Scienza e potere (3 di 3)

 Il rapporto tra scienza, economia e potere

Se la società ha sempre più un volto tecno-scientifico, sia i problemi che le soluzioni ai problemi vengono presentati da chi è in grado di creare e comprendere la tecnologia e la scienza, senza la sicurezza che non vi sia, talvolta, anche un conflitto di interessi. Ne stiamo avendo un assaggio già in questi anni: i principali maître à penser mondiali sono diventati gli scienziati, nella duplice veste di innovatori e imprenditori. Gli scienziati sono visti ora come profeti, ora come guaritori, ora come depositari di un potere incomprensibile per la maggioranza delle persone: è la conseguenza della scarsa conoscenza scientifica dell’uomo medio, il segno del fallimento dei programmi di istruzione. La scarsa consapevolezza di cosa sia davvero la scienza, di quali siano i suoi limiti e i suoi pregi, genera mostri: posizioni antiscientifiche o retrograde, da un lato, posizioni scientiste e fanatiche dall’altro.

Si genera quindi un senso di rispetto e di timore acritico nei confronti della scienza, gli scienziati diventano influencer sulla base del principio di autorità e di meriti che si trasformano in medaglie e poi quasi in “gradi” militari. Ciò sembra conferire il diritto di passare con disinvoltura dal piano informativo, che dovrebbe competergli, a quello prescrittivo. Restando in un territorio di analisi filosofica e semiotica, non si limitano a descrivere l'”essere”, ma a fornire indicazioni sul “dover essere”. In questo modo, lo iato tra la coscienza dell’uomo qualunque, che non dispone di adeguate conoscenze scientifiche, e quella dell’esperto, che dispone di tali conoscenze ma le traduce in slogan o in ricette da adottare, rimane invariato.

Ma questa nuova figura antropologica, lo scienziato-imprenditore, trae molteplici vantaggi da questa spaccatura. Disponendo di enormi risorse economiche e profonde competenze tecnico-scientifiche, cooperando tra loro, i nuovi uomini-immagine della ricerca scientifica sono in grado di leggere i fenomeni meglio di chiunque altro, prefigurandone le sorti. Alla loro capacità di predizione si affianca quella di progettazione e di pianificazione. Una capacità, quest’ultima, che viene esercitata in diversi modi e con diversi mezzi.

Già dagli anni Ottanta, infatti, furono sviluppati computer sufficientemente complessi da poter ricostruire scenari realistici e predirne, tenendo conto di tutte le variabili in gioco, i possibili esiti futuri. Come abbiamo visto, di norma i sistemi complessi non si lasciano prevedere e comprendere in modo profondo: le variabili sono milioni, semplificarli per renderle computabili significa anche aumentare il margine di errore. Tuttavia, le attuali generazioni di computer stanno compiendo progressi significativi in questo senso ed è lecito attendersi ulteriori progressi con l’avvento dei computer quantistici.

Se ne deduce che il sistema economico-finanziario e quello politico debbano avvalersi della collaborazione degli scienziati sia per comprendere il mondo, sia per coglierne gli sviluppi futuri, sia per controllarli e provare, almeno in una certa misura, a indirizzarli. Quest’attività è necessaria e, in linea di principio, funzionale: serve a impedire che il sistema complesso su cui si reggono le attuali società umane collassi.

Tuttavia, inevitabilmente, questo potere implica anche la capacità di decidere delle sorti di milioni, se non miliardi, di persone. E cresce di pari passo con l’incremento delle conoscenze e delle strumentazioni tecnologiche in grado di incidere quanto più in profondità sulla struttura della nostra vita. Ma che succede quando gli interessi di questa minoranza di persone sono in conflitto con quelli del resto della popolazione? Che succede quando, ad esempio, si stabilisce che in futuro la produzione sarà appaltata alle macchine, ma la maggior parte delle persone viventi perde, in questo modo, la sua utilità sociale, e con essa i diritti che ne deriverebbero?

 La favola del bene comune

Come si è visto in un precedente ciclo di articoli, per decenni i ricercatori hanno creduto a una cosa chiamata “bene della specie”. Si pensava che gli animali sopravvivessero e si riproducessero per fare un favore alla specie. Si è poi capito che l’unità di selezione primaria è il gene e che la maggior parte dei comportamenti messi in atto dalle specie complesse è volta a tutelare i propri geni e quelli dei propri consanguinei, fatte salve situazioni in cui sono i geni stessi a disporre diversamente.

Come non esiste un “bene della specie”, è anche difficile identificare qualcosa come il “bene comune” o il “bene dell’umanità”. L’umanità non è una persona in carne ed ossa, è un numero, e un numero non ha sentimenti, nei confronti di un numero non si hanno sentimenti: e come rilevano le neuroscienze, ragionare senza ascoltare anche la componente emotiva – un meme purtroppo lungamente propagandato dalla filosofia, a partire soprattutto da Cartesio – è un deficit, che porta a conseguenze disastrose. La vita umana è fatta di sentimenti (anch’essi, comunque, una forma di computazione) e la ragione è al loro servizio.

Insomma, il “bene dell’umanità” è un’astrazione pericolosa, che può suscitare deliri di onnipotenza, anche quando muove intenzioni benevole. Spesso gli scienziati affermano di voler costruire un mondo migliore, orientato in funzione del bene comune, ma nessuno può fare il “bene” di una persona senza conoscerla, senza guardarla negli occhi, e, anche conoscendola, è difficile stabilire a priori cosa sia “bene” o “male” per qualcuno. Il concetto stesso di “bene” è, in definitiva, un’interpretazione, al servizio dello zeitgeist, delle forze che muovono quel periodo storico, dei limiti della cultura e della conoscenza del tempo.

