L’influenza dell’ambiente in Darwin e Lamarck

L’abitudine a considerare l’indagine scientifica come una freccia lanciata verso il progresso e il continuo miglioramento (abitudine di derivazione cristiano-platonica, perché il tempo dell’uomo non è una linea retta) ci porta spesso a trascurare l’attualità degli scritti di alcuni autori “dimenticati”. Lamarck è, forse, uno di questi. Quando la ricerca sarà svolta, del tutto o in larga parte, da dispositivi tecnologici, spostando la figura dello scienziato dal ruolo di osservatore a quello di spettatore, sarà forse più semplice abbandonare alcuni pregiudizi e riconoscere a questo tipo di ricercatori “scomodi” il ruolo che gli spetta nell’accidentato percorso che ha portato alla conoscenza dei meccanismi evolutivi.

Nel frattempo, un buon inizio può essere quello di aprire un dibattito, laddove vi sono certezze, utilizzando uno strumento universale come quello di “far parlare le fonti”. Rispetto a Lamarck, questo ruolo se lo è assunto negli ultimi tempi Riccardo Ianniciello, autore di alcuni scritti su questo sito e, soprattutto, di due opere dedicate al contributo di Lamarck nella secolare indagine sui processi evolutivi. La seconda, Il ruolo dell’eredità morbida in Darwin, uscita di recente per i tipi di Aracne, è incentrata sulla spinosa questione del debito che Charles Darwin potrebbe aver contratto proprio nei confronti di Lamarck, a proposito del ruolo svolto dai caratteri acquisiti nel percorso evolutivo delle specie.

Non si tratta di una boutade, ma del risultato a cui perviene Ianniciello dopo un’accurata analisi dei passaggi darwiniani. Un’analisi che tiene conto della diplomazia vittoriana di Darwin, ma anche di una sua chiara virata, avvenuta nel corso del tempo (potremmo dire in maniera “graduale”, come il processo evolutivo cumulativo da lui descritto) in direzione di una teoria dell’evoluzione più multifattoriale, che affianca ai processi selettivi propriamente detti altre variabili, sia legate all’ambiente che al ruolo del comportamento dell’individuo rispetto ad esso.

Il comportamento è stato (e forse è ancora) l’elefante nella stanza quando si parla di evoluzionismo. L’idea di Lamarck che il comportamento del singolo determinasse cambiamenti morfologici non solo significativi e funzionali alla sopravvivenza, ma anche in grado di trasmettersi alla progenie e di orientare quindi la macro-evoluzione, è stata rigettata dai ricercatori neo-darwiniani ed è tutt’ora guardata con (ragionevole) scetticismo, sebbene alcune evidenze provenienti dagli studi di epigenetica ne suggeriscano una quantomeno parziale rivalutazione.

Ma che dire del ruolo centrale che Lamarck assegnava all’ambiente e della versione per così dire edulcorata della sua eredità morbida, la teoria dell’uso e il disuso? Davvero Darwin non ha considerato queste variabili? E se lo ha fatto, quale fu, dunque, il suo debito nei confronti di Lamarck?

Fermo restando che è difficile anche solo provare a rispondere in maniera univoca e definitiva a queste domande, che più che la biologia riguardano la sua storia e le basi epistemologiche della teoria dell’evoluzione, seguendo il ragionamento di Ianniciello, confortato dalle decine di citazioni riportate con cura filologica, la risposta non può che essere duplice.

E’ infatti possibile che Darwin si sia gradualmente “arreso” nei confronti di alcune delle posizioni di Lamarck, sposando appieno non solo l’ipotesi che l’uso e il disuso (dunque il comportamento dell’individuo e le modificazioni morfologiche da esso favorite) compartecipino al processo evolutivo, ma anche che lo stesso ambiente svolga un ruolo non secondario nell’esercitare una pressione sul singolo e sulla specie, attivando il comportamento. In altre parole, l’ambiente non sarebbe un selezionatore cieco all’interno di un processo che vede l’individuo passivamente vittima o beneficiario dei propri caratteri ereditari, bensì un “attivatore” di comportamenti non ereditati (ma a loro volta ereditabili, o dei quali sono perlomeno ereditabili gli effetti) in grado di modificare la fitness dell’individuo.

Questa “resa” non viene riconosciuta esplicitamente da Darwin perché egli, del pensiero lamarckiano, rigetta soprattutto le conclusioni: non si può concepire allo stesso tempo un meccanismo cieco e algoritmico come la selezione naturale e accettare gli (impliciti) esiti finalistici del trasformazionismo lamarckiano, esempio di evoluzione verticale (anche se, come rileva giustamente Ianniciello, è giunta l’ora di decostruire il “mito”, tramandatosi per generazioni e di cui noi stessi siamo stati vittime, di un Lamarck sostenitore della “volontà degli organismi” e di altre “forze” teleologiche e in qualche modo metafisiche alla base dell’evoluzione).

L’altra possibilità è che Darwin sia arrivato ad alcune delle conclusioni a cui è giunto Lamarck attraverso un percorso personale, che lo ha portato sì a rivalutare il ruolo dell’ambiente nella pressione evolutiva, ma senza che ciò lo spingesse a ricollegare il proprio ragionamento a quello lamarckiano. Senz’altro, anche sposando questa seconda lettura, non è possibile, alla luce dei passi riportati da Ianniciello, non ritrovare echi del pensiero lamarckiano anche in Darwin. La contrapposizione che si è creata, soprattutto in seguito alla morte di Darwin, tra neo-lamarckiani e neo-darwinisti non trova dunque completa accoglienza nel pensiero darwiniano.

E d’altra parte, oggi gli studi di epigenetica indicano che è forse venuto il momento di rivalutare alcune delle conclusioni a cui giunse Lamarck, pur con strumenti e prospettive nuove e in qualche modo differenti da quelli a disposizione del naturalista francese. L’ingiusto discredito di cui ha sofferto il pensiero lamarckiano, oggi radicatosi in sottili resistenze nel considerare alcune delle implicazioni dell’eredità debole o morbida, viene ancora una volta messo in discussione da Ianniciello, con quest’ultima opera che si colloca sullo stesso filone della precedente, dedicata proprio alle connessioni tra Lamarck e l’epigenetica.

 

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