Scienza e potere (2 di 3)

 Conflitti di interesse nella ricerca scientifica

Se la storia, a prescindere dall’ermeneutica prevalente che impone una specifica linea interpretativa dei fenomeni, è profondamente influenzata dalle rivoluzioni scientifiche e dal progresso tecnologico, così lo sono anche il sistema finanziario e politico, i quali hanno come presupposto quello di accrescere le opportunità di espansione rispettivamente del ritorno economico e del controllo sociale.

Malgrado il sistema politico prevalente sia di tipo democratico, infatti, la società attuale è caratterizzata da uno sbilanciamento significativo nella concentrazione della ricchezza e, di conseguenza, del potere, in maniera tra l’altro crescente, come alcuni studi hanno evidenziato negli ultimi quarant’anni. Questa sperequazione, che ha molte cause, ha anche innumerevoli conseguenze sullo stile di vita della maggioranza delle persone. E si è riflessa, inevitabilmente, anche nell’uso che negli ultimi secoli (e in particolare nell’ultimo) è stato fatto della scienza e della tecnologia.

Anche come conseguenza di una serie di riforme legislative portate avanti a partire dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti (da sempre culla del progresso scientifico) e nel resto del mondo, la ricerca scientifica è diventata a tutti gli effetti un’attività imprenditoriale, soprattutto per quanto riguarda le discipline le cui ricadute applicative hanno o possono avere un impatto diretto sulla vita delle persone. Per poter sopravvivere, le università più importanti si sono riconvertite in centri di ricerca, adottando però logiche non sempre coerenti con il puro e semplice desiderio di conoscenza.

In molti settori, inoltre, le équipe di ricerca operano conoscendo i propri finanziatori, malgrado i tentativi di rendere i finanziamenti anonimi per assicurare maggiore obiettività e minore ingerenza negli esiti degli studi. I finanziamenti, inoltre, non sono quasi mai a fondo perduto: sono condizionati al raggiungimento di risultati precisi. Quanto all’affidabilità del sistema di peer-review, che dovrebbe in teoria assicurare l’obiettività e la precisione degli studi pubblicati sulle grandi riviste, alcune indagini hanno mostrato che in realtà tale sistema non è del tutto esente da limiti: i pari che esaminano gli articoli possono non ravvisare alcuni errori, anche quando intenzionalmente inseriti dagli autori del paper, e non avere contezza di eventuali frodi o distorsioni sistematiche e intenzionali dei dati.

Tutto questo ha scatenato anche in seno alla comunità scientifica accesi dibattiti – in alcuni campi del sapere, l’aspettativa del risultato può ingenerare bias cognitivi che viziano i risultati della ricerca. Sembra infatti che il metodo scientifico, essendo – per il momento – applicato da esseri umani, non possa eliminare del tutto la componente soggettiva, per quanto questo sia e debba essere il fine ultimo della ricerca.

Estremizzando, si potrebbe asserire, provocatoriamente, che la scienza funziona malgrado gli scienziati, mentre la sua interpretazione popolare sarà sempre intrinsecamente mediata da scienziati e divulgatori, con il rischio che i risultati, per quanto oggettivi, si traducano in una narrazione, per sua natura soggettiva e parziale. In questo senso, la scienza contemporanea è considerata efficace e a prova di errore anche perché ha creato un mondo a sua immagine. In altre parole, il progresso esponenziale della tecnologia corrisponde alla costruzione di un ambiente che riflette tali conoscenze, sostituendosi all’ambiente “naturale” che richiedeva di essere studiato e interpretato.

 Scienza e ingegneria sociale

D’altra parte, il progresso delle conoscenze è diventato un fondamentale strumento di controllo delle masse. Gli studi di psicologia hanno posto le basi per la scienza della persuasione, che ha nella pubblicità il suo compimento. Alla fine della seconda guerra mondiale, è stato fondamentale innovare le modalità di educazione della popolazione, a partire dall’infanzia, per poter imprimere un cambiamento antropologico funzionale a costruire un nuovo tipo di sistema sociale. Un sistema improntato su princìpi quantitativi – una vita più sana e più lunga, più libera, più sicura, punteggiata dall’acquisto di prodotti sempre più nuovi ed efficienti.

Il potere si è sempre servito di strumenti di persuasione, che nascono in Grecia con la corrente filosofica dei sofisti, ma che trovano in generale nella religione e nelle ideologie politiche i tradizionali campi di applicazione e sperimentazione. Negli ultimi due secoli, comunque, e più nello specifico a partire dall’età vittoriana, la prima a raccogliere statistiche su sé stessa, si è affermato un campo di applicazione più specifico e laico, quello legato allo stile di vita, che dopo la seconda guerra mondiale, ha inglobato anche gli ideali di crescita personale e di benessere, orientati in funzione della veicolazione di specifici memi, questi ultimi basati su un preciso progetto di ingegneria sociale.

