Il progresso delle scienze della mente (3di3)

 La crisi della “prima persona”

Nella prima metà del Novecento, la psicoanalisi aveva portato il dualismo platonico, attivo in filosofia da oltre tremila anni, a un nuovo stadio, interno alla mente stessa. La mente, intesa come manifestazione laica dell’anima, non era più considerata scissa dal corpo: al contrario, essa stessa si costituiva come il prodotto di una scissione del pensiero. A un primo strato di coscienza, ad esempio, un individuo poteva manifestare la paura di un certo oggetto o di un certo luogo, ma a uno strato più profondo, secondo gli psicoanalisti, questa paura implicava anche un desiderio, che essendo incompatibile con il piano di coscienza, ovvero con le convinzioni che il soggetto nutriva su se stesso, veniva trasformato in rifiuto.

Questo poteva valere per molti meccanismi psicologici, dalla repulsione/attrazione all’aggressività/senso di colpa. Come già intuito da Nietzsche, ormai le antitesi, un tempo considerate polarità tra loro impenetrabili, non erano più compartimenti stagni. Forse l’essenza stessa dell’essenzialismo platonico poteva essere spostata dal mondo alla mente: piuttosto che enunciare la differenza fondamentale – e oggettiva – tra soggetto e oggetto, Platone si era per primo reso conto del funzionamento della mente, del paesaggio di ombre e di luce interno alla mente stessa, e solo successivamente proiettato, per errore, sul mondo esterno.

In altre parole, il soggetto si viveva come scisso dal proprio corpo, che assumeva connotati altri in rapporto alle sensazioni, alle emozioni e ai desideri reputati intollerabili per l'”anima”, consapevole e morale – ma tale scissione era in realtà interna al pensiero, una possibile conseguenza della stratificazione contraddittoria di natura e cultura, che talvolta si assecondano e talaltra si ostacolano a vicenda.

Un’altra conseguenza riguardava il rapporto tra mente e corpo. Gli eredi di Freud, forse in contraddizione con il loro maestro, consideravano i processi mentali indipendenti da quelli fisici, due piani del discorso non sovrapponibili e neppure equiparabili. Tuttavia, una corrente medica affine alla psicoanalisi, la psicosomatica, iniziò a indagare la correlazione tra mente e corpo in direzione opposta alla concezione somato-psichica di derivazione organicista: considerando, cioè, le patologie somatiche come una conseguenza di un disagio psichico.

La psicologia del profondo poggiava, dunque, sul presupposto che vi fosse un’alterità in seno al pensiero stesso, un doppio-fondo, appunto, tra mente e cervello. Ciò non faceva che ampliare la crisi profonda in cui era stato gettato l’Io, il cogito, la prima persona che per secoli era stata eletta a fondamento intuitivo della consapevolezza di sé e a piedistallo di ogni conoscenza del mondo esterno, ma che da dopo Darwin era stato “ridotto” al prodotto della selezione naturale cumulativa, e non degli influssi metafisici di un dio-creatore.

Dopo Darwin, insomma, anche in campo psicologico cominciava a prevalere l’idea che, intellettualmente, la differenza di grado con gli animali non determinasse più un cambiamento qualitativo una volta superata una certa soglia di complessità. Parimenti, con la crisi della “discendenza divina”, la sovrastruttura chiamata “auto-coscienza”, co-evolutasi a partire da forme di coscienza più semplici, non rappresentava più uno spartiacque ontologico, un rovesciamento gerarchico tra soggetto e oggetto, tra anima e corpo, tra uomo e natura, in cui il primo domina per diritto naturale sulla seconda.

In che modo si poteva ora essere sicuri di conoscere se stessi, se gli strumenti dell’auto-analisi si rivelavano intrinsecamente fallaci, in quanto poggiati su un’istanza non assoluta, ma relativa alle influenze e confluenze di istinti e cultura? E in che modo si poteva esser certi della propria percezione e indagine sul mondo esterno, se quella stessa indagine originava da strumenti logici e cognitivi non più considerati infallibili in quanto a-priori?

