Scienza ed etica (2di2)

Il fatto che i prodotti dell’artificio umano non presentino una differenza di sostanza, ma solo di grado, rispetto ai prodotti della natura, cosa ci dice sull’opportunità stessa di realizzarli? E come dobbiamo interpretare il messaggio darwiniano dal punto di vista dell’etica, tenendo conto che per secoli uno dei fondamenti dell’azione morale umana era la convinzione che l’intelligenza umana discendesse direttamente da dio e che l’uomo, dotato di libero arbitrio, fosse autonomamente in grado di giudicare in modo spontaneo ed efficace la moralità delle sue azioni? In altre parole, è possibile coniugare naturalismo ed etica, pervenendo a una nuova etica basata sulle recenti conquiste del pensiero scientifico?

Senz’altro, la fine degli impianti morali aprioristici, tipici della filosofia e della teologia, ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile nel cuore di molti autori. La nostalgia nei confronti dei sistemi assoluti, unita al timore nei confronti del “nichilismo dilagante” prodotto dalla morte di dio, ha portato molti intellettuali e uomini di cultura a sottovalutare i benefici che la riflessione epistemologica e l’indagine scientifica hanno portato non solo al modo di giudicare le azioni umane, ma anche alle stesse condizioni di vita degli esseri umani.

Infatti, come brillantemente dimostrato dallo psicologo Steven Pinker in un voluminoso saggio, Il declino della violenza, non solo gli ultimi secoli sono stati caratterizzati da un progressivo miglioramento delle condizioni di salute, ma essi, paragonati ai millenni precedenti, hanno visto ridursi notevolmente il ricorso alla violenza e il numero di decessi per omicidio. Malgrado la modernità sia bistrattata, alle sue spalle non vi è nessuna arcadia rousseauiana, alcuno “stato di natura” in cui l’uomo viveva in armonia con la natura e con gli altri, bensì un passato fatto di violenza, prevaricazione, competizione e superstizioni.

Questa constatazione non deve portare al fraintendimento opposto, alla convinzione, cioè, che il progresso sia in sé positivo e rappresenti la cura da ogni male. Qualsiasi lettura imparziale e tendenziosa del passato, del presente e del futuro, è infatti legata a una concezione escatologica del tempo e della vita della specie umana, che non ha nulla di scientifico. Se si intende la storia in termini finalistici, il rischio è infatti di attribuire significati destinali a eventi e cardini storici totalmente contingenti e arbitrari.

Concepire l’evoluzione culturale come una “caduta”, come hanno fatto i molti seguaci di Rousseau, o viceversa come un’elevazione, come sostengono anche molti scienziati che inconsapevolmente non fanno che aggiornare al linguaggio contemporaneo la dialettica teologica sull’ascensione dell’uomo verso il divino, significa andare oltre i dati e iniziare a interpretarli faziosamente. Ogni epoca andrebbe studiata prima di tutto in rapporto a se stessa e alle condizioni di libertà, autonomia e felicità che consente di realizzare.

Questo significa forse che non è possibile trarre indicazioni conclusive dal passato? In un certo senso, sì. Nello studio dei problemi etici, è fondamentale guardare a come sono stati risolti problemi simili in passato. L’evoluzione culturale si fonda sul tramandare i memi efficaci, perché solo modificandoli è possibile pervenire a nuove invenzioni e soluzioni per i problemi quotidiani. Tuttavia, il passato non contiene necessariamente delle indicazioni sui problemi attuali e a volte, come nel caso della bioetica, ci si potrebbe trovare di fronte a interrogativi che non hanno precedenti nella storia dell’umanità.

 Etica della vita o etica della morte? l’esempio dell’eugenetica

Un esempio che può aiutare a capire in che modo i pregiudizi e le fallacie logiche influenzano il ragionamento umano anche in relazione ai problemi etici è il caso dell’eugenetica. L’eugenetica include i diversi tentativi operati da alcuni governi occidentali nella prima metà del Novecento, al fine di “orientare” la riproduzione nazionale, favorendo la nascita di individui ritenuti più sani e più efficienti. A sua volta, l’ideologia alla base dell’eugenetica era il darwinismo sociale, che annovera tra i suoi teorici esponenti illustri del naturalismo darwiniano, come il filosofo Herbert Spencer e l’antropologo Francis Galton, cugino di Darwin e tra i primi a teorizzare l’esistenza dell’inconscio.

