Sull’Esistenza dell’Anima

Nel 1739 il filosofo empirista David Hume si apprestava a dare alle stampe un voluminoso saggio sulla natura umana, nel quale avrebbe affrontato anche il tema dell’immortalità dell’anima, riversandovi molte delle obiezioni più famose e diffuse sull’esistenza dell’anima umana. Tra le molte e acute osservazioni di Hume, la più importante è forse quella relativa alla natura dell’anima e alla sua ontologia: se l’anima è immateriale e metafisica, afferma il filosofo, in che modo essa potrebbe occupare uno spazio all’interno del cervello e comunicare con il corpo, che come ben sappiamo è composto da materia e, come tutti gli oggetti fisici, può essere mosso solo da altri oggetti fisici, più o meno grandi?

Quello che Hume voleva dire è che l’anima, essendo immateriale, non risponde a nessuna legge fisica e che d’altronde, essendo il corpo materiale, non può rispondere a nessuna legge metafisica. La materia può essere influenzata solo da altra materia. Questo principio, come si è visto, è alla base della scienza contemporanea e in particolare del cosiddetto materialismo, che si è gradualmente sostituito al meccanicismo settecentesco, ancorato a un’idea meccanica e riduzionistica di materia, e all’essenzialismo, una concezione animistica e metafisica della vita.

Oggi sappiamo che quello di materia è un concetto vago e approssimativo, capriccioso, perfino: ciò che è “materiale” a un dato livello di realtà, o meglio in una data scala fisica, è immateriale in un altro. Ciò che non cambia è che, affinché possa esservi moto, energia, è necessario che vi sia una massa, sebbene la natura di questa massa possa essere molto meno “corporea” di quanto si era ipotizzato in precedenza. Neanche i diversi modelli teorici che tentano di spiegare la natura della fisica subatomica e sub-particellare possono prescindere dal presupposto che, a qualsiasi scala fisica si guardi, ciò che si sta guardando è pur sempre qualcosa di materiale, di fisico.

Affermare che l’anima è immateriale e quindi non sondabile né influenzabile dai normali strumenti di misurazione del mondo fisico, significa dunque entrare in un campo minato. Ma, si dirà, l’anima non ha come unica proprietà quella di essere immateriale. Essa, oltre a essere incorporea, è anche immortale e ontologicamente distinta dal corpo. Ma è ancora possibile sostenere queste tesi e, per estensione, ritenere che l’anima esista, con le evidenze attualmente accumulate dalle ricerche scientifiche?

L’idea di anima è uno dei “memi” più ricorrenti della storia e della cultura umana. La filosofia presocratica non poneva una distinzione netta tra corpo e pensiero, ma dopo Platone, come abbiamo visto, l’idea che una parte della persona, corrispondente ai suoi pensieri astratti, al suo intelletto, sia immortale e ontologicamente distinta dal corpo, si è diffusa nella cultura occidentale, coadiuvata anche dalla teologia e dalla filosofia, in particolare quella cartesiana. In realtà, corrispettivi culturali dell’idea di anima si sono diffusi in maniera indipendente anche in altre culture, a dimostrazione quantomeno che il problema dell’autocoscienza e della sua indipendenza relativa o assoluta dal corpo è una delle grandi domande universali che percorrono la storia umana.

L’esperienza mentale umana è ricca e complessa. Il flusso di coscienza di cui facciamo esperienza ogni giorno si caratterizza per la coesistenza di immagini, parole, suoni, sensazioni, sentimenti, tutti condensati e integrati in un processo fluido e dinamico. Se identifichiamo l’anima con questo flusso di coscienza, o con questo fascio di percezioni, come lo definiva lo stesso Hume, ci si pone però un primo problema, di ordine sia fisico che epistemico.

Solo in apparenza, infatti, i nostri pensieri sono scollegati dal corpo. In realtà, una gran parte dei nostri contenuti di coscienza origina dai nostri sensi. Le nostre sensazioni fisiche, ma anche suoni uditi e parole lette e ascoltate, riecheggiano nella nostra mente. La nostra stessa mente è strutturata sotto forma di apparato sensoriale: a livello cosciente “vediamo” le immagini a cui stiamo pensando, “sentiamo” le parole del nostro discorso interiore. Ciò vuole forse dire che la nostra anima “imita” i sensi e i sentimenti fisiologici?

