenza di condizioni precedenti, sono il frutto spontaneo di un continuum evolutivo cosmico, a partire dall’origine di questo universo, e da ciò che vi era “prima”.

A livello biologico, il concetto di selezione implica non lo scrutinio cosciente, intenzionale, ma l’eccedenza delle materie prime in un determinato ambiente. Darwin pose più volte l’accento sul fatto che la selezione non avviene nei termini di un controllo, una premiazione e uno scarto sulla base di criteri meritocratici astratti o aprioristici. La selezione è tale ogni qual volta un determinato sistema presenta un’eccedenza e una variazione di qualcosa, e quel qualcosa viene scremato sulla base delle infinitesimali differenze tra i suoi singoli componenti. La selezione avviene quindi, a un primo livello, tra configurazioni coesistenti, simili ma non uguali. Ciò che si trova a esistere, esiste e può continuare a esistere solo se la sua conformazione è adeguata a quella del contesto.

Come abbiamo visto, Darwin spiegava la vita e la sua evoluzione a partire da variazioni casuali degli individui. Tali variazioni presentavano differenze infinitesimali, le quali «si confondono l’una con l’altra in una serie insensibilmente graduata e la serialità fa nascere nella mente l’idea di una vera e propria transizione». Se la variazione in sé assume i connotati di una legge statistica costante, per quanto rara e casuale, così non è per il vantaggio che tale variazione costituisce. Nella maggior parte dei casi si tratta di una singola variazione infinitesimale; tuttavia, tale variazione infinitesimale deve poter costituire già di per sé un vantaggio immediato per l’individuo, cioè consentirgli di sopravvivere un po’ più a lungo e di riprodursi come o più degli altri, perché tale variazione possa essere trasmessa con successo.

Trasmettendosi di generazione in generazione, l’elemento variazionale si somma agli altri, ricombinandosi con quelli del partner e accumulando «differenze strutturali in una determinata direzione» attraverso la discendenza. Se si lancia una moneta assumendo che una delle due facce guadagni a ogni turno qualche centesimo di grammo in meno dell’altra, e abbia quindi chance sempre maggiori di uscire, si intuirà il significato del vantaggio immediato e di quello potenziale legato alla selezione cumulativa in una direzione precisa.

Insomma, il neodarwinismo poneva al centro tre fattori fondamentali per l’evoluzione della vita: l’adattamento all’ambiente; la gradualità delle variazioni; la pressione ambientale. Ve ne era poi una quarta, il veicolo della variazione, l’oggetto del contendere tra gli evoluzionisti post-darwiniani. Weismann aveva dimostrato che l’eredità debole lamarckiana, legata all’uso e al disuso, non rappresentava un fattore di variazione trasngenerazionale, ovvero non si conservava e non veniva trasmessa ai discendenti. La capacità di adattamento era ora da intendersi non come un effetto intenzionale, una forza attiva dell’individuo, ma come una strumentazione innata (da “adattarsi a” a “essere adatti a”), verificabile solo a posteriori.

Questo escludeva anche l’ultimo bastione simbolico di difesa dell’intenzione, e quindi, ancora una volta, della Mente, dell’evoluzione come progetto e del progresso come fine.

 La fine del centralismo della Mente

Legato al concetto di trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti, infatti, vi era soprattutto il comparto morale e intellettivo umano: l’evoluzione dell’Uomo era spiegata con un meccanismo di conservazione, e quindi di orientamento, del patrimonio intellettuale. Si trattava di una sorta di giustificazione genetica della cultura: perché non era impossibile supporre che, se le giraffe si evolvevano tendendo il collo e quindi di fatto allungandolo e trasferendo i risultati acquisiti di generazione in generazione, lo stesso accadesse, in ambito sociale, con l’intelligenza e la cultura e il senso morale.

Quest’ultimo residuo ormai trasfigurato di platonismo, di “centralismo della Mente”, era stato tuttavia definitivamente (o quasi) rimosso. Più o meno negli stessi anni in cui Weismann pubblicava le sue argomentazioni a sfavore del lamarckismo, a qualche chilometro di distanza Sigmund Freud, in continuità con quanto già intuito da Nietzsche, andava elaborando la sua concezione dell’inconscio come qualcosa che si situa al di sotto della coscienza, di cui la coscienza non è consapevole, e che influenza la coscienza, a livello ascendente (cioè facendo affiorare i contenuti che la coscienza cerca di rimuovere) e discendente (facendosi carico di agire, per vie traverse, ciò che la coscienza non è in grado di riconoscere).

E se già allora qualcuno aveva l’ardire di domandarsi come potesse coesistere qualcosa come il complesso di Edipo con un sistema di trasmissione generazionale a due vie, una dettata dalla necessità aprioristica della biologia molecolare e l’altra dall’influenza a posteriori esercitata dalla cultura, pure il messaggio freudiano si inscriveva con grande potenza nel percorso secolare di scacco e di messa in crisi della coscienza, dell’intenzionalità, della teleologia dell’agire umano, di cui, in un abile gioco di sponde, il progetto divino rappresentava un’emanazione proiettiva.

Insomma, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi lustri del Novecento si assisteva a un graduale cambiamento nella concezione di Uomo, natura, evoluzione e coscienza umana. Dal libero arbitrio, dal progetto della Mente e dalla determinazione individuale – ovvero da un’evoluzione sì naturale, ma ancora guidata, volontaria, finalistica – si transitava per mezzo della genetica verso un quadro più spersonalizzato e meno antropomorfico, un territorio privo di responsabilità individuali, in cui l’evoluzione appariva come un processo cumulativo e sopraffino, ma inconsapevole, operato da un orologiaio cieco.

Per alcuni, tuttavia restava ancora aperta la domanda fondamentale, la vera grande domanda sul rapporto tra biologia e coscienza: il comportamento è determinato dai geni o i geni sono determinati dal comportamento? Ma soprattutto, e a prescindere da tutto, cos’è, davvero, un gene?

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