L’origine dell’Uomo di Darwin

Come nel caso dell’evoluzione animale e vegetale, era stata una commistione di prudenza e buonsenso vittoriano a trattenere Darwin dall’esprimere più apertamente il proprio punto di vista sulla storia evolutiva umana. Contrariamente a quindici anni prima, però, stavolta Darwin agì spinto dalla paura che il messaggio di Wallace ingenerasse fraintendimenti a cascata sulla selezione naturale e il suo ruolo nello sviluppo della psicologia umana.

Inoltre, il successo dell’opera sulla discendenza comune lo aveva incoraggiato a portare avanti la sua indagine, a estenderla dove possibile e senza smussarne le implicazioni. Si trattava ancora una volta di fare un passo in direzione del capovolgimento di senso, di quel ribaltamento della prospettiva platonica di cui Darwin era pienamente consapevole: «Platone dice nel Fedone che le nostre ‘idee necessarie’ derivano dall’esistenza anteriore, non sono originate dall’esperienza», sintetizzò una volta. Aggiungendo: «Leggi ‘scimmie’ al posto di esistenza anteriore».

L’origine dell’uomo e la selezione sessuale uscì nel 1871 come prosecuzione ideale de L’origine delle specie. Si trattava di un’opera che presentava gli stessi pregi e difetti della precedente, ma che alzava decisamente l’asticella dello scontro col senso comune: la prima parte del saggio, infatti, quella dedicata all’evoluzione della specie umana, pone anzitutto le basi biologiche del discorso – attraverso il ricorso alle analogie a livello embrionale e anatomico tra l’uomo e le scimmie a lui più vicine, i primati, con differenze risibili che andranno ad aumentare solo nelle fasi successive dello sviluppo – per poi affrontare un autentico percorso genealogico-antropologico nel tentativo di dimostrare quanto già anticipato nell’explicit de L’origine.

Ovvero, che le facoltà mentali umane, l’identità, il senso del bene, del bello, e l’altruismo e l’intelligenza e l’amore, ciò che in teoria ci distingue da ogni altra specie, possono viceversa essere interamente spiegate a partire dalla loro ascendenza animale, o in altre parole dalla loro necessità adattativa, a metà strada tra competizione e cooperazione, istinti simpatetici e gerarchici, senza ricorrere a disegni sovrannaturali, a cause prime e destinazioni finali.

La coscienza stessa non era più agli occhi di Darwin una prerogativa dell’uomo: molti animali complessi manifestano una forma primitiva di individualità, e un gruppo più ristretto anche una sorta di proto-linguaggio. In questo ecosistema di continuità cerebrale erano nate le prime scimmie antropomorfe, e dall’humus della selezione naturale l’uomo si era poi gradualmente e ulteriormente elevato, attraverso il linguaggio e la tecnica (correttamente Darwin individua nella padronanza del fuoco il primo stadio della civiltà), dando vita alla trasmissione della propria eredità culturale e infine a una nuova forma di selezione.

È quindi indubbio che il linguaggio e la tecnica abbiano agito come anelli di retroazione sul cervello, favorendone lo sviluppo e l’arricchimento all’interno di quella che Darwin chiama coevoluzione, e che l’attuale differenza intellettuale intercorrente tra noi e gli altri animali – tra noi e le scimmie, semplificarono già allora entrambe le fazioni –, per quanto immensa, è solo di grado, quantitativa, non di genere o qualitativa.

Ancora una volta, Darwin era pienamente consapevole della posta in gioco: si trattava di naturalizzare l’anima, di rispiegare sulla base di presupposti totalmente altri quanto da secoli sia gli intellettuali che la gente comune attribuivano in ultima analisi a Dio, o tutt’al più a una non meglio precisata istanza a lui alternativa ma complementare. A una visione essenzialistica e calata dall’alto delle facoltà mentali si sostituiva già una prospettiva di ascensione e convergenza degli istinti.

In quel programmatico «molta luce sarà fatta» esplicitato ne L’origine delle specie era già implicito l’obiettivo ultimo della nascente scienza evoluzionistica: ridefinire le coordinate di pensiero alla base del modo di percepire – e percepirsi – di ogni individuo; dimostrare come l’identità, i desideri, i dilemmi morali non sono la conseguenza di un disegno demiurgico a monte, ma il risultato di processi che emergono dal basso, e che da queste stesse radici selettive possono essere interamente spiegati. Senza tirare in ballo creazioni speciali, eventi miracolistici e tantomeno evoluzionismi verticali che incoronano l’uomo a sovrano del regno animale.

La svolta epistemologica di Darwin, se già si era annunciata come rivoluzionaria ai tempi de L’origine delle specie, ora rischiava di diventare qualcosa di ancora più grande e terribile: una visione eversiva, pericolosa, ai limiti del terroristico. In una parola: un nichilismo.

 

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