Scienza e conoscenza

 A cosa serve la conoscenza scientifica

“Non aver paura della conoscenza: essa è perfettamente inutile”, ha scritto una volta Michel Houellebecq, riferendosi al fatto che le principali e più ataviche forme di dolore di cui ogni individuo fa esperienza nel corso della sua vita – separazioni, perdite, malattie, impossibilità di soddisfare i bisogni primari – non possono essere in alcun modo compensate dal sapere.

Nei confronti della conoscenza, in effetti, si sono sviluppate due credenze opposte: da un lato, c’è chi ritiene che la conoscenza, aiutando a rispondere alle “grandi domande” della vita e a modificare la realtà, possa anche essere portatrice di nuova speranza; dall’altro lato, c’è invece chi sostiene non solo l’inutilità, ma addirittura la pericolosità della conoscenza, intesa soprattutto come sapere scientifico.

Della visione nichilistica della tecnica e del progresso epistemologico ci siamo già occupati e ci occuperemo, più nello specifico, in un prossimo ciclo di articoli: in questo caso vogliamo invece comprendere in che modo la conoscenza scientifica può influenzare la vita di ciascun individuo in un mondo sempre più tecnologizzato e digitalizzato. Il punto è infatti che viviamo in una società quasi completamente forgiata da artefatti tecnologici.

L’umanità ha reso possibile la propria evoluzione culturale grazie all’equivalente mentale dei geni, i memi, ma ormai il vero oggetto di selezione sembra rappresentato dagli stessi oggetti tecnologici: per questo, c’è chi ha proposto una nuova unità di selezione, i “temi”, che si aggiungerebbero ai tradizionali memi e geni.

Comprendere la pervasività della tecnica e dell’epistemologia scientifica è più che mai essenziale oggi, specialmente alla luce degli sviluppi più recenti. Sembra che, ora più che mai, la società e persino la politica si affidino alla scienza per trovare soluzioni e risposte ai problemi, a volte anche demandando agli scienziati compiti che dovrebbero essere più propri della dialettica politica, con ripercussioni anche per quanto riguarda la vita democratica dei paesi.

A questo sempre maggiore affidamento alla scienza e alla tecnologia, d’altra parte, fanno eco due sentimenti opposti e in qualche modo complementari: da un lato, la diffidenza nei confronti della ricerca e delle applicazioni della scienza, particolarmente in un paese tradizionalmente antiscientifico come il nostro, che rievoca quasi sempre gli aspetti catastrofici della tecnica, come le bombe atomiche o le armi batteriologiche, trascurandone invece i benefici; dall’altro lato, la fiducia cieca e, talvolta, incondizionata nei confronti dei depositari del sapere scientifico, gli scienziati e (in misura minore) i divulgatori e alcuni giornalisti.

Questi sentimenti sono doppiamente pericolosi: primo perché si caricano i singoli di responsabilità, competenze e poteri che non hanno, né dovrebbero avere, secondo perché si demanda ad altri la propria capacità di sapere e di costruire la propria conoscenza. Gli scienziati, i ricercatori, sono un numero esiguo della popolazione mondiale, eppure la ricerca scientifica è un processo di indagine collettivo, partecipativo, fondato sulla falsificazione e sul dubbio; il singolo scienziato è fallibile, nonché sensibile alle paure, alla fiducia e agli interessi di chi lo interpella (oltre che ai propri).

Il progresso scientifico, inteso come avanzamento delle conoscenze e della capacità di influenzare tramite la tecnica la realtà quotidiana, è ciò che ha forgiato le società moderne, è uno dei motori della storia. Saperne ricostruire i presupposti e i limiti significa riuscire a leggere il passato e il futuro della nostra specie. Per questo, ora più che mai sarebbe essenziale comprendere che la conoscenza scientifica, così come quella relativa a qualunque altro campo del sapere, si posiziona all’interno di un continuum che va dalle eminenze internazionali all’uomo della strada, con infinite gradazioni nel mezzo. Non è e non dovrebbe essere un potere assoluto, bianco o nero, di cui solo gli scienziati sono depositari. Richiede di essere condivisa, aperta e accessibile a tutti – senza per questo essere semplificata o travisata.

Oggi, chiunque abbia a disposizione sufficiente tempo e risorse può acquisire una buona conoscenza di un argomento scientifico: può farlo studiando i molti libri di divulgazione e i manuali in commercio, gli articoli sulle riviste di approfondimento, i resoconti delle ricerche pubblicati su riviste specialistiche e consultabili gratuitamente attraverso database come PubMed. Naturalmente questa non è che la punta dell’iceberg delle ricerche scientifiche, alcune delle quali si svolgono in laboratori e università e non vengono divulgate per centinaia di ragioni, e proprio per questo è necessario confrontarsi con centinaia, migliaia di fonti diverse, comprendendo quanto anche queste siano parziali e numericamente ridotte. Tuttavia, è sempre bene partire da ciò che è trasparente e aperto a tutti.

Proprio l’abitudine a consultare questo tipo di fonti insegna, tra l’altro, quanto la scienza sia distante – in quasi tutti i campi e specialmente in quelli relativi ai sistemi complessi, come la vita – dall’essere un impianto oggettivo, dispensatore di verità rivelate e di affermazioni apodittiche, come invece anche molti divulgatori, con opportunistico scientismo, cercano di far credere.

Naturalmente, leggere articoli e libri non fa di noi degli esperti in materia, non equivale a fare ricerca, a conseguire importanti risultati in quel campo, a far progredire la conoscenza, né ci autorizza a spacciarci come autorità, ma permette di entrare più nel dettaglio degli argomenti che ci interessano, approfondendoli, facendoli nostri, invece di affidarci completamente e senza risorse critiche e conoscitive a ciò che viene detto dai media e su internet. Questo a sua volta permette di partecipare in modo informato e critico al dibattito, disponendo degli strumenti in grado di creare maggiore coscienza e diffonderla anche nel resto della popolazione.

