La sintesi evoluzionistica

 Darwinismo e genetica agli inizi del Novecento

Più o meno nello stesso periodo in cui L’origine delle specie di Darwin infiammava il dibattito evoluzionistico in Inghilterra prima, e nel resto dell’Europa poi, Gregor Mendel divulgava le sue ricerche sugli incroci tra varietà di piselli. Se Darwin veniva incensato – e avversato – per aver portato gli studi sull’evoluzione della vita a un livello più alto, permettendo all’evoluzionismo di iniziare a configurarsi come scienza attiva, e conferendo delle basi solide al suo paradigma, Mendel aveva però scoperto il meccanismo di trasmissione ereditaria che avrebbe tormentato lo stesso Darwin e gli altri naturalisti nei decenni a venire. Questo era il gene, da lui inteso come il singolo carattere ereditariamente trasmissibile, come il colore del fiore o la lunghezza del gambo.

Mendel si rese conto che i caratteri si trasferivano di generazione in generazione secondo leggi certe e verificabili: la loro manifestazione non era del tutto arbitraria, né appariva influenzata da fattori intenzionali intrinsechi, ma seguiva meccanismi costanti e isolabili. Di questa fondamentale intuizione, il mondo accademico rimase sostanzialmente all’oscuro per il resto del secolo. Laddove insomma molti naturalisti erano stati coinvolti e chiamati a confrontarsi con le speculazioni darwiniane, ma anche a interrogarsi sui suoi limiti e sulle questioni ancora aperte, quasi nessuno, in quella brillante generazione di filosofi e ricercatori, pervenne a risolvere il mistero della trasmissione ereditaria. Furono necessari gli studi di Weismann alla fine del secolo per svincolare il darwinismo dal lamarckismo, e consentire così all’eredità di Darwin di abbracciare la nascente scienza della genetica.

Col nuovo secolo, gli studi sui geni si incrementarono. Le leggi mendeliane avevano chiarito che i caratteri erano distribuiti in unità discrete e si ereditavano secondo il meccanismo “forte”, e non quello “debole”, basato sulla conservazione dei caratteri acquisitiMorgan individuò il patrimonio genetico individuale nei cromosomi, comprendendo che a ogni divisione cellulare avviene una duplicazione e una conservazione di tale patrimonio. In questo modo, ogni cellula contiene tutte le “informazioni” sull’organismo di cui fa parte. Coniugando la genetica con l’intuizione di Weismann sull’importanza della riproduzione sessuata come fonte di ricombinazione casuale, e quindi di variazione degli individui, era possibile farsi un’idea di come tali variazioni si verificassero.

Certo, i genetisti come Morgan ripudiavano le tesi darwiniane sulla selezione ambientale, ritenendo di poter ricondurre l’evoluzione alla semplice mutazione casuale e spontanea, che tuttavia lacerava il quadro deterministico e fissistico già messo in crisi da Darwin. Inoltre, gli studi sulla genetica avevano contribuito a depurare gli assunti degli evoluzionisti e dei paleontologi da quei residui di imprecisione scientifica figli delle impostazioni tipologiche, teologiche e teleologiche precedenti. Non solo l’eredità debole, ma anche quella per mescolanza era stata definitivamente fugata; insieme a esse, tutti i modelli fondati sui retaggi di finalismo, come le teorie autogenetiche, erano stati sconfessati. In quegli anni, inoltre, si negò recisamente la possibilità di una speciazione “a salti”, sul modello del saltazionismo pre-darwiniano. L’incursione del concetto di caso, legato alle variazioni individuali e alla ricombinazione, apriva a una concezione dell’evoluzione sempre più spersonalizzata e lontana dal “disegno intelligente” e dalla teologia naturale di Pailey.

Inoltre, decaduto l’assunto essenzialista, di derivazione platonica, secondo cui gli individui appartenenti alla stessa specie erano semplici apparenze diversificate di uno stesso tema archetipico, agli inizi del Novecento si perveniva a comprendere che le oscillazioni delle caratteristiche, nelle specie animali, erano all’ordine del giorno, e che le variazioni estreme, le mutazioni, per quanto rare, se utili alla sopravvivenza e alla riproduzione dell’individuo potevano conservarsi e diffondersi di generazione in generazione, ridisegnando le caratteristiche medie della specie, e infine la specie stessa. Tuttavia, Darwin aveva visto giusto: le variazioni estreme non erano il vero traino dell’evoluzione. Più spesso: gli individui portatori di una discontinuità forte andavano incontro alla morte. Più importante era la variazione graduale, cumulativa, improntata sull’accumulo, in più generazioni, dei tratti congeniali alla sopravvivenza nel proprio contesto.

