La mente incarnata (3di3)

Il nuovo approccio “incarnato” al funzionamento della mente umana si affermò progressivamente, fino a soppiantare, all’inizio del nuovo millennio, il precedente paradigma computazionale. Tuttavia, questa nuova concezione del rapporto tra mente e corpo non restituiva un quadro sempre coerente e solido, bensì sfaccettato in diverse teorie, talune integrabili, altre contrapposte. E forse non poteva essere altrimenti, se si considera la complessità dei processi mentali e la relativa novità delle ricerche intraprese dai neuroscienziati.

Ad esempio, una volta chiarito che la mente non era un semplice prodotto di meccanismi logico-formali, bensì sottostava a precise condizioni somatiche e appariva regolata dall’interrelazione tra cervello e corpo, alcuni ricercatori sottolinearono come tale definizione non bastasse, di per sé, a esaurire la complessa composizione della coscienza umana. La quale appare un prodotto della relazione tra cervello e organismo, ma anche tra organismo e ambiente.

Fino a che punto è possibile definire il linguaggio una proprietà intrinseca dell’individuo? Certo, gli studi condotti sui soggetti che presentavano lesioni nelle aree cerebrali deputate all’elaborazione del linguaggio, così come le diverse ricerche compiute sui sordomuti, evidenziavano la stretta correlazione tra pensiero, linguaggio, cervello e corpo, ma restava totalmente aperta la questione dell’origine sociale e culturale del linguaggio e della comunicazione.

La soggettività stessa, come già sostenuto dai filosofi esistenzialisti, si sviluppava all’interno del costante rapporto con gli altri soggetti; allo stesso modo, secondo gli esponenti più estremi di questa nuova deriva epistemologica, definiti “esternalisti“, la mente era un prodotto non solo del cervello e del corpo, ma anche e soprattutto delle altre menti. Come segnalato, tra gli altri, anche da Dan Dennett, solo costruendosi gradualmente una “teoria della mente” degli altri soggetti, il bambino inizia a diventare esso stesso un soggetto.

In altre parole, molti degli strumenti necessari a definire il contenuto e la natura della coscienza, il “cosa” e il “come” del pensiero, ci vengono forniti dall’educazione e dall’interazione con gli altri, non possono essere ridotti a delle proprietà auto-emergenti intrinseche al corpo. Insomma, come già sostenuto da Darwin, alcune potenzialità cognitive ed emotive, già inscritte nella natura di ciascun individuo, necessitano comunque del contatto con altri animali sociali simili a noi per poter essere attivate e elicitate.

Un’ulteriore problematica era relativa al presupposto stesso dei teorici della cognizione incarnata. Questi ultimi, infatti, sostenevano che la computazione fosse una conseguenza indiretta della relazione della triade mente-cervello-corpo. Tuttavia, alcuni ricercatori cognitivisti e funzionalisti segnalarono che le prove fornite a giustificazione di tale prospettiva potevano essere facilmente ribaltate. Ad esempio, la dimensione somatica del pensiero, vale a dire la stretta connessione tra corpo, cervello e mente nell’elaborazione dei pensieri e delle emozioni, potrebbe non essere una conseguenza diretta di tale connessione, bensì una ricostruzione a posteriori effettuata computazionalmente dal cervello.

In altre parole, il cervello non costituisce una cinghia di trasmissione diretta tra corpo e mente, bensì filtra e riformula la percezione somatica, che si trasforma, nell’esperienza mentale del soggetto, in una simulazione del corpo. L’interazione tra mente e corpo sarebbe dunque essa stessa il prodotto di processi logico-formali.

Nel caso specifico dei neuroni specchio, alcuni autori, come Hickok, hanno evidenziato come nella teoria alla base del loro funzionamento, spesso citata come una delle prove della dimensione “incarnata” della cognizione e delle emozioni, vi siano un’evidente contraddizione. Da un lato, i neuroni specchio fanno riferimento al “come” di una determinata azione, ma dall’altro essi non consentono di fare luce sul fine, sullo scopo. Non codificando il significato dell’azione, ma solo il gesto stesso, i neuroni specchio necessitano del successivo supporto cognitivo per poter poi determinare il “rispecchiamento” soggettivo. Questa prospettiva, pur non scardinando l’importanza del sistema-specchio, ne ridimensiona l’incidenza anche a livello paradigmatico.

Più in generale, le critiche rivolte ai modelli incentrati sulla mente incarnata e sulla connessione tra sfera cognitiva e dimensione sensomotoria, facevano riferimento alla maggiore incidenza sia delle componenti strettamente neuronali, impegnate in processi stratificati e complessi, non riducibili al singolo contributo di alcuni neuroni né all’incidenza diretta degli stati somatici sui processi mentali, sia all’altrettanto significativa influenza dell’ambiente esterno, che contribuisce in modo fondamentale alla definizione dei processi mentali complessi.

Le problematiche emerse negli ultimi anni, dunque, hanno contribuito a rendere più complesso e sfaccettato l’attuale panorama delle neuroscienze, alimentando ulteriori ricerche e riflessioni epistemologiche per chiarire definitivamente i segreti del funzionamento della mente e della coscienza umana.

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