Localizzare la coscienza

Col progresso delle neuroscienze e l’avvento delle nuove tecniche di studio del cervello, i ricercatori sono sempre più interessati a “localizzare” la coscienza, ovvero a capire in quali aree del cervello essa si situi. Non si tratta, in realtà, di un obiettivo nuovo. Come abbiamo visto, fin dagli studi pionieristici di psicologia, uno degli obiettivi era quello di localizzare le aree corrispondenti a ciascuna delle principali facoltà umane. La frenologia riteneva anzi che anche la forma del cervello e del cranio degli individui indicasse la presenza e l’intensità di determinate qualità.

Anche dopo la fine dell’organicismo, gli studi sulle aree del cervello e sulle facoltà ad esse associate sono proseguiti speditamente nel corso di tutto il Novecento. Grazie soprattutto alle ricerche condotte sui pazienti che avevano subito lesioni encefaliche circoscritte ad alcune aree, era possibile valutare in che modo il comportamento era influenzato dal danneggiamento o dalla rimozione di queste aree e, dunque, inferire il loro contributo all’emergenza di facoltà come il linguaggio, la memoria e il ragionamento. Il famoso caso di Phineas Gage, ripreso da Damasio ne L’errore di Cartesio, è forse l’emblema di questi studi: un uomo che in seguito a un incidente sul lavoro, in cui una lamina di metallo aveva attraversato, in modo chirurgico, il lobo frontale sinistro, aveva subito profonde modifiche sul piano del comportamento, dei gusti e del carattere, al punto da rendersi irriconoscibile agli occhi di familiari e amici.

L’incidente di Gage è un caso-limite, che aveva comportato un danneggiamento esteso del cervello, mentre casi più singolari sono quelli di pazienti colpiti in zone molto circoscritte del cervello, e che come conseguenza presentano disturbi molto più specifici. Alcuni, come gli afasici descritti da Olver Sacks, non sono più in grado di associare un significato alle parole udite. Sentono queste parole, sono in grado di ripeterle, ma nondimeno, per loro non hanno alcun senso. Gli studi condotti sul cervello di Henri Molaison, che a partire dai 26 anni ha sofferto, per il resto della sua vita, di un’amnesia anterograda che gli ha impedito di registrare tutti gli eventi successi nei periodi della vita successivi, hanno fornito indicazioni importanti non solo sul funzionamento della memoria, ma anche, più in generale, del cervello umano.

Oggi le tecniche di neuroimaging rendono possibile osservare il cervello all’opera mentre le persone svolgono alcuni compiti. Questo permette di ricondurre l’utilizzo di alcune facoltà all’attivazione di determinate aree e non di altre. Il modo in cui queste aree si comportano, la configurazione delle sinapsi, l’intensità della loro attivazione, forniscono indicazioni significative sul comportamento umano. Da un lato, sembrerebbe dunque che la localizzazione della coscienza, da sempre considerata la principale e più importante facoltà umana, quella che ci distingue da tutte le altre specie viventi, sia sempre più vicina. In effetti, ormai da decenni i ricercatori hanno capito che la coscienza può essere situata nella corteccia prefrontale, una delle aree evolutivamente più recenti. Tuttavia, si fatica a localizzarla con più precisione, e sempre più studiosi stanno iniziando a dubitare che la coscienza possa mai essere “trovata” con certezza.

 Ancora una volta, l’essenzialismo

Alla base di questa difficoltà non vi sono solo dei limiti tecnici. La conoscenza sempre più pervasiva che abbiamo del cervello umano ci permetterà in breve tempo di ricostruire tutte le connessioni esistenti, mappando il cervello con la stessa precisione con cui è stato sequenziato il nostro genoma. Il punto è che, studiando il cervello, i ricercatori si sono accorti che il vecchio paradigma secondo cui a specifiche aree sono associate determinate funzioni, è, nella maggior parte dei casi, molto semplicistico. E’ vero che molte facoltà sono “incarnate”, cioè situate sempre nelle stesse zone, ma è riduttivo affermare, come spesso viene fatto, che a una facoltà X corrisponda una zona Y.

