Il progresso delle scienze della mente (2di3)

 Freud e la psicoanalisi

Uno dei contributi più originali – e controversi – allo studio scientifico della mente umana venne da Sigmund Freud.

Formatosi in medicina, ma accanito lettore di testi classici e di filosofia teutonica, Freud cambiò per sempre il modo di guardare alla psicologia dell’uomo. Nel corso della sua esperienza medica, egli si interessò sempre più a quei pazienti psichiatrici che presentavano sintomi nervosi rispetto ai quali la strada diagnostica organicista si stava rivelando insufficiente.

Sul piano teorico, i primi lavori di Freud, scritti insieme al suo collega e sostenitore Breuer, risentivano dell’influenza delle coeve indagini di Charchot e Jenet sul trauma, che per la prima volta veniva identificato come un vissuto doloroso rimosso o dis-integrato dalla coscienza, e non come la conseguenza di una lesione organica. I vissuti rimossi potevano essere rievocati tramite tecniche di ipnosi regressiva, che consentiva di riportare alla mente il momento traumatico.

Secondo Freud, tali contenuti, di natura sessuale e aggressiva, erano inaccettabili per la coscienza perché sfidavano i tabù della società civile e richiedevano dunque, per il benessere del consorzio sociale e per il funzionamento pubblico ma anche privato dell’individuo, di essere repressi, negati e rimossi. Molti casi di isteria, secondo il medico austriaco, potevano essere spiegati non ricorrendo a una lesione organica, bensì a un processo di rimozione delle pulsioni sessuali.

Tuttavia, Freud riteneva che questi contenuti rimossi, “discesi” in zone della mente inaccessibili alla coscienza, in virtù della loro pregnanza e ingombranza, “riemergessero” anche in altre forme e all’interno della vita quotidiana dei pazienti e delle persone comuni. Ad esempio tramite lapsus, atti mancati e associazioni di idee, e soprattutto attraverso i sogni, che celavano sotto un contenuto manifesto bizzarro e incoerente elementi che risultavano inaccettabili per la mente cosciente e che venivano, dunque, “censurati”, tradotti in simboli che presentavano delle affinità col contenuto implicito ma che necessitavano di essere sciolti dal lavoro dell’analista.

La mente, dunque, cessava di essere uno specchio diretto e oggettivo dei pensieri e assumeva connotati magmatici e simbolici, fatti di sovradeterminazioni e trasduzioni di senso. Non vi era più consonanza neppure all’interno di una stessa psiche, che appariva scissa, combattuta tra istinti veicolati da forze contrapposte, come la natura e la cultura.

Il medico, allo stesso tempo, smetteva i panni di mero compilatore di sintomi, annotando la fenomenologia del disturbo e rintracciandovi un filo diretto con le lesioni organiche, e indossava l’abito dell’investigatore e dell’interprete, che poteva approfondire il disagio mentale solo per via indiretta e attraverso il colloquio col soggetto e non più solo col suo corpo. Mente e corpo, psiche e soma, acquisivano dunque una nuova correlazione.

Tuttavia, questo modello di indagine presupponeva una tripartizione della psiche: oltre alla coscienza e all’inconscio, vi era una terza struttura liminare, che ragionava in modo simile alla coscienza, ma tuttavia era in grado di connettersi anche al contenuto inconscio.

Questa visione gettava un ulteriore squarcio nella concezione tradizionale e dualistica della psicologia umana, perché apriva a due implicazioni paradossali: da un lato, la coscienza non aveva che un arbitrio relativo sugli istinti e sulle pulsioni, che non venivano cancellate, ma semplicemente spostate o sublimate; dall’altro, la coscienza stessa risultava una conseguenza delle sue rimozioni, così come l’Io non era un’essenza a-temporale e metafisica, bensì un prodotto delle spinte conflittuali delle pulsioni biologiche, da un lato, e dei diktat civili, dall’altro, rispetto ai quali era costretto costantemente a mediare.

