Scienza e verità

 La scienza dice il vero?

Uno degli indubbi meriti del progresso scientifico è che esso ci permette di fare predizioni sul comportamento dei fenomeni. Certo, molti fenomeni complessi, come l’evoluzione del clima e l’andamento della borsa, non possono essere previsti in modo completo e totale. E d’altra parte, è tramontata anche l’idea che, conoscendo tutte le variabili di un sistema, sia possibile predirne gli sviluppi con certezza assoluta: dai primi studi sulla fisica quantistica, si è compreso che il sostrato della materia è composto da forze capricciose, che possono essere studiate sulla base di calcoli probabilistici, non assoluti.

Ma indubbiamente, la scienza permette di studiare i fenomeni fisici ed elaborare dei modelli che ne spiegano il funzionamento e aiutano a ipotizzarne gli sviluppi futuri. Di quali altri strumenti elaborati dall’uomo si può dire lo stesso? Prima che venissero inventate la scienza e la tecnica, le spiegazioni degli eventi erano basate quasi interamente su principi magici, che dicevano molto di chi interpretava i fenomeni e meno della natura dei fenomeni stessi. Eppure, ancora adesso per predire il comportamento di chi ci è vicino non abbiamo bisogno di studiare un testo di psicologia: ci è sufficiente guardarlo negli occhi, parlare con lui o, ancora, “leggergli nel pensiero”, basandoci sui suoi comportamenti passati.

Il senso comune è stato per secoli lo strumento più accessibile per comprendere il comportamento del mondo organico e in particolare degli altri esseri umani. Oggi la scienza ci dice che la maggior parte dei principi ritenuti veri dal senso comune sono sbagliati. L’idea di disporre di un’anima immortale, ad esempio: tutti i dati portano a pensare che non esista, e anche sul piano filosofico il concetto appare bislacco. Anche l’idea che dio abbia creato l’universo è superflua e ingannevole. Ma persino l’idea di libero arbitrio potrebbe essere contestabile, come hanno dimostrato numerosi esperimenti. Non solo, ma sembra che spesso le persone agiscano senza essere consapevoli dei reali motivi che le spingono all’azione. Eppure, nel giudicare il comportamento morale delle persone ci basiamo ancora sull’idea che siano agenti liberi. E la gravità degli omicidi viene giudicata anche in base al grado di intenzionalità.

Cosa significa tutto questo? Come si è visto, la scienza fornisce indicazioni utili sul funzionamento dei fenomeni, ma essa non può sostituire la morale umana come bussola del comportamento. In altre parole, la scienza può aiutarci a comprendere meglio il perché delle azioni umane, ma non è possibile dedurre dall'”essere” il “dover essere”, né alle considerazioni di carattere descrittivo si può assegnare un valore prescrittivo, un vincolo o un’indicazione morale. Se la scienza non può totalmente sollevarci dalla responsabilità individuale di giudicare noi stessi e gli altri, essa può però aiutarci a comprendere meglio il modo in cui giudichiamo i fenomeni stessi, soprattutto a partire dal concetto di verità.

In filosofia, il vero è ciò che è obiettivo, che avviene in modo incontestabile. Per diversi secoli, i greci hanno inteso la verità come ciò che si “rivela” al sapiente, come un movimento di apertura della natura. Successivamente, il vero ha assunto caratteristiche più marcatamente antropomorfe, diventando sempre di più una proprietà non della natura, ma dell’uomo in grado di “dire il vero”. Con la nascita della scienza moderna, si è assistito a un iniziale ritorno dell’idea che la natura fosse un libro, “scritto in linguaggio matematico”, come sottolineava Galileo, che fosse comprensibile solo agli occhi dei ricercatori, i quali a loro volta disponevano degli strumenti per analizzarlo e interpretarlo. Infine, nell’ultimo secolo il quadro è stato nuovamente capovolto: si è scoperto che, a livello subatomico, l’osservazione perturba il comportamento delle particelle e che, a livello macroscopico, l’aspettativa dei risultati influenza gli esiti delle ricerche.

Per di più, mentre la cultura scientifica e quella umanistica si allontanavano sempre di più, fino a polarizzarsi, in seno alla comunità scientifica venivano posti nuovi e più profondi problemi di metodo, legati soprattutto all’affidabilità delle singole discipline. Si può considerare oggettiva e ripetibile una ricerca di psicologia condotta su degli organismi senzienti nello stesso identico modo in cui lo è una ricerca di chimica condotta su poche molecole? O le singole discipline presentano gradi di complessità e livelli di interazione tra le variabili molto diversi, che le rendono, in realtà, profondamente distinte non solo sul piano della metodologia della ricerca, ma anche dell’affidabilità dei risultati?

 I paradigmi scientifici: la verità si evolve con noi?

Proprio la criticità dell’idea di “vero” in rapporto alla ricerca scientifica ha stimolato nuove riflessioni su cosa sia davvero la scienza e quali siano i suoi limiti. Uno dei filosofi della scienza più influenti del Novecento è stato senz’altro Popper, che come si è visto sottolineava l’importanza, perché una teoria fosse considerata scientifica, di fornire prove a suo sostegno che fossero “falsificabili”. Con il concetto di falsificabilità non si intendeva la possibilità di truccare i risultati degli esperimenti, quanto di evidenziare, tramite esperimenti e indagini successive, che quei risultati non erano corretti, o rappresentavano una parte della verità, non tutta la verità e nient’altro che la verità. L’errore è proprio ciò che, secondo il filosofo, muove l’indagine scientifica, permettendole di superare il dogmatismo e anzi, mettendo costantemente in discussione le teorie proposte e stimolando a provarle e controprovarle.