 

sintesi evoluzionistica

 

Era quindi ormai chiaro come il “gene”, qualunque cosa fosse in realtà, costituisse l’unità di informazione che rendeva possibile la conservazione e la trasmissione dei caratteri dal genitore al figlio al nipote. Cominciava ad apparire evidente la differenza tra il corredo genetico dell’organismo, il genotipo, e la sua controparte individuale, morfologica e comportamentale, il fenotipo. Tuttavia, queste informazioni tardavano a essere convogliate in un unico paradigma.

Il motivo non era legato al relativo mistero che avvolgeva la natura molecolare dei geni, quanto alla compartimentazione delle discipline, ognuna focalizzata su un livello specifico del problema. Se i genetisti studiavano la trasmissione dei caratteri di generazione in generazione a livello popolazionale, i naturalisti erano impegnati a studiare il comportamento e la morfologia delle specie animali, mentre i paleontologi si occupavano della cosiddetta “macroevoluzione”, ovvero l’evoluzione a livello di specie o di stadi tassonomici superiori. Tuttavia, un “accordo” tra le diverse prospettive era nell’aria, e grazie agli sforzi congiunti di numerose menti, appartenenti alle più svariate discipline, fu possibile pervenire a quella che Julian Huxley, nipote del Thomas Huxley “cane da guardia di Darwin” e dello scrittore Aldous, definì correttamente “sintesi evoluzionistica”, o “moderna”.

L’obiettivo di questi ricercatori era di mostrare come le diverse discipline fossero integrabili e sovrapponibili, e non si escludessero a vicenda. La ricomposizione del quadro d’insieme permetteva di accostare visioni all’apparenza inconciliabili, come la mutazione casuale e la selezione graduale e cumulativa, rilanciando l’idea di sintesi e di convergenza tra discipline già proposta da Weismann.

Ciò è emblematico dell’evoluzione anche epistemologica in atto, già intrapresa da Darwin ed esemplificata dal suo percorso curricolare: da aspirante medico, il naturalista vittoriano si era laureato in teologia, aveva compiuto diversi studi di geologia e apportato numerosi contributi anche alla scienza della botanica. Darwin era a tutti gli effetti uno scienziato eclettico, in grado di tradire i binari prestabiliti della singola disciplina. Ma il suo non era un caso isolato, un esempio non replicabile e tipicamente ottocentesco di “uomo enciclopedico”. Come vedremo, i principali contributi alla definizione della genetica moderna vennero da scienziati appartenenti alle più disparate branche del sapere.

La “sintesi evoluzionistica”, dunque, testimoniava il passaggio verso una concezione davvero moderna e multidisciplinare dell’esistenza, che integrasse diversi approcci in un unico paradigma. La vita biologica eccede i confini della fisica e della chimica, ma si fonda su di essi. Una specie animale o vegetale, semplice o complessa che sia, è il prodotto di un numero immenso di fattori concomitanti ed eterogenei, e per essere spiegata fino in fondo necessita dunque di conoscenze altrettanto diversificate.

Grazie agli sforzi di naturalisti, etologi, genetisti, paleontologi, biologi, medici ma anche fisici e chimici, verso la metà del Novecento fu possibile pervenire a un quadro che potesse spiegare, allo stesso tempo, la mutazione delle specie e la loro evoluzione, l’estinzione e la sopravvivenza, l’adattamento e la versatilità, e infine l’evoluzione della vita così come appariva dai reperti fossili. Si trattava di un primo passo, ma decisivo, nell’inquadramento dell’evoluzionismo come scienza finalmente coesa, unitaria e multidisciplinare, una “scienza dell’esistente” sempre più depurata dai tralicci finalistici o miracolistici dai quali si era sollevata un secolo prima.

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