La rivoluzione del concetto di causa

Fin dalla nascita della filosofia greca, uno degli elementi che ha accomunato i pensatori è stata la ricerca di una causa prima, un principio comune alla base di tutti i fenomeni. Per Talete, l’arché, ovvero questo principio primo, era l’acqua. Per Anassimandro, a seconda delle interpretazioni, la terra o l’infinito. La maggior parte dei sistemi filosofici impalcati dai pensatori nei secoli successivi dedicava ampio spazio alla ricerca di principi o cause comuni, che permettessero di comprendere meglio la vita e l’universo. Con l’avvento della scienza moderna e con l’ottimismo positivista ottocentesco, il concetto di causa si è svincolato dalla metafisica e dal misterianesimo, e si è iniziato a pensare di poter conoscere, idealmente, le cause e gli effetti di tutti i fenomeni: disponendo delle cause, delle condizioni di partenza, anche gli snodi futuri sarebbero stati prevedibili.

Questa convinzione si è andata sbriciolando con l’avvento della fisica quantistica e con l’affermazione della teoria della complessità, anche detta teoria del caos. Quest’ultima sottolinea come la maggior parte dei sistemi complessi sia il prodotto di decine, centinaia, migliaia e a volte milioni di variabili che influenzano il fenomeno e contribuiscono alla sua manifestazione. L’idea che si possa risalire, in modo lineare, dagli effetti alle cause, e dalle cause agli effetti, è tramontata allorché si è compreso che non esiste mai un’unica causa per un fenomeno, bensì una serie di fattori correlati che intervengono in diversi momenti del processo, modificandone gli esiti.

A sua volta, questa nuova concezione non lineare e non deterministica di causalità, multifattoriale, contaminata dagli accidenti del caso, ha aperto numerose implicazioni per le ricerche scientifiche. Si è scoperto che la maggior parte dei fenomeni che si verificano nel mondo, dai cambiamenti climatici all’evoluzione dei virus, dalla crescita delle piante al comportamento degli animali, sono influenzati da decine e decine di fattori e non sono prevedibili in modo semplice e diretto. Inoltre, all’interno dei sistemi complessi, le variabili interagiscono tra loro in modalità spesso enigmatiche e contraddittorie, rendendo più difficile monitorarne l’evoluzione.

La vecchia concezione ottocentesca di prevedibilità ha lasciato spazio al dubbio e alla contingenza. Oggi ci si serve di computer dotati di un’elevatissima potenza di calcolo per poter tenere conto di tutte le variabili dei fenomeni e si auspica (o forse, si teme) che i computer quantistici possano in un futuro non lontano aiutarci a svolgere queste operazioni in modo ancora più rapido, riconducendo ogni fenomeno a specifiche leggi, incasellandolo in un algoritmo: si perderebbe il fascino del mistero, ma si guadagnerebbe in comprensione – e, quindi, possibilità di manipolazione – della realtà.

Tuttavia, in alcuni ambiti disciplinari continua a prevalere un’ottica limitata in rapporto alle cause dei fenomeni. Probabilmente per via della complessità che contraddistingue gli attuali paradigmi scientifici, quando alcuni risultati delle ricerche vengono divulgati, si tende a semplificarli eccessivamente. Questo, ad esempio, può portare le persone a convincersi che le patologie fisiche e mentali abbiano un solo ordine di cause, genetiche, mettiamo, trascurando l’influenza dell’ambiente e della società. Troppo spesso, si tende a divulgare i risultati delle ricerche scientifiche sulla base di ciò che la gente vuol sentirsi dire, nel rispetto del senso comune e della dignità umana, trascurando aspetti controversi, dubbi o manifestamente contrari all’intuizione comune.

Non aiutano, in questo senso, neppure le divisioni in seno alla stessa comunità scientifica. Per decenni la psichiatria si è fondata sull’idea che tutti i disturbi mentali fossero dovuti a una lesione organica o a una disfunzione chimica, e non a una differente organizzazione delle reti neurali, di natura neuropsicologica piuttosto che fisiologica. I sociologi hanno spesso affermato che la violenza, l’aggressività e l’omicidio, spesso espressione di un disturbo, sono da attribuirsi principalmente al disagio sociale, alla povertà e all’ignoranza. Solo negli ultimi vent’anni la psicologia ha accettato l’idea che i fattori ereditari, segnatamente l’attivazione di alcuni geni, contribuiscano all’emergenza del disagio psicologico.

Questo ha portato alcuni orientamenti terapeutici a trascurare eccessivamente l’ambiente familiare, in precedenza ritenuto l’origine di tutti i “mali”: se prima si insisteva a curare il disagio degli adulti risalendo a episodi infantili segnanti, circostanziati o cumulativi (che è come voler spegnere un incendio cercando di ritrovare il fiammifero che lo ha acceso), oggi si corre il rischio di dimenticare che i bambini vengono programmati principalmente dalla famiglia, dai genitori, come piccoli computer dotati di un sistema operativo ancora rudimentale.

D’altra parte, molti neurologi, confortati dagli studi sui gemelli, ritengono che i geni determinino completamente il funzionamento psicologico individuale: ma i fattori genetici influenzano sia le variabili dipendenti che quelle indipendenti. Inoltre, a livello genetico l’umanità è la stessa da centinaia di migliaia di anni e ad essere cambiate sono soprattutto le condizioni socio-culturali dei diversi contesti di vita. Ancora, molti autori trattano con eccessiva disinvoltura il tema dell’epigenetica, considerandola una soluzione semplice ed elegante al dibattito tra natura e cultura, una panacea per l’annosa questione delle cause. Un principio fondamentale, una sola grande causa, o almeno un solo ordine di fattori: si continua a ricercare qualcosa che non esiste.

Rintracciare una causa prima (e unica) è rassicurante: specie se essa è intenzionale, risponde a un nome e un cognome. Questo vale soprattutto per gli europei, che sulla correlazione causa-colpa hanno edificato persino il sistema giudiziario, il metro di giudizio delle responsabilità individuali. Ma la verità è che, quando si studia il comportamento umano e l’evoluzione fisica e psicologica individuale, non è possibile rintracciare un solo ordine di cause. Né è ancora chiaro in che modo geni, ambiente e società interagiscano.

L’epigenetica rappresenta una branca in rapida evoluzione, ma troppe domande sono ancora senza risposta e troppe ricerche sono state fraintese. Alcuni commentatori hanno sottolineato l’importanza dell’interpretazione individuale nell’attivazione e nella modulazione dell’espressione dei geni, e in questo senso si sono fatte tante ipotesi e condotti studi promettenti, ma, anche a causa della complessità dell’argomento e delle condizioni sperimentali, nessuno ha ancora capito in che modo il cervello agisca in questo senso e se la coscienza svolga un ruolo – e quale – in questo complicato processo.

Una cosa è chiara: non sono semplici fenomeni, situazioni, eventi concreti, delimitabili nello spazio e nel tempo, a determinare i sistemi complessi come quelli viventi. Un solo evento, concentrato in pochi istanti, come un incidente, può cambiare per sempre la vita di una persona, ma d’altra parte, nessun evento è isolato nel tempo, nessun fenomeno può essere spiegato risalendo a un solo ordine di fattori, a un nome, una faccia o un oggetto.

Occorre studiare i processi emergenti, l’interazione tra le variabili, tenendo conto delle infinite intersezioni che quotidianamente si verificano a livello fisico, chimico, molecolare, biologico, ambientale, culturale e sociale. Se questo obiettivo sarà mai portato a compimento dalla specie umana, solo il tempo potrà dirlo.

 

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