Scienza ed etica (1di2)

Il progresso scientifico avvenuto negli ultimi secoli ha imposto all’attenzione della civiltà occidentale un elemento di fondamentale importanza: il rapporto tra scienza ed etica. In particolare, la sempre maggiore complessità e capacità di penetrazione dell’ambiente da parte dei dispositivi tecnologici, ha permesso di trasformare in modo sempre più profondo e pervasivo il territorio, per conformarlo ai bisogni e ai desideri della specie dominante.

In realtà, tutte le specie viventi che riescono ad affermarsi in un dato ecosistema tendono a imporre il loro “timbro”, modificando, a volte in modo profondo e traumatico, l’ecosistema stesso. Anche se oggi appare assurdo, per molti organismi viventi l’ossigeno sprigionato dai primi cianobatteri costituiva un pericoloso veleno, che li portò all’estinzione. Per quelle specie viventi, l’avvento delle prime forme di vita in grado di produrre ossigeno rappresentò una catastrofe; all’opposto, per noi, e per tutte le altre specie aerobiche attuali, la fine dell’ossigeno rappresenterebbe una catastrofe.

Similmente, i castori, quando riescono a edificare le loro dighe, sconvolgono l’ecosistema in cui vivono, contribuendo indirettamente alla morte di piante e animali. Come già evidenziato da Darwin, la storia della vita è davvero una storia di estinzioni e sostituzioni, in cui all’evoluzione di una specie per graduale adattamento all’ambiente fa da contraltare la scomparsa di un’altra. Le implicazioni della selezione naturale non sono esclusivamente distruttive, ma essa rimane nondimeno un meccanismo spietato, in cui a essere macchiati di sangue non sono tanto gli artigli e le zanne dei singoli individui, quanto gli ingranaggi della più grande ruota della vita.

Attualmente, la specie umana, o “razza”, come viene erroneamente chiamata, dispone del potere di modificare e sconvolgere l’ambiente in modo se possibile ancora più pervasivo. Inoltre, la possibilità di trasformazione non si limita al territorio naturale, ma anche allo stesso organismo umano, come evidenziato dai dilemmi propri della bioetica. Questo insieme di problematiche ha portato anche gli stessi scienziati a interrogarsi sui limiti della scienza e sulla strada da intraprendere per stabilire “cosa sia giusto fare” di fronte ai dilemmi etici aperti dalle nuove possibilità tecnologiche.

In questa sede, non ci occuperemo da vicino delle implicazioni pratiche, cioè dei singoli campi, dalla biologia molecolare all’ingegneria all’informatica, in cui la tecnica dispone del potere di modificare profondamente la struttura del “reale”, quanto piuttosto delle implicazioni epistemologiche che questo potere apre e delle indicazioni che, in retrospettiva, ci offre sulla natura umana e sul modo più giusto di prendere delle decisioni.

 Naturale vs artificiale

Uno dei “memi” che si sentono ripetere più spesso è che l’uomo ha trasformato in modo talmente profondo il proprio ambiente da essersi ormai completamente allontanato da ogni percorso o traiettoria “naturale”. Questa affermazione viene usata in diversi contesti e per fini eterogenei: a volte, rappresenta un monito, una conseguenza negativa e disumanizzante dell’aver “smarrito le proprie radici”, altre volte viene usata per sottolineare, in modo enfatico, le vette raggiunte dall’ingegno umano, altre ancora, infine, viene posta come dato di fatto non passibile di approfondimento.

Tale convinzione, spesso implicita e mai totalmente giustificata, permea anche il modo in cui viene studiato fin dalle scuole elementari il rapporto tra l’esistenza della specie umana e quella del resto delle forme di vita. All’evoluzione della vita sulla Terra viene dedicato poco spazio, e il lungo e tortuoso percorso che, in oltre tre miliardi di anni, ha portato dalle prime macromolecole in grado di replicarsi a noi, viene liquidato nel giro di pochi mesi. Così 3,5 miliardi di anni vengono compressi in pochi mesi di studio, mentre agli ultimi 30.000 anni, con particolare attenzione agli ultimi 3.000, vengono dedicati più di quattro anni di studio.

In questo modo, si favorisce anche nei bambini l’idea che conoscere l’evoluzione della vita sia poco attinente con il percorso evolutivo dell’uomo e, più in generale, che tra “storia” e “preistoria” non vi sia più un collegamento diretto, poiché gli eventi intercorsi negli ultimi 3.000 anni sono percepiti come indipendenti da tutti gli eventi biologici che li hanno preceduti. Questo perché, per riprendere il punto principale, l’emancipazione dell’uomo dalla natura lo avrebbe calato in una sorta di porto franco in cui le sue azioni, i suoi pensieri e i suoi desideri sarebbero una conseguenza esclusiva dell’educazione e della cultura, piuttosto che di impulsi “solo naturali”. Ma è davvero così?

