Verso un nuovo paradigma dei processi mentali?

Come approfondito negli ultimi articoli, negli ultimi vent’anni gli studi sui processi mentali si sono arricchiti grazie alla convergenza – e alla divergenza – di diverse prospettive, come il modello computazionale, il modello embodied e quello esternalista, che rintraccia nell’interazione con l’ambiente esterno – e in particolare con le altre menti – il principale fattore causale che innesca lo sviluppo del pensiero nell’individuo. Sebbene questi diversi approcci appaiano differenti e forse anche inconciliabili, sarebbe sbagliato supporre che il panorama degli studi sui processi cerebrali rifletta questa contrapposizione.

In realtà, nessun modello si è ancora affermato con tanta forza da appiattire tutti gli altri e da costringere i ricercatori a escludere spiegazioni alternative. Questo anche perché le ricerche svolte sono sempre più focalizzate sul funzionamento di processi specifici, piuttosto che sulla ricostruzione di un quadro d’insieme. Anche l’approccio embodied, che comunque è attualmente il modello principe nelle neuroscienze, fa comunque riferimento a dei parametri flessibili, che vengono impiegati più come sfondo che come presupposto metodologico tout-court. D’altra parte, la prospettiva computazionale, sebbene molto formalistica, presenta alcuni concetti difficilmente smentibili.

 Shakespeare è un algoritmo?

Ad esempio, l’idea che qualsiasi pensiero o azione – anche guidati da un ragionamento inconscio – sia frutto di un processo di calcolo, di una “computazione”, appunto. Sebbene possa apparirci assurdo, e forse anche vagamente inquietante, oggi sappiamo che qualsiasi pensiero ed emozione è frutto di processi computati dal cervello. E’ vero che il cervello non è da solo nell’elaborazione di queste “equazioni biologiche”: esso integra i dati provenienti dall’ambiente, gli stimoli afferenti dal corpo, ed è soggetto ai limiti fisici che condizionano i processi di ragionamento implicito dell’hardware.

La temperatura della stanza in cui ci troviamo, il nostro stato di salute e di sazietà, finanche la posizione del nostro corpo: tutto influenza la genesi e la direzione dei nostri pensieri, condiziona il nostro umore e le scelte che compiamo nel corso della giornata. Questo vasto scenario di interazioni, governato all’interno del nostro organismo da un complesso intreccio di leggi fisico-chimiche, influisce sul nostro senso del “sé” e determina la nostra identità e il senso delle nostre percezioni. Ci costituisce più profondamente di quanto osiamo ammettere e immaginare.

Non esiste, dunque, una mente “astratta”, scollegata dal corpo e dai suoi vincoli. Allo stesso tempo, però, la sostanza non cambia: quando si afferma che “Shakespeare è un algoritmo”, si intende che anche i componimenti artistici, la creazione e la percezione estetica, sono creazioni della logica. Pensiamo alla musica, una forma sensoriale di matematica che per attivare i centri di piacere segue precise regole. Ma persino le emozioni, i sentimenti e l’individuo stesso che li fabbrica, sono a loro volta il prodotto di processi ciechi, logico-formali.

Certo, essi sono inscatolati in un cervello fisico, in un corpo, in un contesto socio-culturale e affettivo, ma questi stessi presupposti non annullano, ma semmai estendono la prospettiva computazionale permettendoci di comprendere come anche il nostro ambiente, artificialmente selezionato, sia il prodotto di processi di tipo logico, di equazioni e calcoli inconsapevoli che guidano il comportamento complesso di ogni forma di vita.

Può sembrare paradossale pensare che anche le emozioni e i sentimenti, come l’amore, seguano un qualche schema “logico”. Ma è in effetti la nostra concezione di logica a essere troppo limitata: l’inciso pascaliano “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” è vero nel senso che effettivamente il cuore, ma sarebbe meglio dire il nostro sistema limbico e le aree corticali deputate all’elaborazione e al controllo delle emozioni, “ragionano”, anche quando non ce ne rendiamo conto, producendo un sentimento come risultato di un complesso processo di elaborazione dei dati.

E per di più vi è molta intelligenza in questo processo – un’intelligenza distribuita, giacché ogni componente è di per sé stupida e priva di coscienza, ma che nondimeno, nel suo insieme, dà vita a schemi di risposta complessi, che impegnano tutta l’intelligenza e l’acume degli scienziati per poter essere compresi e divulgati.

Ma il paradosso dei paradossi è forse legato alle possibilità stesse di conoscenza, all’epistemologia relativa al nostro corpo, alla nostra mente e, per estensione, al mondo e allo spazio che ci circonda. Se da un lato le emozioni non sono che equazioni subcorticali, dall’altro lato il pensiero cosciente, la ragione, il concetto, sono fatti della stessa pasta, sono il prodotto di quelle stesse equazioni e come tali non possono più ambire a vantare un distacco oggettivo, un’effettiva lucidità e alterità rispetto ai sentimenti. Per usare le parole di un commentatore, si può dunque parlare di una vera e propria “computazione morfologica”.

 Conoscenza vs Sopravvivenza?

Era dunque necessario che, da un lato, lo studio sulla mente umana si arricchisse dell’impostazione “incarnata”, che ha avuto il principale merito di rilegare la mente alle strutture cerebrali, il cervello al corpo e il corpo all’ambiente, sottolineando inoltre la stretta relazione esistente tra emozioni e ragionamento. Mentre, dall’altro lato, è stato necessario conservare alcuni dei presupposti propri dell’approccio funzionalista e cognitivista e continuare a considerare il cervello come un elaboratore di informazioni, riducibili a proprietà logico-formali che vengono computate attraverso la coordinazione e la cooperazione delle diverse aree cerebrali.

Questo pone anche alcune discipline scientifiche di fronte a un muro invalicabile: oltre un certo punto, sarà impossibile, almeno per gli schemi percettivi ed ermeneutici umani, afferrare la “vera trama” dell’universo. Non bisogna dimenticare che una delle grandi lezioni del modello incarnato, e uno dei punti di scontro più profondi con i teorici computazionali, è legata all’influenza che le nostre strutture, frutto di un’evoluzione durata miliardi di anni e da sempre finalizzata alla conservazione e alla replicazione del proprio corredo genetico, esercitano sulle nostre funzioni cerebrali e dunque sui nostri pensieri.

Come si vedrà nell’ultimo ciclo di articoli di questo sito, attualmente i ricercatori ritengono che proprio la fitness, la capacità di adattamento all’ambiente, un fattore chiave per la sopravvivenza degli individui, si situi all’estremo opposto dell’oggettività. In altre parole, la capacità di conservarsi e di sopravvivere e di riprodursi nel proprio ambiente ha determinato, nel corso dell’evoluzione, lo sviluppo di strutture nervose predisposte a interpretare l’ambiente secondo i presupposti adattivi.

Ma questi stessi presupposti, che sono fortemente selettivi della qualità e della tipologia di stimoli, fanno sì che per la mente umana, ultimo retaggio dell’evoluzione, sia già molto complicato comprendere le acquisizioni provenienti da discipline come la fisica quantistica e la biologia molecolare. Per questo, occorrerà una sempre maggiore capacità astrattiva – e potrebbe non bastare – per arrivare a comprendere il funzionamento dell’universo e quello del suo prodotto più complesso e paradossale: il cervello umano.

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