Più o meno nello stesso periodo, un altro filosofo, Kuhn, elaborava un concetto altrettanto importante per l’evoluzione della scienza moderna: il paradigma. Il paradigma è un modello che racchiude sia un metodo d’indagine, sia le teorie che consentono di spiegare i risultati raggiunti. In questo senso, il paradigma può essere inteso come una rete, che è tenuta insieme da diverse fibre tra loro interconnesse. Quando vengono fornite delle prove a favore di una teoria che contraddice alcuni dei principi del paradigma, è possibile riconfigurarlo parzialmente, per accogliere i nuovi risultati: è come se alcune delle fibre venissero sostituite, ma la rete rimanesse intatta.

Tuttavia, a volte nella rete si producono dei profondi squarci, delle lacerazioni diffuse che richiedono non la sostituzione delle singole fibre, quanto dell’intera rete. Fuor di metafora, ciò significa che in alcune circostanze, il modello che veniva impiegato stabilmente per spiegare il comportamento di alcuni fenomeni si dimostra, alla prova dei fatti, ormai inadeguato per spiegare la realtà, ed entra in crisi. Gradualmente, il paradigma precedente viene sostituito da un nuovo paradigma, cioè da un nuovo insieme di teorie che permettono di spiegare i risultati degli esperimenti e delle osservazioni dei ricercatori e sono in grado di stimolarne di nuove. In questo spazio si è descritto in profondità il processo che ha portato alla rottura del paradigma creazionistico ed essenzialistico e all’affermazione, grazie alla teoria darwiniana dell’evoluzione per selezione naturale, dell’evoluzionismo. Lo stesso paradigma darwiniano, tuttavia, è stato parzialmente perturbato dall’avvento della genetica, portando all’elaborazione della cosiddetta “sintesi moderna”.

Quello del paradigma è un concetto fondamentale, sia per i limiti a cui apre la ricerca scientifica, sia per gli indubbi vantaggi. Se il risultato di una ricerca smentisce ciò che 100 altre ricerche hanno invece confermato, è sempre possibile che sia l’inizio di una rivoluzione, ma occorre usare cautela. Spesso, le persone tendono a basarsi, nel giudicare i fenomeni, sulle proprie esperienze o sui risultati di imprecisate ricerche, che non sono sempre confortate dalle indagini precedenti e potrebbero non esserlo neppure da quelle successive. Ciò è spesso il segnale di alcuni limiti nella procedura, piuttosto che di una rivoluzione in atto. Allo stesso tempo, però, è innegabile che ogni ricerca allineata con il paradigma, sia solo un altro passo lungo una strada che porterà, prima o poi, a una nuova confutazione e all’elaborazione di un nuovo, più completo paradigma.

Questi esempi permettono di capire come la “verità” non sia qualcosa di assoluto nella ricerca scientifica. Oggi, i ricercatori non pretendono di dimostrare, in modo certo e incontrovertibile, alcunché: sarà sempre possibile che tra un secolo, avendo a disposizione nuovi strumenti e metodi di ricerca, gli scienziati del futuro potranno confutare, del tutto o in parte, il risultato delle ricerche condotte oggi ed evidenziare risvolti compatibili con i nuovi paradigmi. Per questo, solo un’interpretazione dogmatica e scientista, e non scientifica, di ciò che è in grado di fare la scienza, può ancora associare in modo ingenuo e lineare il progresso epistemologico e la ricerca della verità.

L’idea che la verità sia qualcosa di assoluto e oggettivo è figlia della nostra convinzione di discendere non da forme di vita meno complesse, ma da Dio in persona, e rende la verità stessa, di fatto, inconoscibile. Gli assoluti infatti non possono essere conosciuti dalla mente umana, che sappiamo essere il prodotto di 4 miliardi di anni di evoluzione e calibrata, dalle epoche storiche e dall’eredità genetica, per sopravvivere e renderci possibile l’adattamento all’ambiente in cui viviamo. La scienza stessa è limitata, nel suo operato, dai numerosi vincoli fisici e biologici della nostra specie e, parimenti, dalle ridotte possibilità di manipolazione e indagine della materia stessa.

In definitiva, la verità potrebbe rimanere un concetto totalmente metafisico, laddove persino l’idea, molto più materiale e prosaica, di “realtà”, è stata più volte problematizzata dagli scienziati. Ciò non significa che la scienza non sia affidabile: rappresenta uno degli strumenti più affidabili in nostro possesso; ma la sua affidabilità è tale proprio perché, lungi dal lasciarci arrogare il diritto di stabilire cosa è vero, ci aiuta a riconoscere ciò che non lo è e a evitare sia le false certezze, dogmatiche e aprioristiche, sia il misterianesimo, permettendoci di studiare il mondo con curiosità, spirito critico e capacità analitica.

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