Riduzionismo vs Olismo (2di2)

Come si è visto, a partire dalla pubblicazione de L’origine delle specie, e via via risalendo i decenni in cui l’evoluzionismo si rinforzava di sempre nuove prove, parallelamente si ingrossavano le fila di coloro che avversavano la prospettiva naturalistica, e nella fattispecie l’impronta materialistica che si affermò nella prima metà del secolo scorso, a causa del suo “riduzionismo” biologico.

Molto spesso questo termine è stato utilizzato anche in modo improprio, se si pensa che gli psicanalisti successivi a Freud, il quale non brillava certo per la sua aderenza al metodo scientifico, hanno accusato il loro maestro di voler ridurre l’intero edificio psicologico alla sua impalcatura biologica, per mezzo dell’apparato pulsionale. Per inciso, Freud non riuscì mai a spiegare in che modo l’organizzazione psichica individuale si integrasse con una prospettiva darwiniana, che fa della conservazione delle caratteristiche vantaggiose e adattive il suo binario preferenziale.

Tuttavia, è in campo naturalistico ed evoluzionistico che si sente più spesso ricorrere l’accusa di riduzionismo. Nel caso della prospettiva gene-centrista, ad esempio, tale accusa è legata alla presunta “riduzione” dell’organismo vivente alla somma dei suoi geni. Gli olisti, come vengono definiti tutti coloro che si oppongono all’impianto additivo, propongono viceversa una prospettiva incrementale (“il totale è maggiore della somma delle parti“) allo studio dei fenomeni biologici complessi, accusando i riduzionisti di miopia. Prima di stabilire se questa accusa sia giusta o sbagliata, esaminiamo il problema in sé. Un organismo è la somma dei suoi geni? Noi potremmo essere contemporaneamente la somma dei nostri geni, e delle nostre molecole, e delle nostre cellule?

 La favola del riduzionismo avido e dell’olismo munifico

Da un punto di vista formale, qualsiasi cosa è la somma delle sue parti. 100 è la somma di 1 più 1 più 1 più altri novantasette 1, ma è anche contemporaneamente la somma di 98 più 2, di 50 e 50, di 0,5 e 99,5. Non esiste quindi un solo modo per effettuare questa somma. Tuttavia, potremmo ribaltare la prospettiva e asserire che sì, 100 è la somma di due o più numeri, ma nessuno di quei numeri, da solo, contiene in sé il numero 100. Il numero cento è in effetti una proprietà esclusiva, che la somma delle sue parti non contiene. Non solo perché nessuna delle sue singole parti potrebbe rappresentare un centinaio, ma perché, ovviamente, nessuna delle sue parti, perché la somma dia sempre 100, potrebbe essere contemporaneamente se stessa e 100.

Il riduzionismo sostiene che questo particolare modo di vedere la cosa non sia, fondamentalmente, dirimente rispetto all’ottenere la risposta su come sia composto 100. In altre parole, ai fini della comprensione di cosa sia 100 non è necessario stabilire cosa sia 100 in sé, ammesso che sia qualcosa in sé, ma come lo si ottenga avendo a disposizione numeri più piccoli.

Il riduzionismo scientifico non tratta la realtà per compartimenti stagni, ma per gradi. La convinzione è che il mondo sia composto, piuttosto che da livelli di realtà tra loro separati da invisibili barriere ontologiche, di genere, da porzioni discrete le cui interazioni e disposizioni nello spazio e nel tempo determinano un cambiamento quantitativo tale da rappresentare anche, al contempo, un cambiamento qualitativo.

Facciamo un esempio pertinente: una singola cellula è solo una cellula, e due cellule sono solo due cellule, separate e indipendenti. Ma un assembramento ordinato di cellule, in cui le cellule si uniscono e diventano interdipendenti, è qualcosa di immensamente più grande e complesso di una cellula, da cui pure prende abbrivio: è un organismo. In un organismo, come il corpo umano, ogni cellula discende dalla cellula madre, ma ognuna di queste cellule ha compiti specializzati a seconda del ruolo e della posizione, compiti a cui corrispondono quindi l’attivazione o il silenziamento di determinati geni.

Un insieme di cellule aumenta esponenzialmente il grado di complessità delle indagini. Come ricorda Dan Dennett, “lo studio di un neurone è neuroscienza. Lo studio di due neuroni è psicologia”. Lo stesso Dennett afferma che, mentre parlare ancora di meccanicismo e di sole cause efficienti può essere definito riduzionismo “avido”, e riassume una prospettiva ormai scaduta, parlare di materialismo e di anelli di retroazione, senza scomodare la teleologia, è riduzionismo illuminato: di gran lunga preferibile a qualsiasi approccio alternativo e pseudo-scientifico, che ancora postuli un “altrove” metafisico in grado di regolare la materia a partire dall’immateriale.

 Cosa significa tutto questo?

La complessità degli organismi biologici rappresenta un problema di difficile comprensione per noi, organismi biologici inconsapevoli di essere composti unicamente da questo. Per questo il senso comune fatica a comprendere la prospettiva scientifica, preferendo privilegiare un’interpretazione dualistica, e immaginare che la propria mente sia un corrispettivo social del cogito cartesiano.

Rispetto al problema della complessità, il cosiddetto riduzionismo scientifico parte dall’assunto che qualcosa di complesso come un corpo sia spiegabile se si scompone il suo intero e si analizzano le singole parti, o più spesso le parti delle parti. Prendiamo una sedia: una sedia è composta da una base, uno schienale, e quattro o più gambe. Per capire come funziona una sedia è sufficiente partire dalla funzione di sostegno delle gambe, cui sono associati alcuni principi fisici. Ad essi si aggiunge una base, che funga da collettore delle gambe e da base per il nostro sedere, e alla base uno schienale sui cui appoggiare la schiena.