 Conciliare scienza e democrazia?

Gli ultimi duecento anni di conquiste scientifiche ci hanno dimostrato che noi non siamo ciò che crediamo di essere. Riteniamo di avere un’identità stabile, ma la nostra identità cambia costantemente, e i nostri ricordi vengono sottilmente modificati dal cervello in funzione dei nuovi obiettivi che ci diamo ogni giorno. Pensiamo di avere un’anima immortale e immateriale, ma non è plausibile in che questa presunta sostanza possa interagire con un corpo materiale e mortale. Riteniamo di essere figli di dio, creati intenzionalmente da una mente superiore, poco più di 5.000 anni fa, ma discendiamo da un progenitore in comune con gli altri primati, e la maggior parte delle nostre facoltà intellettive sono l’esito accidentale di un’evoluzione durata miliardi di anni, avvenuta secondo processi solo naturali.

Ancora, crediamo di essere agenti liberi e responsabili, ma la nostra coscienza arriva sempre in ritardo sulle nostre azioni, che si svolgono in automatico, attivate da complessi intrecci neuronali di cui non abbiamo cognizione. La stessa coscienza è probabilmente un’epifenomeno, un timbro a posteriori del cervello. Sappiamo di essere fatti di cellule, ma è una consapevolezza astratta; in compenso ignoriamo di non essere, semplicemente, “esseri umani”: siamo allo stesso tempo una colonia ambulante di microrganismi, che vivono in simbiosi con noi – virus, batteri, forme di vita microscopiche che svolgono un ruolo fondamentale per la nostra esperienza quotidiana. Non siamo esseri perfetti, illibati, fabbricati a immagine e somiglianza di dio.

Ma anche la realtà biologica che fa da substrato alla nostra “anima bella” è un’astrazione, un’interpretazione, fa riferimento a un certo piano di realtà, è frutto di modelli incompleti, derivati da ciò che i nostri sensi e il nostro intelletto, intrinsecamente limitati, sono riusciti a scoprire. Se scendiamo ancora nella scala delle grandezze fisiche, ci accorgiamo di essere fatti di atomi: atomi che al loro interno sono essenzialmente vuoti, così che decade anche l’idea di materia come di qualcosa di solido, concreto. E nel subatomico, nel mondo capriccioso delle particelle elementari, il concetto di vita e di morte non ha alcun senso: essere Mario Rossi equivale ad essere un sasso, una montagna o un moscerino.

Questo breve excursus serve a capire due cose. La prima è che la scienza si è imposta su qualsiasi altra interpretazione della vita e inevitabilmente continuerà a imporsi, sempre di più, man mano che costruirà una società che riflette le sue conquiste epistemologiche. Affannarsi a contestare queste acquisizioni, sostenendo ancora interpretazioni vetero-teologiche e animistiche della vita, significa dare più potere alla scienza, perché impedisce un dibattito realmente serio e informato su ciò che, con le conquiste degli ultimi secoli, è possibile fare. Impedisce di distinguere tra i compiti della scienza e quelli dell’etica e della politica, che non dovrebbero essere confusi. Si sente dire spesso che la scienza non è democratica. Se però è anche la scienza la principale forza che muove il mondo, lasciamo al lettore l’equazione conclusiva.

L’altro aspetto da considerare è che la maggior parte delle persone non ha sufficienti strumenti per capire ciò che sta accadendo nel mondo attualmente e, soprattutto, ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni. L’informazione e l’istruzione – umanistica, culturale, anche quella scientifica – hanno fallito, non riescono più ad assolvere il loro ruolo. L’informazione è aneddotica, orientata alla mutabilità degli eventi quotidiani, incapace di fornire strumenti adeguati a comprendere il dato d’insieme: si focalizza su particolari insignificanti, trascurando il processo.

L’educazione è arroccata su categorie obsolete, propaganda un’immagine del mondo, della storia e della società ormai incompatibile con le attuali conoscenze. Se c’è ancora desiderio di democrazia, in occidente, e se le persone hanno ancora a cuore il motto kantiano e illuministico “sapere aude”, che raccomanda a ciascuno di avere “coraggio di sapere”, allora è essenziale riformare questi sistemi di veicolazione dell’informazione e della conoscenza, per affrontare con strumenti e competenze maggiori le sfide che verranno, che riguarderanno la vita di ognuno di noi, quella dei nostri amici e parenti.

La scienza – non il singolo scienziato – ha ormai mappato completamente l’esistenza umana. E la conoscenza scientifica obsoleta, erronea o dogmatica, va contrastata e contestata non a partire da argomentazioni sterilmente razionali, non mossi da sentimenti estemporanei, ma attraverso ulteriore ricerca scientifica. La scienza non va approvata a priori: è fatta da uomini come noi, con i loro interessi personali. Non bisogna fidarsi né affidarsi, non condannare né esaltare, ma comprendere. Occorre conoscere il metodo scientifico. Occorre re-imparare a conoscere sé stessi a partire dalle più recenti evidenze scientifiche. E’ un percorso lungo, non è la via facile, ma è l’unico modo per provare a cambiare le cose.

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