Si potrebbe ritenere che l’anima, piuttosto che imitarli, li completi, illuminandoli con la coscienza. Ma la coscienza è tale solo se riferita a un oggetto, solo se “coscienza-di”, dunque anche l’anima dovrebbe quantomeno mantenere la sua natura intenzionale, legandosi sempre a una qualche percezione. Il problema però si estende. Se ammettiamo che l’anima comunichi con il corpo, dando senso alle sensazioni, come riteneva Cartesio, come spiegare le esperienze di pre-morte di cui spesso si sente parlare, caratterizzate, secondo chi le vive, da un progressivo distacco dell’anima dal corpo, durante il quale la persona mantiene uno stato di coscienza, vede delle immagini e sente dei suoni, ma ritiene di trovarsi lontana dal proprio corpo?

Queste strane esperienze vengono oggi indicate come una delle prove che l’anima è, in qualche modo, indipendente dal corpo. Eppure, le proprietà di cui sembra in possesso l’anima durante queste esperienze sembrano esattamente le stesse del corpo. Essa è in grado di vedere, di sentire parole e rumori, “galleggia” nell’aria, pochi metri sopra il corpo della persona, occupando dunque uno spazio fisico. Proprietà che fanno ancora una volta riferimento alla materia, all’ontologia in cui tutti ci muoviamo e operiamo quotidianamente e che fanno propendere gli scienziati per una spiegazione psicologica e neurobiologica di questi fenomeni, coerente con l’idea che si tratti di allucinazioni dovute alle condizioni peculiari in cui si trova il cervello.

Si potrebbe sostenere che l’anima sia in grado di “vedere” anche senza occhi, di “sentire” anche senza orecchie, ma come spiegare allora le tante persone che non sono fisicamente in grado di vedere e di sentire? La loro anima è forse menomata? O più semplicemente, qualsiasi riferimento ci venga in mente sulla nostra anima, non è che un’astrazione di determinate proprietà che possono essere ricondotte al nostro corpo o, più nello specifico, al nostro cervello.

Oggi le neuroscienze hanno compiuto enormi progressi anche nel definire il problema della coscienza. Sappiamo che il cervello non ricostruisce la realtà così come essa è davvero e che occorre abbandonare ogni realismo ingenuo: sappiamo che la memoria trasforma costantemente i ricordi e che il pensiero cosciente è influenzato, a sua insaputa, da processi inconsci, che ci impediscono di notare alcuni dettagli su noi stessi e sugli altri, a scopo difensivo, ma anche per una questione puramente economica, per evitare un sovraccarico cognitivo. Sappiamo anche che questa esperienza non è una prerogativa umana, ma è condivisa, in forma ovviamente meno complessa, anche da molti animali superiori.

L’esperienza mentale cosciente è, in altre parole, un prodotto, mediato da milioni di variabili, del lavorio celebrale. L’identità è una ricostruzione a posteriori fatta dal cervello, che appone un timbro cosciente e intenzionale a processi che avvengono in modo spontaneo, su base più o meno computazionale o euristica. Tutto questo, come si è visto, è stato anche evidenziato da diversi esperimenti, come quelli di Libet. In un futuro non troppo lontano, forse anche grazie all’intervento dei computer quantistici, sarà possibile descrivere in maggiore dettaglio le cause e i processi implicati nel complesso fenomeno dell’autocoscienza umana. Di fronte a queste numerose evidenze, parlare ancora di anima potrebbe risultare negazionistico, un tentativo consolatorio fuori tempo massimo.

Ma, si dirà, assenza di prove non vuol dire prove di assenza. Come si diceva all’inizio, se l’anima è immateriale, non ha senso aspettarsi di trovarla implicata nell’emergenza fisica di uno qualunque dei nostri processi mentali. L’anima non si trova da nessuna parte nel corpo o nel cervello, non può essere identificata con nessuna delle proprietà dell’intelletto e dei sensi. A questo punto, torniamo a Hume e alla sua affermazione sull’indipendenza tra ciò che è materiale e immateriale. Se l’anima è immateriale, se essa non è influenzata – né può in alcun modo influenzare – i processi mentali, i sentimenti e le sensazioni, se essa non corrisponde a niente di tutto questo, allora sostenere che esista è esattamente come sostenere che non esista. Non fa nessuna differenza.

Sarà forse immortale, e proseguirà a esistere dopo la nostra morte, ma allo stesso modo, dopo la nostra morte, niente di ciò che compone la nostra esperienza cosciente, nessun ricordo, nessuna sensazione, nessun processo che sappiamo essere originato da un pacchetto di neuroni e da un assemblaggio di cellule, si conserverà o potrà mai sperimentare ciò che accadrà alla nostra anima successivamente. Per il rasoio di Occam, allora, tanto vale escludere l’esistenza dell’anima, e vivere sapendo che tutto ciò che attraversiamo è sempre e solo qui e ora, senza un passato che pre-esista la vita e senza un futuro che la seguirà.

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