La mente incarnata (1di3)

 La crisi del modello computazionale

Verso la fine del XX secolo, il modello computazionale, che equiparava la mente a un software e il cervello a un hardware, cominciò a mostrare alcuni segni di cedimento. Questo modello era servito per svincolare la nuova prospettiva teorica ed empirica sulla mente umana da orientamenti epistemologici opposti e contraddittori: da un lato, l’approccio comportamentista e profondamente riduzionistico che, appreso il fallimento dell’impianto organicista ottocentesco, proponeva di escludere i processi mentali dall’indagine scientifica; dall’altro, l’approccio umanistico che sosteneva l’impossibilità di ridurre il pensiero e l’identità umana a una serie di neuroni che scaricano informazioni.

In questo senso, molti neuropsicologi cominciarono a ritenere che, sebbene in ultima analisi la mente fosse un prodotto dei neuroni, non era sufficiente spiegare tutti i processi mentali ricorrendo alla logica computazionale e binaria proposta dal modello cognitivista. I processi creativi, come le operazioni mentali necessarie a realizzare un’opera d’arte, venivano considerati qualcosa di più che non la somma di qualche algoritmo. 

Anche sul piano sperimentale, man mano che gli studi sul rapporto tra mente, cervello e corpo si ampliavano, si scoprivano dati contraddittori. Attualmente, i ricercatori hanno riscontrato come la vecchia tesi funzionalista, secondo cui l’intelligenza è il prodotto di molteplici sotto-funzioni virtualmente eseguibili da diversi dispositivi, non trova totale riscontro nell’architettura del cervello umano.

Secondo il modello classico, il cervello appare ripartito in diverse funzioni, a cui sono deputate specifiche aree: l’area di Broca e quella di Wernicke, ad esempio, sono deputate all’elaborazione e alla comprensione del linguaggio; l’ippocampo risulta implicato nell’immagazzinamento dei ricordi e l’amigdala si innesca, come un grilletto, di fronte a situazioni di pericolo, mediando i sentimenti di paura e di minaccia. A testimonianza di ciò, è possibile citare i numerosi studi sui pazienti che hanno subito una lesione a una di queste aree, e che riportano di conseguenza degli specifici problemi di esecuzione di queste funzioni.

Allo stesso tempo, però, gli studi sull’organizzazione cerebrale dimostrano come tale struttura sia fluida, e come ciascuna funzione, specialmente quelle complesse come il linguaggio e la memoria, non abbia una sola sede, ma sia piuttosto il prodotto di un’elaborazione condivisa tra diverse aree cerebrali e decine di milioni di neuroni.

Oggi non si sente più dire: “la regione del linguaggio”, o “l’area della memoria” proprio perché non esiste un'”area”, in senso topografico ed essenzialistico ma molteplici interconnessioni neurali, localizzabili a partire da uno specifico territorio. Per questo, anche l’idea di poter localizzare un processo complesso e stratificato come la coscienza in un’unica area cerebrale, come se questa fosse appunto un “organo”, un nucleo circoscrivibile, appare ormai poco plausibile.

Se da un lato ciò non fa che confermare il principio funzionalista, è però il concetto stesso di “funzione”, così come ce lo rappresentiamo, ad apparire limitato: un nucleo subcorticale simile a una ghiandola, l’amigdala, contribuisce parallelamente allo svolgimento di diverse funzioni, come l’attivazione dell’organismo di fronte ai pericoli, l’elaborazione delle emozioni e l’associazione degli odori in base ai ricordi immagazzinati. Funzioni apparentemente isolate sono in realtà interconnesse, mentre altre apparentemente simili si dimostrano, sul piano neurobiologico, molto diverse.

Infine, alcuni studi hanno dimostrato un certo grado di plasticità delle cellule cerebrali, che sono in grado di riadattarsi per svolgere compiti diversi da quelli per cui sono programmate. Un esempio è costituito dalla capacità di lettura e scrittura, che utilizza circuiti neurali inizialmente “progettati” per l’elaborazione visiva e il riconoscimento degli oggetti, in una sorta di “riciclaggio neurale”.

Questi dati implicano, insomma, che sebbene la vecchia prospettiva frenologica sia stata definitivamente confutata dalla fluidità e dinamicità del sistema nervoso, pure esiste un certo “radicamento” degli strumenti cognitivi ed emotivi, che fanno riferimento a specifiche aree del cervello per poter assolvere alle loro funzioni.