Le tecniche di condizionamento sviluppate in quegli anni tenevano conto dei limiti del comportamentismo classico, che non prendeva in considerazione le differenze nella risposta da individuo a individuo: il presupposto era che, uniformando la variabile soggettiva, l’interpretazione dello stimolo, si sarebbe potuto ottenere lo stesso tipo di condizionamento – e dunque di comportamento auspicato – da parte del maggior numero possibile di persone. Attraverso queste tecniche, ad esempio, è stato possibile instillare nelle masse il meme dell’obsolescenza delle merci, abituandole all’idea di rinnovare costantemente oggetti e accessori ancora perfettamente funzionanti ed efficienti, in funzione appunto di un sempre maggiore benessere percepito, chiaramente un placebo.

In questo modo, a sua volta, è stato possibile aggiungere al primo caposaldo del capitalismo classico, il principio di produzione, anche un secondo caposaldo, il principio del consumo. Accanto all’uomo-produttore, si è posto l’uomo-consumatore, e ogni cittadino ha incarnato il duplice ruolo di produttore e di consumatore di prodotti e servizi.  Attraverso media come la televisione e i giornali, è stato dunque possibile collocare socialmente la popolazione. Ma il progresso scientifico si è accompagnato al potere anche dal punto di vista culturale, attraverso forme più sofisticate di propagazione dei memi, come i libri, e sistemi di trasmissione culturale e ideologica più avanzati, come le università.

L’istruzione superiore aveva, in questo senso, la finalità di promuovere sistemi raffinati di selezione dell’informazione, fondamentale nell’attuale contesto occidentale, soprannominato “infosfera” proprio per l’elevata quantità di dati a disposizione. Si è così favorito lo sviluppo di una coscienza critica in alcune fasce di popolazione, coscienza critica che tuttavia si basava sull’interiorizzazione di categorie di pensiero veicolate attraverso l’istruzione, a sua volta uno strumento intrinsecamente al servizio delle dinamiche politiche soggiacenti.

Gli anticorpi narcisistici che caratterizzano la personalità umana, e che impediscono di riconoscere e di distinguere con sicurezza un “meme” proprio da uno assimilato per osmosi dall’ambiente esterno, riconducendo nella maggior parte dei casi i secondi ai primi, avrebbero poi fatto il resto.

 L’automatizzazione del lavoro

Accanto al contribuito non indifferente offerto dalle scienze sul fronte dell’educazione del cittadino, vi è quello fornito dal progresso tecnico. Siamo entrati nel decennio dei computer quantistici, delle nanotecnologie, delle intelligenze artificiali, della manipolazione sempre più spinta del codice genetico. In questa sede non ci soffermeremo sulla rivoluzione apportata dall’innovazione tecnologica all’industria bellica, né sugli aspetti legati alla bioetica e alle nanomacchine, prendendo invece in considerazione l’impatto delle tecnologie sul mercato del lavoro e sulla vita quotidiana delle persone.

Da un lato, le innovazioni tecnologiche hanno indubbiamente affrancato l’uomo da molte attività particolarmente pesanti e pericolose che in precedenza costavano la vita a migliaia di lavoratori. Questo ha contribuito a indurre la sensazione di una crescita sul piano dei diritti sociali, ma ha di fatto incrementato la competizione sul piano professionale, rendendola per così dire inter-specifica.

Dall’altro lato, il sempre maggiore affidamento all’automatizzazione ha reso l’uomo, specialmente negli ultimi decenni, sempre più un “pastore delle macchine”, che spesso sono in grado di applicare protocolli in modo più preciso e intelligente dell’uomo. Si è detto a questo proposito che l’avvento e la diffusione delle macchine ha prodotto nuovi posti di lavori, e ciò è senz’altro vero, o lo è stato in passato: sul medio-lungo termine, tuttavia, non c’è ragione per non ritenere che i nuovi posti di lavoro creati dalle macchine non possano essere occupati da altre macchine. Le quali non hanno diritti, non percepiscono stipendio, non risentono del clima organizzativo e sono molto più efficienti di noi.

La sostituzione dell’uomo con la macchina dal punto di vista produttivo è vista come un esito inevitabile nell’attuale sistema socio-economico, è in un certo senso isomorfa alla struttura sociale dei paesi a capitalismo maturo. Sulla capacità potenziale delle macchine di svolgere gli stessi lavori dell’uomo, nonché molti altri lavori e funzioni oggi ancora sconosciuti, infatti, non vi sono più dubbi.