La coscienza, insomma, era figlia dell’inconscio, e veniva ininterrottamente agita da forze sulle quali non era in grado di esercitare un potere diretto. Anzi, paradossalmente, proprio l’eccessiva censura, la rigidità dei vincoli morali, rappresentavano la prima causa delle patologie della psiche. Non solo i malati non erano vittime di forze immateriali e oscure, ma non erano neppure quegli individui abietti e immorali, privi di qualsivoglia forma di pudore, descritti per secoli dalla medicina filo-teologica.

In questo modo, sia l’impatto del meccanicismo medico, sia quello del dualismo teologico, che implicava come il male dell’anima fosse pertinenza esclusiva della Chiesa, venivano messi in scacco.

Senza addentrarsi oltre nella vasta e complessa architettura della psicoanalisi freudiana, è qui importante rilevare come la rivoluzione apportata dal pensiero di Freud non sia arrivata per caso, ma sia stata il frutto di linee di pensiero convergenti.

La fine della separazione dualistica tra uomo e natura, e tra mente e corpo, messa in atto da Darwin, aveva di fatto spalancato le porte a una nuova naturalizzazione della mente umana. Parimenti, gli studi dei neurologi sul cervello avevano chiarito che larga parte dell’anatomia cerebrale umana era in comune con quella degli altri mammiferi complessi, inducendo a pensare che molti comportamenti riflessi potessero avere una base biologica. Di lì, a poco gli studi dei neo-darwinisti e dei genetisti mendeliani avrebbero chiarito che anche l’uomo, come ogni altra forma di vita, è soggetto all’influenza dei geni.

Ma Freud, oltre ad aver conosciuto il darwinismo nei suoi ripetuti soggiorni in terra inglese, elaborò le sue celebri idee sulla psicologia del profondo anche grazie al retroterra culturale tedesco, che a lungo aveva preparato il terreno per una concettualizzazione scientifica ed empirica dell’inconscio. In campo letterario, ad esempio, Goethe aveva presentato sfumature della mente umana che debordavano oltre la rassicurante prima persona del cogito cartesiano.

Parimenti, in filosofia, prima Schopenhauer e poi Nietzsche avevano indagato questa oscura istanza alternativa all’io pensante. Il primo aveva sottolineato come, fondamentalmente, ogni individuo esprimesse la volontà della propria specie – e della vita stessa – di propagarsi, rispetto alla quale molte azioni cosiddette “alte”, come l’arte e i componimenti poetici, non rappresentano che un riflesso, una sublimazione.

Accanto alla volontà di vivere e propagare la specie, Nietzsche aveva posto la coazione ad affermare se stessi, la volontà di potenza come forma suprema di individuazione. Proprio la volontà di potenza era stata l’oggetto del contendere tra il filosofo tedesco e i naturalisti inglesi, accusati di propagandare una filosofia naturale fondata sull’adattamento, la cooperazione e la simpatia, in luogo della sopraffazione intrinseca, vista come antidoto anche sociale alla domesticazione degli istinti e delle volontà.

Anche tra gli stessi inglesi vi era stato chi, come Francis Galton, proprio sulla scorta delle pubblicazioni di suo cugino Charles Darwin, aveva evidenziato come la coscienza umana si nutrisse di un contenuto che veniva rinnovato costantemente, presentandosi alla mente in modo chiaro e rigoroso, e dunque smascherando la presenza di uno “strato” ulteriore, un magma entro il quale i nuovi pensieri venivano mescolati e forgiati in attesa di essere messi in luce ed enucleati dalla ragione.

Rispetto a filosofi, scrittori e intellettuali, tuttavia, Freud era desideroso di fondare delle conoscenze empiricamente più solide, su cui fosse possibile intervenire anche dal punto di vista medico e umano. Della filosofia andava respinta l’ideologia sottesa, la “visione del mondo” come prospettiva alternativa a un’indagine approfondita della fenomenologia della mente. Una delle prove di questo invischiamento tra il medico e il paziente era rappresentato, ad esempio, dal fenomeno del transfert e del contro-transfert.