La nuova prospettiva di indagine neuroscientifica metteva in crisi l’approccio computazionale perché dimostrava come il vincolo della funzione non fosse l’istruzione in sé, bensì la sua relazione con il supporto fisico su cui essa è impiantata. In altre parole, non era possibile isolare in modo astratto la funzione mentale desiderata, come il linguaggio e la memoria, senza considerare il dispositivo biologico, vale a dire il cervello fisico, che la rende possibile.

 La mente, il corpo e le altre menti

Questa conclusione, se da un lato riconferiva importanza all’hardware rispetto al software, dall’altro richiamava l’attenzione sull’organismo che, a sua volta, era custode dell’hardware. Mente e cervello, infatti, non sono isolati rispetto al mondo esterno, ma sono calati in un corpo e in un ambiente fisico. Ciò significa che non è possibile considerare le operazioni svolte a livello strutturale e funzionale in termini astratti, scindendole dal contesto che le rende possibili. Prendiamo come esempio il linguaggio.

Il linguaggio è considerato uno degli ingredienti principali del pensiero, la materia prima della coscienza (tanto che spesso si sente parlare di “voce della coscienza”), tuttavia si tratta di uno strumento almeno in parte appreso, che combina l’opportunità genetica e biologica con l’influenza ambientale. Noi siamo capaci di parlare e di recepire le parole altrui perché siamo dotati delle strutture nervose e sensoriali per produrre e ascoltare il linguaggio, tuttavia la nostra lingua madre, il modo in cui ci esprimiamo, è determinato dall’apprendimento ed è dunque un prodotto dell’ambiente. Il comportamento complesso, dunque, non è spiegabile esclusivamente a partire dall’hardware, ma richiede di porre attenzione al programmatore esterno, il contesto in cui si situa l’hardware.

Allo stesso modo, la memoria riflette le esperienze vissute dal nostro Io nel corso della vita. Ma a chi appartiene questo Io? I nostri ricordi hanno quasi sempre la forma di immagini, suoni e sensazioni. Queste “immagini mentali”, per definirle come farebbe Damasio, sono sì il prodotto di computazioni cerebrali più semplici, ma sono anche rese possibili dalla grammatica dei nostri sensi, dal rapporto tra mente, cervello, organismo e ambiente.

Non è dunque sufficiente concentrarsi sui processi mentali, isolandoli dall’ambiente fisico in cui sono calati, né separare il processo dal supporto fisico su cui esso è impiantato. In termini evoluzionistici, infatti, il cervello nasce come sistema di codifica dell’ambiente e ha lo scopo precipuo di difendere l’organismo e consentirgli di sopravvivere e riprodursi.

Fin dai tempi di Darwin, anche le abilità umane complesse erano state ricondotte a principi evoluzionistici, e in seguito i sociobiologi avevano sottolineato come la maggior parte delle facoltà che l’uomo tende ad attribuire esclusivamente all’apprendimento e alla cultura, hanno una base genetica e sono rese possibili anche dai prerequisiti biologici e neurochimici.

Il “grande rimosso”, il corpo, continuava insomma a emergere come la cruna attraverso cui far passare il fil rouge dell’identità, il nodo scorsoio che ancorava l’anima alla terra e che, come ci si era andati convincendo da Platone in poi, la soffocava, ma che, nell’ottica degli evoluzionisti, rendeva possibile e materiale la coscienza di sé e l’identità.

Allo stesso tempo, si richiamava l’attenzione sulla relazione tra la mente e l’ambiente. Molte delle nostre facoltà mentali complesse non sarebbero possibili senza l’ausilio di una cultura. Per questo, anche gli autori che facevano riferimento al modello funzionalista e cognitivista, come Dennett, evidenziarono l’importanza delle altre menti nel processo di emergenza della mente nel bambino e nel suo sviluppo durante l’adolescenza e la vita adulta.

La mole di indizi, divergenti e contraddittori, provenienti sia dai campi di indagine sperimentale, sia dai contesti di riflessione epistemologica, portarono verso la fine del secolo a ridefinire gradualmente la prospettiva sulla mente e la coscienza, ridimensionando l’importanza dell’impianto computazionale. Questo modello teorico non sembrava poter rispondere a tutte le domande che emergevano nel dibattito neuroscientifico. Troppe domande restavano senza risposta: sia per quanto riguardava l’aspetto somatico, legato alla relazione tra mente e organismo, sia per quanto riguardava l’aspetto ambientale, nella relazione tra la mente e le altre menti.

A questo processo di espansione delle neuroscienze contribuirono, sul piano empirico, la scoperta dei neuroni specchio, e sul piano teorico l’elaborazione della “mente incarnata”.

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