 Il comportamentismo

Un proverbio popolare recita: “fatti, non parole”, e un altro suggerisce che le persone possiamo conoscerle davvero solo guardando le loro azioni, cosa fanno, e non cosa dicono, a parole, di volere o poter fare. Questo fu forse uno dei presupposti profondi delle nuove derive del pensiero psicologico nei primi decenni del Novecento. Alla crisi della coscienza aperta in campo psicologico, inaugurata dalla psicoanalisi, si aggiungeva la sostanziale impossibilità tecnica di conoscere la mente e di inquadrarla da un punto di vista realmente scientifico.

In mancanza di strumenti che consentissero di osservare oggettivamente un cervello al lavoro, l’unica conoscenza certa proveniva, appunto, dai “fatti”, ovvero dal comportamento individuale empiricamente osservabile dall’esterno. Da un punto di vista scientifico, secondo gli esponenti di questa concezione, i comportamentisti Watson e Skinner, coscienza e pensiero erano ininfluenti: essi potevano essere considerati dei meri epifenomeni, delle manifestazioni accidentali e non informative del cervello, che non aggiungevano nulla al suo funzionamento.

Questa forma di riduzionismo “avido”, in quanto tendeva a tagliare via una fetta troppo profonda di individuo, muoveva però da presupposti necessari: fare piazza pulita delle astrazioni metafisiche, liberarsi degli psicologismi immateriali propugnati da troppe teorie psicologiche impegnate a flirtare con lo spiritualismo.

Secondo i comportamentisti, insomma, non era necessario porre il “soggetto” come oggetto d’indagine, come proponevano gli psicologi del profondo. Era sufficiente attenersi alla superficie estrema, al comportamento, per comprendere e agire sulla personalità degli individui. Il comportamento si estrinsecava attraverso il movimento, secondo schemi prestabiliti di stimolo e risposta. Questi pattern erano oggettivi e verificabili, ripetibili in laboratorio sia sugli animali che sugli esseri umani.

Ma il comportamento poteva essere non solo osservato, ma anche influenzato e manipolato. Celebre è l’affermazione di Watson secondo cui, avendo a disposizione un gruppo di bambini inseriti in un ambiente specifico, sarebbe stato possibile fare di “ognuno di essi uno specialista a piacere – un medico, un avvocato, un artista, un manager oppure perfino un mendicante o un ladro – a prescindere dal suo talento, dalla sua vocazione, dalle tradizioni della sua famiglia e dalle sue attitudini, tendenze, capacità”. Questo, semplicemente sulla base degli input ambientali.

Il comportamentismo, dunque, concepiva l’individuo come un prodotto necessario del suo contesto socio-culturale. Inizialmente il soggetto era una tabula rasa, perfettamente malleabile in base agli stimoli ricevuti. In quest’ottica, anche le predisposizioni genetiche sarebbero state completamente soggette alla potenza correttiva e plasmante dell’ambiente.

Successivamente, però, alcuni teorici si resero conto che nello schema binario di Watson c’era qualcosa di troppo semplice. Tra stimolo e risposta non correva sempre una linea diritta e automatica: talvolta intervenivano ulteriori variabili a modificare, anche profondamente, l’equazione del feedback. In altre parole, l’individuo non era uno specchio fedele dei suoi stimoli: essi venivano elaborati dal cervello e mediati da una serie di presupposti genetici, culturali e individuali.  Ecco che il fantasma dell’interpretazione, uscito di scena dalla porta, rientrava dalla finestra. Uno stesso stimolo può essere “letto” in modo diverso da due individui che dispongono di un background non solo ambientale, ma anche genetico differente.

Per comprendere appieno il funzionamento individuale, dunque, era necessario includere anche le variabili cognitive. Una sfida che il comportamentismo, da solo, non sembrava in grado di affrontare. Tuttavia, questo paradigma psicologico, con tutti i suoi limiti, si rivelò fondamentale per aggiornare il linguaggio scientifico e gli studi sulla mente e sul cervello. Un ulteriore step era stato compiuto: non era più possibile considerare la mente, la coscienza, persino l’inconscio, come entità astratte e disincarnate.

Era necessario proseguire lungo l’impervio percorso di riunificazione dell’antitesi fondamentale, quella tra mente e corpo.

 

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