Scienza e potere (1 di 3)

 Cosa muove il progresso storico?

Nel corso degli ultimi secoli, l’uomo ha iniziato a interrogarsi su quali forze siano alla base della storia, intesa come scansione temporale degli eventi che caratterizzano le civiltà umane. Anche una volta abbandonata ogni ingenua filosofia della storia, che individua cioè un “destino” negli eventi, dei binari prestabiliti, e accettata l’intrinseca contingenza delle vicende umane, è ancora lecito chiedersi cos’è che renda possibile, di fatto, l’evoluzione della società, ovvero il progresso storico.

Per molto tempo si è pensato che la principale forza alla base della storia umana fosse l’uomo stesso: le rivoluzioni, le guerre, le trasformazioni sociali hanno segnato la civiltà umana fin dalla sua origine. La storia inizia ufficialmente quando l’uomo sviluppa gli strumenti per raccontarla: la scrittura, che si affianca alle tradizioni orali. Rispetto all’evoluzione biologica, quella tipicamente umana è definita “evoluzione culturale”: si fonda sull’imitazione e l’educazione, è fatta di memi, non solo di geni, e rende possibile trasmettere alle generazioni successive il sapere accumulato.

Secondo Marx, tuttavia, la forza che sorregge tutte le altre è l’economia: è paragonabile alle fondamenta degli edifici, che ne rendono possibile l’edificazione. La cultura, la religione, la filosofia, sono invece sovrastruttura: dipendono dalla struttura economica sottostante e inevitabilmente la rappresentano, legittimandola, finché una nuova struttura non soppianta la precedente. In quest’ottica, più che di evoluzione culturale, bisognerebbe parlare di evoluzione economica, nel senso che i grandi rivolgimenti di assetto, che hanno realmente inciso sul corso della storia, sono coincisi secondo Marx con dei nuovi paradigmi economici.

La visione “economicista” del marxismo non è del tutto priva di senso: anche la vita animale e vegetale ha una base economica, ovviamente in senso lato. Gli organismi complessi lottano e competono tra loro per accaparrarsi le risorse disponibili, che non sono infinite, nonché le fonti di riproduzione, ovvero i partner sessuali. La concezione malthusiana delle società umane e animali, che ispirò Darwin nella sua formulazione della selezione naturale (da Marx ritenuta una proiezione, sulla natura, del funzionamento della società), è di tipo economico, laddove per economia non si intendono solo i soldi, ma qualunque altro mezzo di sussistenza (del resto, nella maggior parte dei sistemi sociali, i soldi che non hanno direttamente lo scopo di garantire la sopravvivenza del loro proprietario, ne incrementano comunque la fitness).

Eppure, nel caso della specie umana, la struttura può essere influenzata, a sua volta, dalla sovrastruttura. Sociologi come Max Weber hanno evidenziato come alcuni impianti economici attecchiscano meglio all’interno di società che presentano determinati valori e credenze, come il calvinismo, in grado di favorire e di migliorare tali sistemi economici. Come i memi si aggiungono e, talvolta, competono con i geni, così la cultura può influenzare l’economia e co-determinare il progresso storico.

Oggi come oggi, tuttavia, sembra evidente che la più grande forza in grado di incidere sulla storia umana è la tecnica. Le rivolte sociali hanno riconfigurato alcuni assetti gerarchici, le ideologie politiche hanno influenzato il corso degli eventi e determinato guerre e pacificazioni, ma la tecnica è ciò che in ultima analisi ha reso possibile la diffusione delle civiltà umane, le loro fisiologiche modificazioni, la loro evoluzione. La stessa evoluzione dei modelli economici, dall’invenzione della ruota in poi, è resa possibile dal progresso tecnico.

La tecnica, ovvero l’insieme delle risorse tecnologiche ed epistemologiche a disposizione dell’uomo, ha plasmato in modo profondissimo non solo la storia, ma anche la stessa natura umana. E oggi più che mai la si può definire la principale, anche se non l’unica, forza alla base del progresso storico. D’altra parte, il progresso non viene più inteso in senso escatologico, verticale: non c’è nessun premio, nessuna “final destination” che aspetta l’umanità alla fine della storia.

Il progresso non coincide più con il miglioramento, ma con il semplice cambiamento, con il “divenire” dell’essere. A pensarci bene, l’unico significato residuo attribuito al concetto di progresso è proprio di tipo scientifico e tecnologico, inteso rispettivamente come progresso delle conoscenze e come incremento del grado di controllo e predizione della natura e della società stessa.

Per diversi secoli, il progresso scientifico e tecnico è stato indubbiamente al servizio dei paradigmi economici predominanti e, in parte, lo è tutt’ora. La ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica richiedono, infatti, importanti investimenti, i quali a loro volta esigono un ritorno dal punto di vista finanziario. Più in generale, proprio per via del ruolo intrinsecamente strutturale rivestito dall’economia, di norma i cambiamenti tecnologici possono contribuire a modificare l’impianto economico (in prospettiva anche in modo profondo, come accadrà nei prossimi anni grazie alle criptovalute e alla crescente digitalizzazione della moneta), ma rimarranno sempre un “mezzo” dell’economia, un coefficiente e non il fine dell’evoluzione stessa della società.

Ma siamo sicuri che sia ancora così? O stiamo forse assistendo a un graduale cambiamento di prospettiva, in cui il progresso tecnologico assume sempre maggiore centralità e in modalità sempre più pervasive, al punto da poter riconfigurare anche la scala dei bisogni fondamentali umani? In questa nuova prospettiva, la tecnica è ancora subordinata all’economia o è piuttosto l’economia a essere diventata, suo malgrado e a sua insaputa, un mezzo della tecnica?

(Segue…)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.