 La conoscenza come parte dell’identità personale

Con questo, torniamo al punto iniziale. A cosa serve la conoscenza scientifica? Oggi più che mai è essenziale saper comprendere come funziona il metodo scientifico, in cosa consiste una visione scientifica della realtà, e quali siano i limiti e le debolezze insite nella ricerca. Tutto ciò ha e avrà sempre di più delle ricadute concrete nella nostra vita, permettendoci di acquisire una comprensione più profonda del mondo che ci circonda, sempre più forgiato e modellato dalla tecnica. E se conoscere qualcosa significa poterne prevedere gli esiti e, in certa misura, controllarli, allora si capisce come conoscere profondamente il metodo scientifico sia fondamentale anche per coglierne criticamente alcune derive.

Affinché la conoscenza scientifica sia però, oltre che profonda, anche utile, è necessario fare un passo in più, dal “sapere” a quello che in ambito formativo viene definito “saper essere”. Trasformare, cioè, la conoscenza teorica in un bagaglio di competenze pratiche, o meglio in una rete memetica che sia in grado di guidarci attivamente nella nostra vita, per interpretare correttamente i fenomeni e gli eventi.

Senza la presunzione che la nostra interpretazione sia quella giusta, ma anzi, proprio partendo dal presupposto che il progresso scientifico muove dalla costante messa alla prova di ciò che viene dato per acquisito o per scontato, che altrimenti può facilmente trasformarsi in dogma. Ciò che contraddistingue il pensiero scientifico è infatti, paradossalmente, proprio la flessibilità, l’opposto di ciò che ritiene spesso il senso comune (e che viene propagandato anche da molti divulgatori), ovvero il dogmatismo, nascosto dietro il presupposto di oggettività.

La scienza è un tentativo di inquadrare la realtà in modo oggettivo (di per sé, un ossimoro) e proprio per questo essa non può permettersi di essere dogmatica. Ancora una volta, il singolo scienziato può acquisire, nel corso della sua vita, una posizione dogmatica, derivante dall’autorità acquisita attraverso i risultati conseguiti in passato, ma che può essere sempre messa in discussione da altri ricercatori, laddove riescano a evidenziare, attraverso i fatti, che alcune delle sue posizioni sono errate, parziali o superate.

Anche i paradigmi possono apparire dogmatici, ma nel momento in cui sono chiamati a evolversi, attraverso la raccolta di sempre maggiori evidenze che confutano i modelli precedenti, fisiologicamente si evolvono. Nella maggior parte dei casi, in molti argomenti cruciali, tra i ricercatori non vi è accordo né unanimità, ed è giusto che sia così: la scienza non deve essere pluralista, ma neppure autoritaria; il dibattito ha lo scopo di stimolare ulteriori ricerche, di favorire nuove modellizzazioni, più fedeli e aggiornate, dei fenomeni che si studiano.

La scienza non deve neppure essere democratica, nel senso che non deve mirare a soddisfare il bisogno di certezze e i modelli di realtà di ciascun individuo, ma dovrebbe essere democratica nella misura in cui fornisce a chiunque lo desideri gli strumenti per capire, rendendosi trasparente, specchiata. A quel punto sta a noi avere l’umiltà di apprendere da essa, pur tenendone presenti tutti i limiti. 

Quella dello scienziato è una forma mentis che, però, non è appannaggio esclusivo degli scienziati. E’ una disciplina che si apprende adottando determinate categorie di pensiero e di indagine del mondo (spesso controintuitive, poiché la realtà è profondamente diversa da come se la rappresenta il senso comune). E’ ciò che permette a ricercatori appartenenti ai campi più disparati di operare adottando alcuni princìpi e metodologie comuni, anche se poi ciascuna disciplina ha le sue regole e caratteristiche.

La conoscenza scientifica fa parte della nostra identità, guida le nostre scelte, ci spinge alla riflessione e all’analisi critica degli eventi e dei fenomeni che ci circondano. Ci permette di formare una nostra opinione, senza scimmiottare quella degli altri. Di raggiungere uno stato un po’ più elevato di coscienza, sempre insufficiente a comprendere i complessi processi in atto, ma non passivo e inerte di fronte ad essi.

Occorre essere mentalizzati ad analizzare i problemi in modo scientifico (che non vuol dire esclusivamente logico e razionale). Solo sviluppando una maggiore capacità di analisi dei fenomeni, è possibile comprenderne le cause, ipotizzarne gli effetti e mettere a punto delle strategie efficaci per modificare la realtà in funzione del benessere della maggior numero possibile di persone. La conoscenza scientifica dovrebbe lottare innanzitutto contro sé stessa: contro il bisogno di certezza, l’arroganza di ritenere le proprie posizioni definitive, il narcisismo della “tuttologia”.

Ma questa mission non può essere demandata a pochi eletti. Ciascuno può, e dovrebbe, farsi carico delle proprie capacità e provare ad acquisire una maggiore conoscenza del mondo, senza limitarsi a darlo per scontato. La realtà è complessa, sfaccettata, risultato di miliardi di variabili tra loro in interazione, e conoscerla completamente ed esaustivamente è impossibile. Per questo, occorre stringere relazioni, confrontarsi con chi ne sa più di noi, accettare di non sapere tutto, senza tuttavia delegare la responsabilità di interrogare l’esistenza, un bene inalienabile come la vita stessa.

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