In realtà, la maggior parte delle facoltà superiori sono frutto dell’interscambio e dell’interconnessione di diverse aree. Si tendono a ricondurre le emozioni al sistema limbico, un insieme di nuclei subcorticali che si sono sviluppati nell’era dei rettili (motivo per cui queste aree venivano anche definite “Cervello Rettiliano”, o “Complesso R”), senza considerare che all’elaborazione delle emozioni nell’uomo partecipano anche le aree corticali, che modulano, mediano, manipolano e filtrano i dati provenienti dal sistema limbico. Se è vero che una lesione in un’area circoscritta può interrompere o danneggiare il funzionamento di specifiche abilità e facoltà, è però vero che la maggior parte di esse non dipende esclusivamente da quell’area, ma anche da altre aree, che partecipano all’elaborazione.

Per questo, anche i facili entusiasmi nei confronti dei neuroni specchio sono stati ridimensionati: certo, questi neuroni partecipano e rendono possibile l’empatia, ma non ne sono gli unici responsabili. Alcuni studi, del resto, evidenziano come individui che hanno subito lesioni in giovane età siano stati in grado di riconfigurare e riorganizzare il proprio cervello, in modo da deputare alcune funzioni ad altre aree. Allo stesso modo, invecchiando, alcune persone riescono a compensare il declino cognitivo coinvolgendo anche altre aree nell’espletamento di alcune funzioni, come la memoria e l’apprendimento.

Insomma, in molti casi l’organizzazione del cervello è modulare, frutto delle centinaia di migliaia di connessioni che si creano ogni secondo in ciascun individuo. E’ possibile che in futuro, il modello cognitivista e computazionale si sposi con quello più morfologico, rivelando la coesistenza delle due impostazioni nel cervello umano. In ogni caso, nessuno può negare l’importanza dell’aspetto computazionale nell’organizzare le facoltà più complesse.

Per questo, anche un sostenitore della embodied cognition come Damasio ritiene che la coscienza sia distribuita lungo tutti e tre i principali “strati” che compongono il cervello, le aree subcorticali, come il tronco encefalico e il sistema limbico, e le regioni corticali, tra cui ovviamente la corteccia prefrontale, che partecipa all’elaborazione della coscienza autobiografica, attraverso il linguaggio e gli altri sistemi simbolici. Anzi, uno dei vantaggi della coscienza sarebbe proprio quello di attivare, simultaneamente, più aree del cervello, arricchendo di conseguenza le possibilità operative dell’individuo.

L’aver compreso questo, rende molto più difficile e stimolante comprendere il mistero della coscienza. La coscienza è sicuramente una delle facoltà più complesse e stratificate della mente umana, ma non necessariamente ad essa corrisponde un pugno di neuroni incapsulati in un’area circoscritta del cervello. Difficilmente in futuro potremo mettere sul piatto un pensiero: sarebbe più facile ricostruirlo digitalmente, simulandolo su uno schermo di un PC. I nostri pensieri sono fatti di carne, di neuroni che scaricano e rilasciano sostanze chimiche, formando nuove connessioni, stringendo nuove alleanze, ma questi neuroni sono distribuiti, e la coscienza è più una rete che un corpo solido, più un processo che un’essenza.

Ancora una volta, il sogno meccanicistico di Cartesio, che indicava nella ghiandola pineale la sede della res cogitans, si è rivelato un’illusione. La coscienza è incarnata, è nel cervello, nel corpo e nell’ambiente che la circonda, ma non è una “cosa”, e non può essere localizzata, in modo semplicistico, in una specifica area, esattamente come un libro non è solo la somma dei caratteri stampati sulla carta, ma per essere tale ha anche bisogno di qualcuno che quei caratteri li sappia leggere, interpretare e riprodurre a sua volta.

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