Il libero arbitrio (1di2)

 Siamo agenti liberi?

Uno dei temi scottanti connessi alla graduale dissoluzione del dualismo mente-corpo riguardava la libertà del pensiero e del comportamento umano. In tempi di dualismo duro e puro, che prevedeva un’essenza metafisica, l’anima, calata all’interno di un corpo fisico, si riteneva l’anima libera, e il corpo vincolato alle leggi meccanicistiche della fisica. L’anima, essendo immateriale, non veniva intaccata dalle limitazioni ontologiche del corpo, prima fra tutte la morte. Essa, tuttavia, poteva essere contaminata dalle affezioni del soma e soprattutto dalle passioni, ovvero i desideri e i sentimenti, che in virtù del loro determinismo arginavano la libertà e l’autonomia dello spirito.

Fino agli inizi del Novecento, anima, spirito e coscienza erano ancora concetti confusi, utilizzati indiscriminatamente e in modo intercambiabile da scienziati, artisti e intellettuali. Ma in seguito alla progressiva standardizzazione delle procedure d’indagine e delle terminologie relative ai diversi campi di ricerca, si era scelto di evitare, anche in psicologia, qualsiasi riferimento all’idea di “anima”. Alcuni ricercatori si erano spinti ancora oltre, proponendo ad esempio di evitare l’indagine di costrutti spiritualistici e astratti come la stessa coscienza.

L’indagine sulla psicologia e sul comportamento umano si era dunque spogliata, già nella prima metà del XX secolo, di molti orpelli metafisici e finalistici. Col passare del tempo sempre più scienziati concordavano con Darwin: era necessario naturalizzare la mente umana, concepire il pensiero come un prodotto dell’evoluzione e non come un “salto ontologico” che poneva l’uomo su un gradino qualitativamente distinto dagli altri animali.

La facilità con cui soggetti che alla nascita si presentavano geneticamente normali potevano, in circostanze di grande incuria o in ambienti profondamente disfunzionali, sviluppare comportamenti aberranti che rasentavano il “selvaggio”, indicava che anche concetti come quello di “individuo” e di “dignità dell’uomo” erano un prodotto della cultura occidentale, piuttosto che di un apriori metafisico.

Ora, la domanda che in molti si posero e molti continuano a porsi ancora oggi è: che fine fa il libero arbitrio, la libertà personale, in tutto questo? Una volta chiarito che l’individuo è un prodotto dei suoi geni e del suo ambiente, e che anche i pensieri nella sua testa non scaturiscono da un’anima immateriale, bensì dal lavorio elettrochimico incessante di neuroni che scaricano informazioni, è ancora possibile parlare di libertà di scelta? O si tratta di un’illusione, come già suggerito dallo stesso Darwin?

Il libero arbitrio era un concetto teologico che affondava le sue radici nell’idea di intenzione. Anche la giustizia moderna appare orientata sulla ricerca dell’intenzione: essa rappresenta il discrimine per valutare se un atto va punito in un certo modo piuttosto che in un altro. Nella prospettiva del libero arbitrio rientra dunque anche la dimensione morale: fare del bene e fare del male sono intesi come parametri etici, ma l’agire umano deve poter essere valutato a partire non dalle conseguenze, ma dai presupposti interiori che hanno mosso il soggetto.

Ovviamente l’intenzionalità non è l’unico parametro per valutare la libertà di un’azione: essa dovrebbe poter essere scelta, e per scegliere è necessario che esistano opzioni alternative, tra cui anche la possibilità di agire diversamente o non agire.

Come detto, alcuni filosofi, tra cui, per primo, lo stesso Platone, trovavano che le passioni ostacolassero il ragionamento e inducessero in errore. Ergo, provare sentimenti intensi, come l’odio, il desiderio o anche l’amore, può spingerci ad agire senza riflettere e senza poter scegliere diversamente – per questo molti filosofi, come Platone, Spinoza e Schopenhauer, seppur con motivazioni diverse, proponevano delle strategie per lenire o modulare le passioni e i sentimenti intensi.

Schopenhauer, in particolare, sosteneva che l’uomo non è mai libero, in quanto, anche quando è in grado di fare esattamente ciò che vuole, sta appunto seguendo i dettami della propria volontà, e qualsiasi scelta libera egli compia, la compierà assecondando il proprio volere – che sia il frutto di un impulso irrefrenabile o il risultato di un lungo ragionamento.

Quello che voleva dire Schopenhauer, e che è stato sottolineato con parole diverse anche da Darwin e Freud, è che noi siamo esseri inscindibili dal nostro corpo e dal paesaggio di corpi, oggetti, regole e idee con cui ci interfacciamo. Ritenere di poter essere “liberi” in senso assoluto è paradossale: il nostro corpo non è libero di volare o sostare troppo a lungo sotto l’acqua, e così il nostro pensiero appare limitato nel tempo e nello spazio. Non siamo neppure in grado di pensare pensieri troppo complessi: la maggior parte degli individui fatica anche solo a rappresentarsi mentalmente la teoria della relatività di Einstein.

Il nostro cervello e il nostro corpo, dunque, appaiono tarati innanzitutto per sopravvivere e interagire con l’ambiente. Man mano che ci allontaniamo da queste esigenze stringenti, la nostra capacità di fare presa sul mondo esterno e interno scivola e si incaglia. Ora, ai fini del tema attuale non è tanto importante stabilire quante delle costrizioni che subiamo derivino dall’ambiente e quante dai geni: sia che l’individuo sia un prodotto del suo genotipo, sia che esso sia il risultato di una costruzione sociale e culturale, sia che, sostanzialmente, egli derivi da entrambe, il suo potenziale d’azione resta limitato.

Tuttavia, individui diversi compiono scelte diverse, e individui che dispongono di un bagaglio di cognizioni più ampie, o di caratteristiche psicologiche di un certo tipo, sono in grado di ricavare un ventaglio di opzioni migliore per fronteggiare le situazioni. Oggi, si ritiene che tra le caratteristiche dell’intelligenza rientri la presenza di maggiori connessioni tra i centri nervosi: maggiori connessioni implicano una maggiore possibilità di scelta. Invece di vivere in un loop cibernetico, l’individuo può inventare soluzioni nuove e originali e scegliere quella migliore per sé o per gli altri.

Dunque, se non si può più parlare legittimamente di un arbitrio libero, è comunque possibile parlare di una libertà almeno relativa? In altre parole, anche laddove non ci è possibile scegliere tra un’infinità di opzioni, la scelta che riteniamo di compiere intenzionalmente e in totale autonomia, pur limitata dalle circostanze, è davvero nostra? E’ davvero libera? E soprattutto, da che punto del pensiero scaturisce realmente un’azione “libera”?

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