Il libero arbitrio (2di2)

Dalla completa volontà cosciente al totale determinismo

In tema di libero arbitrio e di volontà cosciente, i risultati più significativi sono giunti, negli anni Ottanta, da Benjamin Libet. Le sue ricerche sulla libertà d’azione e sul rapporto tra movimento e coscienza rappresentano una pietra miliare degli studi sull’uomo e una delle più grandi prove empiriche dei limiti della coscienza. La quale, prima di Nietzsche, Darwin e Freud, rappresentava ancora quell’istanza pura e assoluta, strettamente connessa con l’idea di anima, capace di pensarsi e di agire in modo assolutamente autonomo e aprioristico.

Gli esperimenti di Libet hanno chiarito che così non è. Di fatto, monitorando il comportamento cerebrale di alcuni soggetti a cui veniva chiesto di muovere il dito a piacimento o non appena divenivano coscienti di uno stimolo luminoso, Libet si accorse che il cervello aveva dato l’ordine di muovere il dito già mezzo secondo prima che il soggetto divenisse effettivamente cosciente e “decidesse” di muovere il dito.

Dunque, la persona era soggettivamente convinta che il dito si muovesse subito dopo il proprio comando, ma prima di tale comando, una segnalazione scaturiva dai centri nervosi deputati al movimento, e il comando cosciente giungeva come un’eco rispetto al comando inconscio o pre-conscio, che lo precedeva di circa mezzo secondo.

Questo risultato, confermato sperimentalmente e ormai incontrovertibile, ha del rivoluzionario. Non solo la coscienza, la soggettività, non è un a-priori, ma essa interviene a posteriori rispetto agli stessi processi cerebrali, convincendoci di aver “deciso” di muovere il dito anche se in realtà a deciderlo non siamo stati “noi”, ma aree del nostro cervello che non sono sotto il diretto controllo della coscienza.

Esattamente come il nostro corpo produce, a volte, movimenti involontari, con Libet abbiamo scoperto che, in un certo senso, tutti i movimenti, anche quelli che non eseguiamo in automatico ma esercitando un controllo cosciente, precorrono di qualche millesimo di secondo – nell’universo degli eventi cerebrali un intervallo di tempo notevole – la nostra effettiva coscienza della volontà.

Se per Platone l’anima precedeva il corpo e gli succedeva, se per Cartesio l'”io penso” era il presupposto dell’esistenza, ora scopriamo che questo io, questa anima, questa consapevolezza soggettiva è un prodotto postumo dei processi cerebrali. La percezione soggettiva della libertà d’azione è un’illusione che inverte l’effetto – la coscienza – con la causa – il cervello dietro, o se vogliamo sotto, la coscienza (le considerazioni spaziali vanno lette con la giusta dose di relatività).

Alcuni ricercatori hanno provato a spiegare il risultato degli esperimenti di Libet utilizzando il principio di economia: la percezione soggettiva degli eventi cerebrali non sarebbe sempre sincrona ad essi, perché tale sincronia ha un costo energetico e organizzativo non indifferente. Tuttavia, l’esperimento di Libet, ripetuto diverse volte in laboratorio e ormai accertato, avveniva sempre in una sola direzione.

Ciò è segno che, nell’evoluzione dei moduli cerebrali, la corteccia prefrontale, entro cui sappiamo si articola la coscienza – che pure affonda gli artigli anche in aree più primitive -, interviene ad apporre un “timbro” soggettivo sui movimenti coscienti, senza che effettivamente questo timbro si traduca in un reale potere.

Se, come riteneva anche Darwin, la coscienza è un prodotto della selezione naturale, essa deve rispettare il principio ingegneristico, ovvero deve avere un qualche senso non metafisico e astratto, non aprioristico e soggettivo, ma oggettivo, a posteriori, evolutivo. Essa deve avere un valore adattivo, deve convenire alla vita complessa.

Dunque, perché mai la natura ci ha dotato di questa consapevolezza, dell’illusione di poter controllare il nostro corpo, se poi scopriamo che, effettivamente, esso si muove come un automa, noi siamo come delle marionette, come un Pinocchio che si illude di essere un “bambino vero”, e la coscienza è perfettamente inutile? E siamo sicuri che essa sia perfettamente inutile?

Infine, come non mancarono di notare autori del calibro di Dennett e Churchland, gli esperimenti di Libet aprivano a un tema, se vogliamo, ancora più scottante. In linea con l’idea di disporre di una mente e di un corpo distinti e in certa misura indipendenti (soprattutto la prima dal secondo), ci piace pensare che, se non l’azione, almeno il pensiero in sé e per sé sia libero. Che la mente cosciente, questa successione di parole e immagini nella nostra testa, sia autonoma sia dal corpo che dal mondo esterno.

Ma è davvero così? O l’esperimento di Libet, valido per l’interazione tra coscienza e azione, potrebbe essere esteso idealmente anche ai nostri pensieri? In altre parole, i nostri pensieri sono davvero in diretta? Sono davvero nostri? O sono piuttosto l’effetto di processi inconsci, che li rilasciano e li traducono in schemi coerenti con una breve, ma significativa latenza?

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