L’origine dell’universo e la prova cosmologica (1 di 2)

Proseguendo nel percorso di riflessione degli ultimi articoli, legato alle possibilità di conoscenza umane e ai confini dell’epistemologia scientifica, è possibile affrontare anche l’argomento dell’origine dell’universo. E’ bene premettere che, nel corso di questo articolo, sarà (per la prima volta in questo spazio) abbandonato il crinale dei dati scientifici per abbracciare il campo della pura speculazione.

Come molti sanno, attualmente la teoria più accreditata per spiegare l’origine dell’universo è quella del Big Bang, che descrive il momento iniziale in seguito al quale l’universo ha cominciato a espandersi. In precedenza, si suppone che tutta la materia e l’energia che compongono l’attuale l’universo fossero condensate in un volume ridottissimo, una regione infinitesimale dello spazio attuale, la cosiddetta singolarità. Dunque, questa teoria non consente di spiegare effettivamente le condizioni dell’universo precedentemente a questa enorme esplosione, che ha determinato il processo di espansione in atto da oltre 13 miliardi di anni.

Una delle difficoltà legate allo spiegare cosa ci fosse prima di tutto questo, è anche connessa all’idea stessa di tempo. Dopo Einstein, sappiamo che il tempo non è concepibile distintamente dallo spazio, e che tempo e spazio sono in realtà due facce dello spazio-tempo. Dunque, prima che esistesse lo spazio, sul piano teorico non esisteva propriamente nessun “prima”, nessun tempo precedente. Inoltre, posto che sia esistito qualcosa di fisico precedentemente al Big Bang, esso non è comunque rilevabile allo stato attuale delle cose, e sembra non aver avuto alcuna influenza diretta sulla configurazione assunta dall’universo negli ultimi 13,7 miliardi di anni, motivo per cui i ricercatori considerano meno interessante lo studio di ciò che è successo prima degli ultimi 13,7 miliardi di anni, rispetto a ciò che è successo dopo.

Una teoria che ha incontrato notevole successo negli ultimi anni è quella del Big Crunch, un processo considerato simmetrico a quello del Big Bang. Secondo questa teoria, superata una certa soglia di espansione, l’universo inizierà irresistibilmente a collassare su stesso, restringendosi sempre di più, a causa della pressione delle forze gravitazionali.

Questo modello ha portato alcuni autori a ipotizzare che l’universo segua un andamento di espansione e collasso ciclico, in cui dal Big Bang si arriva al Big Crunch per poi ritornare a una nuova condizione di densità infinita e ricominciare da capo il processo. In realtà, questa teoria non dispone di sufficienti prove a favore e rimangono ancora da definire molti aspetti decisivi, tra cui il ruolo della forza di gravità. Inoltre, non è affatto detto che, in caso di Big Crunch, l’universo ritorni necessariamente alle condizioni di densità descritte come necessarie per dare luogo a un nuovo Big Bang.

Questo breve excursus aiuta a comprendere come attualmente non esista una sola teoria universalmente accettata circa la reale origine dell’universo. Il Big Bang può rendere conto dell’istante esatto in cui il processo di espansione ha avuto inizio, ma non può dirci molto su cosa ci fosse prima, ammesso che ci fosse qualcosa. Le incertezze conseguenti a questo quadro hanno dato adito ad alcune ipotesi metafisiche, portando i teologi illuminati a ipotizzare che, se il Big Bang rappresenta il punto di inizio del processo di espansione dell’universo, e non la sua stessa creazione, sia ancora possibile far risalire a Dio l’inizio di tale processo.

Questo ragionamento è coerente con la cosiddetta prova cosmologica, l’idea secondo cui, risalendo a ritroso la catena di cause ed effetti fino al momento iniziale, sia necessario attribuire a Dio la causa prima, il motore, l’origine di tutto ciò che c’è. Se le stesse conoscenze fisiche a nostra disposizione non consentono di spiegare cosa ci fosse prima del Big Bang, infatti, in via del tutto teorica è lecito ipotizzare che qualcosa abbia dato inizio a tutto, e che il Big Bang sia solo una conseguenza di questo qualcosa iniziale.