Molti oggetti fisici anche complessi funzionano in questo modo. Un aeroplano è la somma delle sue parti; si tratta di parti talmente complesse che spesso un ingegnere specializzato nella progettazione del motore non è in grado di precisare del tutto in che modo funzionino le ali (ovviamente ne deve tenere conto, per poter costruire un motore adeguato). La “capacità di volare” è dunque un elemento emergente, derivante dalla somma delle singole parti, ognuna delle quali, da sola, è incapace di volare.

Tuttavia, per quanto l’aereo sia un sistema estremamente complesso, il suo funzionamento è insito nell’unione delle parti. Ciò significa certamente che questa unione è più delle singole parti, nel senso tautologico che le ali da sole non potrebbero volare, e tantomeno il motore, ma il risultato non determina un cambiamento ontologico, di genere, rispetto alle singole parti.

Esiste una differenza fondamentale tra comportamento emergente e salto ontologico: nel primo caso a produrre un effetto di livello intrinsecamente superiore al punto di partenza è il libero gioco delle parti; nel secondo caso, è come se intervenisse un ingrediente segreto, una sorta di parola magica che trasforma l’effetto in qualcos’altro: in un’essenza superiore. La teleologia aristotelica, il finalismo della Mente regolatrice platonica, è quello a cui mirano, talvolta senza neanche saperlo, gli olisti.

Nessuno si sognerebbe mai di accusare di riduzionismo un’equipe di ingegneri che cerchi di spiegare un disastro aereo a partire dal malfunzionamento di qualcuna delle miriadi di parti basilari del velivolo incriminato. Dal momento che l’aereo non vola per miracolo, per una fortunata coincidenza, non potrebbe neppure schiantarsi per lo stesso motivo. Non si potrebbe semplicemente asserire che la spiegazione del disastro aereo è insita in un livello di realtà superiore alle singole parti; da qualche parte sicuramente si nasconde un difetto, anche minimo, che ha disarmonizzato la struttura globale, interrompendo le interazioni virtuose tra le componenti e conducendo al disastro.

Viceversa, sembra che i sistemi biologici non possano andare incontro allo stesso destino epistemologico. Se si scompone una mosca, che è un organismo estremamente complesso e complicato, e si riesce a fornire una spiegazione esaustiva sul funzionamento delle singole parti che compongono questa mosca, e sulla loro sinergia, secondo il riduzionismo scientifico si hanno buone speranze di poter spiegare in che modo funzioni l’intero organismo-mosca. Ciò non equivale ad avere un impianto predittivo, poiché gli organismi non sono tipi, essenze platoniche, bensì creature forgiate dall’ambiente e chiamate costantemente a integrarsi e interagire con esso e le sue infinite variabili.

Gli olisti, d’altro canto, ritengono che i sistemi biologici diano continuamente vita a configurazioni immensamente più complesse, e sfaccettate, di quanto la semplice somma aritmetica delle parti possa comprendere. Come esempio viene spesso citato il formicaio, che non è una semplice somma di formiche, ma una società estremamente complessa e sfaccettata. Prendendo una singola formica, sarebbe impossibile predire il formicaio.

A dire il vero lo si dice anche di altri elementi della fisica distinti da quelli organici, come ad esempio per la molecola di acqua, la quale presenta proprietà fisico-chimiche in un certo senso “metafisiche”, totalmente distinte da quelle che le portano in dote le sue componenti, vale a dire gli idrogeni e l’ossigeno. L’acqua è un esempio di comportamento emergente della materia.

La materia dà vita continuamente a configurazioni di questo tipo, senza che si possa sostenere che la soluzione di continuità a livello chimico rappresenti una discontinuità anche ontologica. Spesso gli olisti accusano i riduzionisti di essere ciechi di fronte a questo tipo di trasformazione: ovvero di non voler vedere che l’acqua è qualcosa di radicalmente diverso, a livello di proprietà chimiche, rispetto alle sue singole componenti.

Ne deriva che entrambe le prospettive ermeneutiche, se portate alle estreme conseguenze, sono fallimentari.

Il riduzionismo sfocia nel meccanicismo, l’olismo nell’animismo. Entrambe costituiscono le visioni opposte e complementari figlie del dualismo platonico, e aggiornate da filosofi e scienziati seicenteschi, come Cartesio, che per salvare la coscienza dalla carne pose una separazione ontologica tra mente e meccanismo, estremizzando entrambi i concetti.

Oggi sappiamo che la mente si compone di meccanismi fisici, e che i meccanismi fisici, da soli, non bastano a spiegare la mente, in quanto essa non è un semplice movimento, bensì un’interazione tra meccanismi e tra meccanismi e ambiente, un processo emergente. Tuttavia, le proprietà cosiddette bottom-up (dal basso verso l’alto) a cui si rifà il riduzionismo e quelle top-down (dall’alto verso il basso) proposte dalla prospettiva olistica non sono da intendersi ideologicamente, e quindi come antitetiche l’una all’altra ed espressive di due modelli di realtà agli antipodi.

Una volta schivati gli esiti aridi del meccanicismo e anti-scientifici dell’animismo, entrambi attribuibili a un eccesso di confidenza teorica da parte dei filosofi, resta una prospettiva moderna e aperta alla sintesi dialettica, capace di integrare gli schemi di entrambi gli approcci, ma sempre mettendo in primo piano il materialismo – pur in riferimento a un’idea di materia e di oggetto fisico ormai trasfiguratacome bastione di plausibilità e di coerenza dell’intero edificio epistemologico contemporaneo.

 

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