Nonostante ciò, oggi la psicoanalisi non viene ritenuta una scienza: nessuno dei costrutti freudiani è stato felicemente sottoposto a operazionalizzazione, e non è possibile falsificare, secondo gli standard popperiani, questa disciplina. Anche i meriti effettivi sul piano del trattamento dei malati sono ampiamente discussi, discussioni ulteriormente alimentate dall’eterogeneità attuale delle pratiche psicanalitiche, conseguente a una diffusione e differenziazione capillare di tale disciplina.

Concetti come il complesso di Edipo, una delle architravi del pensiero psicoanalitico, faticano dunque a trovare una giustificazione sul piano scientifico. Si tratta di processi genetici, favoriti dai programmi veicolati dalla selezione naturale? E se sì, a quale scopo? Oppure si tratta di memi, incistati come parassiti nella mente? Ma a quel punto, verrebbe meno la loro universalità, in quanto si tratterebbe di costrutti appresi dall’ambiente.

Oppure è possibile indicare una terza via tra natura e cultura, una strada meta-psicologica, di costruzione relazionale della mente? Ma a quale prezzo, specie se si considera che l’organizzazione della psiche nei bambini non può essere “pilotata” in modo puntuale e volontario né dall’autocoscienza né dalla coscienza altrui?

Il fatto che il pensiero e la psiche si strutturassero in modo conflittuale ma coerente, dando vita a qualcosa di ordinato e non caotico, in un’età in cui la leva della coscienza era secondaria, implicava l’agenzia dei geni e della biologia. Ma a quel punto si tornava al problema originario: posta l’ammissibilità del principio del piacere, che riveste un vantaggio economico per l’organismo, in quanto mira a scaricare le pulsioni e ripristinare l’equilibrio omeostatico, di quale vantaggio evoluzionistico ed economico disporrebbe il complesso di Edipo?

Con solo alcune recenti eccezioni, rappresentate da scienziati come Peter Fonagy, la psicoanalisi non ha mai neppure tentato di rispondere a queste domande, ponendosi quasi sempre in una prospettiva di scontro e non di confronto con l’indagine scientifica.

Di conseguenza, anche i giudizi sul contributo effettivo di Freud alla comprensione della mente umana sono contrastanti. I detrattori fanno notare che le sue concezioni scientifiche fossero poco aggiornate o addirittura, per molti versi, dannose già rispetto alle conoscenze dell’epoca.

Malgrado Freud avesse indicato nello studio scientifico dei processi mentali la via da seguire, in attesa di poter sostituire a entità astratte come “Conscio”, “Preconscio” e “Inconscio” le specifiche e rispettive aree cerebrali, i suoi eredi hanno preferito arroccarsi in una concezione alternativa a quella neurofisiologica. D’altra parte, la fine di ogni essenzialismo mentale e la crisi delle teorie frenologiche hanno messo in discussione l’idea che la mente sia costituita da un puzzle coerente di aree cerebrali: come si vedrà nel prosieguo di questo percorso di approfondimento, le cose non sono così semplici.

I sostenitori del pensiero freudiano, viceversa, gli riconoscono il merito di aver concettualizzato per primo l’inconscio, sia pure in termini ancora molto filosofici ed essenzialistici. Uno dei paradossi della psicoanalisi è che oggi, sebbene il suo creatore fosse convinto di operare al di fuori dei limiti teoretici ed empirici della filosofia, Freud viene studiato con maggiore interesse nei corsi di filosofia che non all’interno delle facoltà di psicologia.