Paradossalmente, accanto ai lavori di fatica, proprio molti lavori di concetto potrebbero essere i prossimi a venire appaltati ai software, come già sta accadendo in molti contesti, dal giornalismo al mondo delle traduzioni. Le attuali intelligenze artificiali si stanno poi, ormai da anni, abbeverando alla fonte dei dati provenienti dall’endemica profilazione della popolazione svolta dai dispositivi digitali e dai motori di ricerca, funzionali, tra le altre cose, a costruire modelli di comportamento credibili e a tradurli poi in schemi procedurali per le AI. Ciò ha contribuito alla crescita esponenziale della capacità di analizzare il funzionamento neuronale, che non ha come scopo quello di decifrare l’enigma della coscienza, ma di far progredire la scienza delle intelligenze artificiali.

Per formare un ingegnere ci vogliono trent’anni, ma per formare un’intelligenza artificiale a farne le veci ci vogliono, in termini di programmazione, poche settimane. Alcuni lavori che richiedono motricità fine, così come le professioni che si fondano sulla relazione, come la formazione, potranno resistere più a lungo, ma anch’essi saranno sempre più digitalizzati: se è diventato di uso comune seguire un corso da remoto, tramite PC, non fa più grande differenza se la voce che si sente sia umana o sintetica e il volto nel quale si identifica il proprio insegnante sia quello di un essere in carne ed ossa o piuttosto di un avatar digitale: il medium è il messaggio.

Ma è un serpente che si morde la coda, perché se un robot può sostituire un essere umano nel ruolo di docente, un altro robot può sostituire l’uomo nel ruolo di discente, accelerando la trasmissione di conoscenze attraverso la programmazione. Del resto, qualsiasi pensiero, comportamento o relazione, finanche i nostri sentimenti, non sono altro che un insieme di algoritmi, computabili da una macchina esattamente come lo sono dal cervello umano e in prospettiva anche meglio.

La sempre crescente automatizzazione e digitalizzazione del mercato del lavoro e dei campi del sapere apre dunque le porte a fenomeni nuovi, a un mondo in cui l’attuale struttura economica non si reggerà più sul principio di produzione, o meglio, demanderà tale principio dall’uomo alla macchina. In questo modo, nei prossimi decenni, la maggior parte della popolazione potrebbe perdere il lavoro e, con esso, parte della propria identità, oltre che uno dei due presupposti alla base della sua utilità sociale.

Va infatti sottolineato come ciascun individuo nasca, sia dotato di diritti e la sua esistenza sia legittimata a livello sociale, in funzione del suo contribuito alla società. Ma se il contributo individuale viene ridotto oltre una certa soglia, e ciò a livello collettivo, questo potrebbe mettere in discussione l’intero principio di produzione così come presupposto dal sistema capitalistico. Rimarrebbe solo il principio del consumo, il quale però, senza la stampella della produzione, che per la maggior parte della popolazione si traduce anche in potere d’acquisto, perderebbe la sua ragion d’essere.

L’automatizzazione del mercato del lavoro potrebbe avere risvolti positivi, in una società in cui le persone sappiano dedicare l’enorme tempo libero a disposizione allo studio e all’interazione, piuttosto che all’intrattenimento e all’omologazione, ma soprattutto, potrebbe essere sostenibile in un sistema economico improntato sulla distribuzione equa dei proventi della produzione, che permetterebbe di sostenere, sul piano dei consumi, i beni prodotti dalle macchine. Ma l’attuale società è totalmente squilibrata da questo punto di vista e non ci sono ragioni per cui questo quid, implicito e dato per scontato dai più, non resti tale.

La sempre maggiore difficoltà a partecipare ai processi produttivi e di consumo, inasprita dall’attuale situazione sanitaria o da eventuali crisi future, potrebbe anzi determinare, sul medio-lungo periodo, un incremento della già rilevante sperequazione economica, oltre che, potenzialmente, anche una inversione dei trend demografici, tuttavia insufficiente a redistribuire la ricchezza e il potere, che saranno verosimilmente concentrati nelle mani di un numero sempre più ridotto di individui.

Di conseguenza, è ipotizzabile che nei prossimi trent’anni possano venire a configurarsi molteplici punti di rottura, che determineranno cambiamenti profondi nei paradigmi socio-economici e politici mondiali. E in tale scenario, saranno le nuove tecnologie e i depositari del sapere scientifico e tecnico, gli scienziati, a rivestire un ruolo centrale.

(Segue…)

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