La prova cosmologica permette anche di rispondere a un’altra domanda: perché c’è l’universo e non il nulla? Questa domanda non è affatto ingenua e banale come sembra. Ponendo l’assenza di qualsivoglia divinità, resta completamente aperta la domanda sul perché si sia formato l’universo e al suo posto non vi sia, semplicemente, il nulla. L’assenza infinita di qualsiasi cosa sarebbe molto più in linea, asseriscono i teologi, con una spiegazione scientifica degli eventi: se non c’è niente al di fuori della materia, perché esiste la materia? Come ha fatto crearsi in primo luogo? Da cosa sarebbe scaturito il Big Bang? Indubbiamente, bisogna ammettere che il nulla eterno sarebbe una soluzione molto più elegante al problema dell’esistenza dell’universo. E d’altra parte, se prima dell’universo c’era il nulla, come ha fatto questo nulla, nella sua perfezione, a essere sporcato dalla singolarità da cui è scaturito il cosmo?

Tuttavia, si dà il caso che il concetto di nulla, da noi così intuitivamente comprensibile, non lo sia altrettanto sul piano scientifico. Di fatto, anche filosoficamente, il nulla non è, il nulla non esiste, o per meglio dire esiste in rapporto a qualcosa che non esiste. Spieghiamoci meglio. Uno dei motivi per cui si riflette sul nulla è legato al nostro stato di coscienza. Cartesio sosteneva che l’esistenza è intrinsecamente connessa all’essere coscienti di esistere (cogito ergo sum). Secondo questo criterio, solo chi è in grado di pensarsi esistere, esiste effettivamente. Abbiamo già spiegato come mai, sul piano epistemologico, Cartesio sbagliasse. Ma restiamo sul binomio essere-nulla, in cui lo spartiacque è rappresentato dalla coscienza.

Se seguiamo il ragionamento del filosofo francese, dovrebbe dedurre che tutte le notti, mentre dormiamo in un sonno profondo, sperimentiamo una sorta di nulla, di assenza a noi stessi. In questo senso, il nulla esiste certamente, e si codifica come assenza di coscienza. Tuttavia, all’assenza di coscienza non si affianca un’assenza totale di materia. Noi continuiamo a esistere a livello biologico, anche se non ne abbiamo coscienza. Allo stesso modo, la morte implica la fine di ogni stato di coscienza, il suo nulla, e anche la fine dei parametri che definiscono la materia organica “vivente”, ma nondimeno il corpo continua, se non ad esistere, comunque a “esserci”, sul piano materiale, fisico-chimico, almeno finché non si è decomposto.

La scienza ci ha insegnato a precisare concetti e fenomeni altrimenti confusi e astratti, ma anche a mettere in discussione concetti apparentemente esatti e precisi. Ad esempio, il concetto di vuoto, inteso come spazio fisico privo di qualsivoglia elemento materiale, non ha corrispettivi reali, nell’universo, poiché anche nel vuoto più totale, è possibile cogliere delle vibrazioni quantistiche. Allo stesso modo, il nulla potrebbe essere una condizione del tutto soggettiva, e in realtà inesistente sul piano materiale. Ciò potrebbe spiegare l’esistenza dell’universo: semplicemente, non erano possibili alternative. Ma secondo quali condizioni di possibilità? Ancora una volta, si ritorna al punto di partenza: perché non c’erano alternative? Perché non c’è nulla, e c’è invece l’universo?

Insomma, questa spiegazione ancora non ci soddisfa. Anche ponendo che prima di questo universo non ci fosse il nulla, ma qualcos’altro – magari un’altro universo che, collassato su sé stesso, abbia poi dato origine al Big Bang e al nostro universo, anche ponendo tutto questo, resterebbe da capire cosa c’era prima di quell’universo. E prima ancora, e prima ancora. Si entrerebbe in una sorta di loop, di anello causale, in cui ogni universo attuale è preceduto da altre configurazioni di materia, altri universi precedenti, e così all’infinito. Una sorta di “eterno ritorno” nicciano.

Per questo la prova cosmologica mantiene inalterato il suo fascino: perché permette, allo stesso tempo, di porre un vero e proprio punto di origine, una causa iniziale, non aggirabile, e allo stesso tempo identificarla con un’entità esterna all’universo, onnipotente e intenzionale: Dio.

L’idea di Dio come ultima àncora per spiegare l’origine dell’universo conosciuto, dunque? Abbiamo in qualche modo trovato uno dei limiti non solo empirici, ma anche filosofici ed epistemologici del pensiero scientifico, oltre il quale la ragione si arresta e collassa e può subentrare solo la fede? Oppure c’è qualcosa che ancora non è stato considerato, e che potrebbe mettere in crisi le argomentazioni teologiche e metafisiche esattamente come l’idea di origine mette in crisi le certezze scientifiche?

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