Forse proprio la filosofia e la storia della scienza possono aiutare a contestualizzare meglio il pensiero freudiano, al di là delle partigianerie estremistiche di scettici e seguaci. Ad esempio aiutandoci a comprendere come l’attenzione posta sulla sessualità non fosse solo un’ossessione del medico austriaco, ma il riflesso di una società, come quella vittoriana, profondamente improntata sull’etichetta e la morigeratezza. Anche la psicoanalisi, insomma, è soggetta ai protocolli storici, non fosse altro per via della diversa strutturazione del cosiddetto Super-Io a seconda delle epoche e delle culture.

L’impalcatura psicoanalitica si reggeva, in ogni caso, su alcuni presupposti intriganti: da un lato, sebbene fosse impossibile provare la validità dei suoi assunti, era anche difficile provare l’inattendibilità di alcuni presupposti, ampiamente evidenziati dai primi testi freudiani. Inoltre, fondamentalmente, qualsiasi attacco alla disciplina poteva essere letto come un tentativo inconscio di negazione e rimozione del materiale pruriginoso e intimo che il freudismo aveva scoperchiato. Ciò non faceva, però, che rinchiudere la psicoanalisi nel bunker di un solipsismo autoreferenziale.

E tuttavia il pensiero freudiano, al di là delle concettualizzazioni ardite e che appaiono ormai sradicate da ogni presupposto scientifico, presenta svariati elementi e spunti di riflessione degni di nota. Che dire della diagnosi di narcisismo del pensiero occidentale, convinto di poggiare sulla metafisica aprioristica dell’anima, alla quale Darwin, secondo il medico austriaco, inflisse un duro colpo rivelando invece le nostre ascendenze biologiche e istintuali?

Proprio la dimensione biologica, più ancora della sfera incestuosa, della pulsione di morte e del relativismo relazionale e affettivo, sembra essere la vera pietra dello scandalo, che di fatto portò gli psicoanalisi successivi a distaccarsi da Freud, rigettandolo proprio a causa del suo “riduzionismo biologico“, proprio quella componente che più di tutte teneva legata la zattera della psicoanalisi al continente della ricerca scientifica.

Malgrado Freud auspicasse una maggiore scientificità per la psicoanalisi futura, i suoi eredi portarono il piano del discorso sempre più sul metapsicologico, operando, ironicamente, una sorta di “omicidio del padre”, memori del fantasma dell’organicismo o forse desiderosi di ristabilire una qualche forma di dualismo, stavolta tra mente e cervello. Ciò ha di fatto scollegato sempre più il discorso psicoanalitico sia dall’evoluzionismo che dagli studi di neuropsicologia.

A partire da Jung, insomma, tutti i figli e figliastri del padre della psicoanalisi cercarono di tagliare i fili ricuciti da Freud – in linea con quanto fatto da Darwin – tra l’uomo e la specie, occupandosi di far rientrare dalla finestra le sovrastrutture dell’identità, del libero arbitrio e della realizzazione personale uscite dalla porta del freudismo. Il quale, pragmaticamente, negava l’individualità (la persona è sempre intrinsecamente scissa), la libertà (non siamo agenti, ma agiti) e la crescita umana (non esiste un vero equilibrio, una netta linea di demarcazione tra malato e sano, tra felice e infelice).

Anche la mirabile definizione del principio del piacere, a suo modo sovrapponibile alla moderna concezione di omeostasi, è stata sostituita da costrutti psicoanalitici disincarnati, che spesso non tenevano neppure conto delle più basilari regole di economia biologica ed evoluzionistica nell’architettura della mente umana.

Tuttavia, il giudizio storico su Freud e sulla psicoanalisi non può essere né di totale ed entusiastica accoglienza, né di aprioristico e brutale rifiuto. Il contributo del padre della psicologia di profondo, così come di alcuni suoi successori, permise di fare ulteriore chiarezza sul modo in cui l’uomo guarda a se stesso, e anche laddove tali contributi non ci dicano più molto sulla reale sostanza dei nostri pensieri, possono ancora illuminarci sulla loro forma segreta.

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