Il darwinismo sociale si basava sull’assunto logico, fallace, che le condizioni in cui vivevano gli individui nella società inglese riflettessero in modo diretto e lineare la loro fitness biologica. Da un lato, i suoi fautori ritenevano che gli individui poveri e ammalati lo fossero, in qualche modo, a priori, e non come conseguenza dello stile di vita e delle poche o nulle possibilità di ascensione sociale caratteristiche della società vittoriana.

Dall’altro lato, però, ritenevano che proprio l’effetto modulante della società, come già evidenziato da Darwin, avesse depotenziato e ridotto drasticamente gli effetti della selezione naturale. In conseguenza di ciò, mentre allo stato di natura a sopravvivere erano gli organismi più adatti, nelle società moderne veniva permesso a tutti di sopravvivere e riprodursi, con la conseguenza che anche gli individui fisicamente o mentalmente svantaggiati conservavano delle chance di replicarsi e quindi di favorire la sopravvivenza, in futuro, di altri individui “svantaggiati” come loro.

I programmi di eugenetica elaborati da alcuni governi occidentali miravano quindi a mettere alcuni individui nella condizione di non potersi riprodurre, ad esempio sterilizzandoli, allo scopo di “selezionare” una società migliore. In seguito agli studi scientifici che dimostrarono l’infondatezza e la faziosità di molti dei presupposti alla base di quei programmi, l’eugenetica è stata bistrattata e oscurata per diverso tempo, ma ultimamente alcuni degli interrogativi alla base di questi programmi sono tornati prepotentemente alla ribalta. La possibilità di far eseguire delle analisi del proprio genoma, per rintracciare l’eventuale presenza di malattie o anomalie trasmissibili, conferisce a molte persone l’opportunità di evitare di mettere al mondo dei figli che avrebbero elevate probabilità di nascere malati o handicappati.

Di fronte a questo tipo di problematiche, che ruolo gioca l’esperienza passata? E’ opportuno condannare queste opzioni e limitarne l’accesso, sulla base del fatto che i presupposti vanno contro l'”ordine naturale”? E’ possibile appellarsi al concetto di natura come bussola morale? E ancora, se si rifiuta di utilizzare la natura come parametro, è possibile sporgersi molto al di là di essa, considerando etica la clonazione umana e non ponendo limiti alle possibilità di manipolazione ingegneristica della materia biologica?

Questi interrogativi non hanno ancora trovato risposta, ma è possibile fin da ora individuare le risposte inefficaci, incomplete o addirittura pericolose. E’ pericoloso affermare che, dal momento che una cosa “ha sempre funzionato così”, non sia possibile o non sia giusto cambiarla. Come sosteneva anche Hume, non è possibile far derivare dall’essere il dover essere – o in altre parole, non possiamo ricavare delle indicazioni morali dai fatti. In passato, in molte civiltà occidentali, la schiavitù era considerata normale e veniva praticata abitualmente: ciò non significa che fosse etica. Allo stesso tempo, non possiamo dedurre in modo automatico che, dal momento che oggi la schiavitù non viene più praticata in occidente (o quantomeno, non con lo stesso nome), essa non sia etica.

Semplicemente, non possiamo far derivare dal presente e dal passato indicazioni conclusive e assolute sul futuro. Nel corso del tempo, la selezione naturale ha forgiato in via indiretta molti codici di pensiero che, attraverso un complesso percorso di trasduzioni e modifiche, sopravvivono in noi, codificati negli strati primitivi del nostro cervello, riecheggiando anche nei nostri interrogativi morali. Ma non sempre sarà possibile fare ricorso alla nostra voce interiore e al nostro limitato punto di vista per prendere decisioni legata alla vita delle generazioni future.

Ancora più incerto e accidentato è il percorso di ragionamento di chi pretende di prendere decisioni etiche basandosi su principi assoluti: dio, la natura, l’uomo, sono solo costrutti del pensiero, concetti aprioristici che non trovano reale relazione con ciò che l’uomo e la natura sono davvero. Mettere davanti i principi astratti ai problemi reali delle persone, rappresenta sempre una soluzione reazionaria e insufficiente.

Per trovare una nuova relazione tra scienza ed etica, occorrerà invece essere in grado di leggere i problemi in un’ottica laica, consapevole dei limiti del pensiero e dell’artificio umano e allo stesso tempo delle loro origini e delle influenze, dirette e indirette, che li hanno forgiati. Solo conoscendo il più profondamente possibile la nostra natura, e come e quanto è esattamente cambiata nel corso degli ultimi millenni, sarà possibile capire come modificarla ancora, e che direzione dare a tale processo.

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