Rivalutare Lamarck?

La teoria dell’evoluzione, la storia della vita sulla terra, ha anch’essa una sua storia. Su questo spazio abbiamo provato a riassumerne le tappe più salienti, in un ordine rigorosamente cronologico, partendo dalle suggestioni dei filosofi presocratici fino ad arrivare alle acquisizioni della scienza contemporanea. Tuttavia, non sempre la scienza procede in ordine cronologico. Un’ipotesi può rimanere nello stato, appunto, di ipotesi, anche per decenni, prima che vengano sviluppati gli strumenti per testarla. Alcune teorie possono essere rigettate in un dato periodo storico, sulla base delle prove apparentemente schiaccianti provenienti dalle indagini empiriche, per poi essere rivalutate in seguito, con l’aggiornamento dei paradigmi e della tecnologia di ricerca.

Possiamo dire, dunque, che anche le teorie lamarckiane sulla conservazione dei caratteri acquisiti in vita, secondo lo zoologo francese il principale “meccanismo” dell’evoluzione, debbano essere rivalutate? A questo interrogativo prova a rispondere il naturalista Riccardo Ianniciello in un breve saggio uscito di recente con i tipi di Aracne, Lamarck non aveva tutti i torti (con illustrazioni a opera dell’autore), nel quale si indaga proprio la relazione tra le ipotesi di Lamarck, formulate prima dell’affermazione del darwinismo, e i recenti studi sull’epigenetica.

Riassumiamo brevemente qui cosa si intende per epigenetica, prima di valutare la possibile relazione con le teorie lamarckiane. L’epigenetica è una branca della genetica che studia i cambiamenti che avvengono nel fenotipo dell’organismo e che, in alcune circostanze, possono trasferirsi ai discendenti, pur senza comportare in alcun modo una parallela modifica del genotipo. Si tratta di un campo di studi recente, con ancora molti interrogativi e domande aperte, ma che promette, se non di rivoluzionare, almeno di mettere in discussione alcuni assunti del paradigma evoluzionista.

Contro l’ipotesi di Lamarck che i caratteri acquisiti in vita, come risultato dell’uso o del disuso di un organo, si trasferissero alla progenie, erano state poste delle evidenze apparentemente schiaccianti. Prima August Weismann aveva dimostrato che tra “linea somatica” e “linea germinale” non vi è comunicazione: in altre parole, i cambiamenti che interessano il corpo non si trasferiscono alle cellule germinali dell’individuo, responsabili della trasmissione dei caratteri alla prole. In seguito, Watson e Crick hanno formulato il cosiddetto “dogma centrale” della biologia molecolare, che come visto stabilisce che l’informazione genetica segue un percorso unidirezionale: dagli acidi nucleici alle proteine, mai viceversa.

Questo sembrava mettere fine alla disputa: le modificazioni dell’organismo non si trasferiscono alla progenie. Ma è sempre così? Come ricostruisce il saggio di Ianniciello, sempre più studi sembrano evidenziare il contrario. Alcune informazioni bypassano il dogma centrale: ciò che si verifica è una “retrotrascrizione”, che altera l’espressione di alcuni geni. Cosa ancora più significativa, alcuni di questi effetti, stimolati dall’ambiente, sono riscontrabili anche nella progenie degli individui analizzati. Così, ad esempio, alcuni geni vengono silenziati già in fase embrionale, integrando i segnali provenienti dall’ambiente.

E’ giocoforza pensare a Lamarck e alla sua idea che, attraverso il comportamento, l’organo modifichi la propria forma e funzione e tale cambiamento morfologico si trasferisca alla progenie. Ma questo implica anche che l’individuo non può essere più considerato in modo passivo, un bagaglio dei propri geni, sbalzato dal caso sul nastro trasportatore dell’esistenza e naturalmente selezionato per sopravvivere e replicarsi o per eclissarsi anzitempo?

Sì e no: il concetto di attività è relativo e senz’altro, a differenza di quanto affermato da Lamarck, l’evoluzione resta un processo cieco e algoritmico, non una “forza attiva” nell’individuo, implicitamente verticale e intenzionale. Dopo Darwin, non ci ha più abbandonato l’idea che l’orologiaio sia cieco, non eterodiretto (dall’alto), né manovrato da qualche forza invisibile e interna all’organismo.

E tuttavia, indubbiamente gli studi sull’epigenetica aprono importanti interrogativi circa la loro relazione con i processi macro-evolutivi e con le idee di Lamarck. Si tratta ovviamente di prendere il paragone con le debite proporzioni e revisioni, e in questo senso anche il saggio di Ianniciello invita alla prudenza: occorrono ulteriori studi, e soprattutto un’analisi approfondita delle implicazioni dell’epigenetica, prima di rivalutare definitivamente Lamarck. Non è infatti ancora chiaro se, come e quanto i cambiamenti epigenetici possano influenzare la macroevoluzione. Occorre approfondire questa linea di ricerca, ma la precondizione è rompere, in un certo senso, l'”imbarazzo” che accompagna l’epigenetica quando si parla di evoluzione delle specie.

E’ possibile che questo filone di studi non sconvolga i cardini, ormai assodati, dell’evoluzione. Ma è cosa opportuna parlarne, discutere, sostenere il dibattito, non fosse altro perché stimola anche i non addetti ai lavori a informarsi di più su queste tematiche, evitando che l’epigenetica sia trasformata in un “minestrone” di ipotesi e suggestioni che poco hanno a che fare con la ricerca scientifica. Accogliamo quindi con interesse il tentativo di Ianniciello di divulgare questi temi, nella speranza che contribuiscano ad aumentare la conoscenza popolare in fatto di scienza.

In conclusione, è certamente un caso, ma anche una interessante coincidenza, che uno dei filoni più recenti e fertili degli studi di biologia molecolare sia stato in qualche modo anticipato da uno dei primissimi evoluzionisti. Ci dà una misura di come la scienza non proceda sempre in linea retta, e di come il progresso delle conoscenze non implichi necessariamente un superamento di quanto ritenuto dagli studiosi delle epoche passate.

Certo, generalmente è così, ed è indubbio che attualmente la comunità scientifica abbia un’idea di come funziona l’evoluzione molto più chiara di quella che aveva lo stesso Darwin. Eppure c’è una ragione – non solo filologica – se per tutto il Novecento i Taccuini di Darwin sono stati compulsati dagli studiosi in cerca di nuovi spunti di riflessione (un esempio su tutti sono le ipotesi di Darwin sul ri-utilizzo di appendici cadute in disuso, in qualche modo un’anticipazione dell’attuale concetto di exaptation).

Se davvero le scienze dell’uomo e della natura vogliono affrancarsi dall’idea che in epoche passate ci fossero correnti e scuole in possesso di una conoscenza più profonda della nostra sull’origine dell’uomo e della vita, un buon punto di partenza sta nel saper riconoscere agli autori passati e ormai dimenticati i loro meriti, rivalutandoli, quando è il caso, agli occhi dell’opinione pubblica e della stessa comunità scientifica. Ciò equivale a riconoscere umilmente sia i vantaggi che, soprattutto, i limiti degli attuali paradigmi, nella consapevolezza che, prima o poi, anch’essi saranno superati.

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