Mondo subatomico e libero arbitrio

Nella seconda metà del ventesimo secolo, la crescente attenzione nei confronti degli studi sulla fisica quantistica ha portato i ricercatori appartenenti ad altri campi, come la psicologia, la fisica e la biologia, a domandarsi quali fossero le connessioni tra il mondo subatomico e quello dei processi mentali.

La fisica quantistica aveva infatti scardinato molte delle convinzioni più diffuse circa il funzionamento dell’universo. L’atomo era stato scisso, in contraddizione con l’etimologia stessa del nome (sebbene Democrito, quando aveva coniato il termine, non avesse certo pensato all’atomo così come lo conosciamo). Al suo interno, era stato scoperto un mondo bizzarro, che funzionava secondo leggi alternative e non assolute, bensì relative e flessibili. Mentre nel mondo della fisica classica il movimento e le relazioni tra i corpi sembravano seguire leggi deterministiche, nella fisica dei quanti a imperare era la probabilità e persino il rapporto causa-effetto risultava problematico.

In altre parole, il mondo delle particelle subatomiche appariva, in certa misura, libero. E sebbene, una volta collassata la funzione d’onda, la natura multiforme delle particelle elementari assumesse connotati più stabili, pure la loro intrinseca fluidità si ripercuoteva anche sulla struttura macroscopica del cosmo.

Decadeva, insomma, il sogno coltivato da generazioni di scienziati di poter prima o poi fornire una descrizione esaustiva, rigorosa e precisa dei fenomeni, tale che, conoscendo le variabili e i processi costitutivi di un dato sistema e disponendo di tutte le informazioni necessarie, fosse possibile predire le conseguenze e lo sviluppo dei fenomeni nel corso del tempo. L’interpretazione di Copenaghen dimostrava invece che il mondo dei quanti funzionava per probabilità e che tale ambiguità non poteva essere aggirata né dal progresso tecnologico, né da una maggiore conoscenza dei fenomeni quantistici.

 Particelle elementari e libertà umana

L’apparente casualità dei fenomeni quantistici, come dicevamo, è ben presto divenuta l’esempio di un ambito del reale in cui le possibilità si espandevano esponenzialmente. Per questo, in molti romanzi e film di fantascienza, per spiegare ritrovati tecnologici che consentono viaggi nel tempo o attraverso le dimensioni, si ricorre spesso all’espressione “quantistico”. E diverse multinazionali sono, in effetti, al lavoro per ultimare il cosiddetto computer quantistico, il quale, sfruttando la sovrapposizione degli autostati propria del mondo subatomico, sarebbe in grado di processare a una velocità, profondità e complessità immensamente superiori a qualsiasi hardware esistente – compreso il nostro cervello.

Ma, proprio in tema di cervello e mondo subatomico, la fisica dei quanti è stata messa in relazione anche con la coscienza e l’intelligenza umana. Illustri scienziati come Roger Penrose sono arrivati a sostenere che il cervello umano sfrutti proprio i meccanismi quantistici per poter deliberare idee e sentimenti che esulano da ogni logica deterministica.

La chiave del libero arbitrio, in questo senso, sarebbe proprio la non-computabilità dei miliardi di neuroni che, nel loro insieme, danno vita all’esperienza cosciente. Tuttavia, ancora nessun autore è riuscito a spiegare in che modo i fenomeni che avvengono a livello subatomico potrebbero influenzare e conferire maggiore libertà ai fenomeni neurali, che avvengono a scale di grandezza immensamente superiori, per quanto microscopiche rispetto a noi.

Parimenti, l’idea di posizionare la coscienza, o lo “spirito”, a livello quantistico, si scontra con il fatto che mentre la definizione di coscienza è di tipo intenzionale (coscienza di qualcosa), proprio l’organizzazione probabilistica delle particelle subatomiche evidenzia l’assenza di intenzionalità e la totale casualità che permea gli elementi fondamentali della materia. Infine, l’idea stessa che siano le particelle elementari a determinare, da sole, il libero arbitrio umano, è una forma estrema di riduzionismo che, al contrario del riduzionismo neuroscientifico – che si fonda sulla relazione tra neuroni, organismo e ambientenon tiene conto dei livelli di realtà materiale superiore.

In questo senso, le più recenti definizioni formali di intelligenza sono strettamente legate al concetto di connessione. Uno dei presupposti dell’intelligenza, infatti, è la capacità di collegare e associare idee, fenomeni, eventi e oggetti in modo da formulare nuove possibilità di azione. Ciò si rifletterebbe anche a livello neuronale,nella presenza di molte reti e connessioni tra aree cerebrali diverse.

Maggiore è la comunicazione tra moduli, emisferi e aree, maggiore è la possibilità di elaborare nuovi processi mentali e di maturare differenti pensieri e punti di vista sulle cose. L’intelligenza viene dunque messa in relazione anche con l’arbitrio: gli animali seguono l’istinto, agiscono in maniera deterministica e predeterminata, mentre l’uomo è in grado di ricombinare gli elementi che fanno parte del suo paesaggio mentale e dare vita a comportamenti nuovi e creativi.

Allo stesso tempo, il cervello umano è in grado di ragionare per via euristica e intuitiva e ciò può dare luogo a pensieri e idee che apparentemente sembrano eccedere i principi logico-formali del modello computazionale. Diciamo “apparentemente” poiché, come rilevato anche da Dan Dennett, anche i processi di ragionamento euristici e basati sulla casualità, la creatività e l’intuizione rientrano comunque nella definizione di algoritmi e vengono computati, esattamente come tutti gli altri, dalla “macchina di Turing” del cervello.

In altre parole, un certo grado di deviazione dal percorso è previsto dagli stessi algoritmi ciechi che lo determinano, senza che per questo si possa effettuare un passaggio logico – e un salto ontologico – dalla causalità dei processi cerebrali alla casualità del regno quantico.

L’essere umano non sembra dunque essere dotato di un libero arbitrio assoluto, che origina direttamente dal mondo quantistico: tuttavia, l’intelligenza è in grado di sopperire formulando nuove idee e azioni che consentono di tradire il tracciato prestabilito e inaugurare nuovi percorsi e intuizioni. Quanto ci sia di realmente libero, è impossibile dire: a noi sembra che l’intelligenza e la creatività, in quanto tali, facciano uso del caso per raggiungere risultati mai del tutto casuali, ma sempre vincolati all’ambito del possibile, dell’utile, del piacevole o dell’efficace.

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