Come si è visto nel ciclo di articoli dedicati alla sociobiologia, attualmente sappiamo che molte delle azioni umane sono almeno in parte influenzate, pur indirettamente, dai geni. I geni non “tele-guidano” in modo deterministico neppure gli altri mammiferi, perché gli strati corticali superiori sono in grado di rielaborare i dati provenienti dall’ambiente esterno, di apprendere e di modulare i propri impulsi sulla base degli stimoli del gruppo e dell’esperienza maturata. Nondimeno, i geni influenzano attivamente l’esistenza degli animali e anche molti comportamenti umani, riletti con la lente della sociobiologia, rappresentano un retaggio di quella “preistoria” che troppo frettolosamente i libri di testo tendono a liquidare.

Detto questo, sappiamo che negli ultimi 30.000 anni il nostro genoma ha subito pochissime modifiche, anche a causa di quella che Darwin definiva la fisiologica mitigazione della selezione naturale operata dalla società. In altre parole, la civiltà umana ha effettivamente modificato le regole del gioco, modulando la pressione ambientale o piuttosto sostituendola ad altre forme di “selezione”, in cui la fitness non è più decretata in modo diretto da attributi innati, legati al corpo e al comportamento, bensì può anche essere il prodotto di differenti influssi ambientali, a partire dall’educazione e dall’interiorizzazione dei codici di pensiero della propria società. Proprio questa nuova forma di “selezione” ha permesso a individui svantaggiati sul piano fisico, di sopravvivere e influenzare in modo profondo l’organizzazione della società.

A un livello superiore, siamo dunque costretti ad ammettere che tra geni e ambiente si è inserita una terza variabile macroscopica, i cosiddetti memi, l’evoluzione culturale e tecnologica che ha decretato un nuovo ordine di comportamenti, nuovi schemi di pensiero e nuove possibilità di modifica del territorio. Ora, i prodotti dell’ingegno umano, a partire dalla definizione di Aristotele, vengono definiti “artificiali”, perché scaturiti dall’invenzione di un artefice cosciente. La diga del castoro rappresenta un’estensione, quantunque indiretta, del suo fenotipo, mentre è difficile dire lo stesso anche dell’invenzione della ruota o degli smartphone. Tuttavia, malgrado artificiale e naturale risultino spesso come concetti contrapposti, i prodotti artificiali presentano grande affinità con quelli naturali.

Innanzitutto, come si è visto, entrambi tendono a modificare il proprio ambiente. Le dighe dei suddetti castori rappresentano prodotti di alta ingegneria e possono avere degli effetti devastanti per l’ecosistema, proprio come alcune produzioni artificiali umane. L’idea, originaria di alcuni filosofi presocratici e diffusa soprattutto da Rousseau, che la natura sia qualcosa di statico e di equilibrato, un’arcadia immutabile che può essere sconvolta solo dall’intervento umano, ha generato la convinzione, errata, che le specie animali e vegetali non intervengano costantemente su di essa, modificandola.

Decaduta l’idea che la natura sia qualcosa di statico e immutabile e che il “progresso” sia una prerogativa dell’ingegno umano, decade anche un altro punto fermo della suddivisione ontologica tra tecnica e natura. Tutto ciò che l’uomo è tecnicamente in grado di fare, infatti, rientra perfettamente entro i limiti del mondo fisico nel quale è chiamato a vivere. In altre parole, i prodotti artificiali sfruttano le leggi naturali e si inseriscono con piena continuità al loro interno, pur esplorando possibilità d’azione mai esplorate prima dagli altri esseri viventi. La storia della scienza e la storia della vita sono, infatti, entrambe improntate sulla progressiva rivalutazione del materialismo, a scapito dell’essenzialismo.

La possibilità di clonare un essere vivente non si basa infatti sugli stessi meccanismi che rendono normalmente e naturalmente possibile la sua replicazione in natura, pur intervenendo sui singoli processi e sul risultato? L’idea di rendere dei prodotti artificiali “intelligenti” non si basa sulla constatazione che la coscienza umana, lungi dall’essere una sostanza indecifrabile e immateriale, è il prodotto di una serie di algoritmi, un esempio estremo di paradigma computazionale?

La differenza tra naturale e artificiale, se c’è, è dunque di grado e non di genere – sebbene, come sottolineava già Hegel, l’accumulo di differenze quantitative (di grado) possa a un certo punto dare vita a differenze qualitative (di genere), nel momento in cui supera un certo livello. Per fare un esempio attinente con la nostra trattazione, la morte di una gallina non comporta una discontinuità per la specie-gallina, ma la morte di tutte le galline viventi, sì.

Ma una differenza qualitativa non è una differenza ontologica, non è una differenza di sostanza, e ciò implica che la divisione netta e inequivocabile tra natura e cultura tracciata dal senso comune e anche da molti intellettuali vada profondamente rivista. Tale questione assume un’importanza centrale poiché, come si vedrà nella seconda parte di questo articolo, molte delle riflessioni etiche relative al rapporto tra tecnica e natura si inseriscono nel solco della tradizione platonico-cristiana della separazione netta tra uomo e natura, suggerendo nel ritorno alle leggi naturali la strategia da adottare per “salvare” la vita dell’uomo e degli altri esseri viventi.

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