La coscienza degli animali

Con l’avvento dell’evoluzionismo, tra i temi più dibattuti tra i ricercatori vi sono state le differenze intellettive tra l’uomo e gli altri animali. Tradizionalmente, infatti, si riteneva l’uomo intrinsecamente superiore agli animali, in quanto dotato di una sostanza pensante distinta dal corpo, l’anima, di cui le altre specie difettavano. Questo scarto ontologico si rifletteva nelle facoltà morali, nel senso del bello, nella socialità, nel livello di intelligenza, di creatività e di inventiva. Tuttavia, già Darwin sottolineò come in molti dei suddetti campi, la differenza tra l’uomo e gli animali superiori sia di grado, non di genere. In altre parole, è lecito aspettarsi che anche le altre specie complesse abbiano una proto-moralità, siano sensibili al “bello” e siano anche in grado di elaborare soluzioni creative ai problemi.

Ovviamente, per Darwin queste capacità andavano inquadrate in un’ottica di selezione naturale e sessuale, in quanto vantaggio selettivo, ovvero come maggiore opportunità di sopravvivere e riprodursi. In un sottovalutato studio sull’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, il naturalista vittoriano rilevò anche come l’uomo abbia in comune con gli animali l’espressione delle emozioni primarie, come la paura, il disgusto e la rabbia, impiegate come forma di comunicazione oltre che come disposizione fisiologica nei confronti degli stimoli. Infine, Darwin riteneva che alcuni animali potessero sviluppare una sorta di memoria autobiografica, simile a quella umana, che gli rendesse possibile ricordare alcune sequenze della propria vita, “visualizzandole” mentalmente.

Se l’idea che gli animali possano rappresentarsi per immagini alcune sequenze di vita può apparire assurda, occorre però considerare che alcuni studi hanno evidenziato la capacità degli animali di sognare. Per sognare, almeno nell’uomo, occorre disporre di uno “schermo mentale” ed è possibile che esso si presenti, sia pure in modo meno complesso rispetto a noi, anche durante la veglia. Le differenze di grado tra l’uomo e gli animali sono comunque molto elevate, al punto che molte di queste differenze, da quantitative, diventano anche qualitative: nessun animale è in grado di manipolare la natura e la trama della realtà come se ne è dimostrato in grado l’uomo.

Inoltre, bisogna fare attenzione a non “antropomorfizzare” gli animali, attribuendo loro desideri, pensieri, emozioni e ragionamenti che sono tipici della nostra specie, aspettandoci, stavolta con arroganza antropocentrica, che per essere realmente considerati intelligenti, gli altri animali debbano condividere i nostri stessi valori morali o gli stessi set di abilità psicosociali. La nostra mentalità e le basi della nostra moralità potrebbero essere giusti e buoni per noi, ma altri animali potrebbero sviluppare valori e norme molto differenti, che non sarebbe “etico” ritenere migliori o peggiori delle nostre.

Fatte queste dovute premesse, occorre però rilevare come gli animali siano dotati di intenzionalità. L’intenzionalità è una proprietà del pensiero che lo riferisce a un oggetto (aboutness) e include anche la capacità di agire in vista di uno scopo, focalizzandosi su di esso. L’azione in vista di uno scopo presuppone anche un elaborato schema di processi mentali, impliciti o espliciti. Non sempre nell’uomo questi processi sono espliciti: è possibile dirigersi verso un luogo che si conosce anche senza esserne del tutto coscienti, muovendosi in automatico e affidandosi alle mappe cognitive che rappresentano la geografia del luogo. Eppure, l’intenzionalità denota anche una capacità di concentrarsi su un oggetto – una proprietà, questa, che viene oggi ritenuta alla base della coscienza.

La coscienza interessa i ricercatori solo da poco tempo: attualmente, tuttavia, le neuroscienze e la biologia possono vantare, a supporto dei propri studi, strumenti di neuroimaging, che penetrano in profondità le strutture nervose, rendendo possibile verificare i correlati neurali implicati nell’esecuzione di comportamenti e nell’elaborazione di pensieri complessi. Strumenti come la tomografia a emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale, infatti, consentono di studiare l’attività del cervello, e dunque sono potenzialmente in grado di dirci quali aree del cervello si attivano negli animali quando sono chiamati a riflettere sui problemi.

Se è lecito aspettarsi che tra l’uomo e gli animali vi siano delle differenze di grado, è però possibile indagare i loro processi mentali per stabilire se sono dotati di capacità e di meccanismi simili ai nostri. Lo studio della coscienza, per decenni ritardato anche nell’uomo, può oggi svincolarsi dagli strumenti di indagine empirici, limitati tradizionalmente all’osservazione del comportamento esteriore, che come rilevato dai comportamentisti, non può dirci molto sui fenomeni mentali dell’individuo, e all’intervista, che nel caso degli animali non è applicabile, in quanto essi non sono dotati di linguaggio (perlomeno, esso non è complesso e “leggibile”come il nostro).

Gli studi sulla coscienza negli animali partono dunque dal presupposto che alcune proprietà della coscienza sono universali, ovvero non sono un prodotto culturale e non sono un’esclusiva della nostra specie e della nostra organizzazione percettiva della realtà. Inoltre, tali proprietà, in quanto fenomeni neurali e non come manifestazioni metafisiche e immateriali dell’anima, sono perfettamente rilevabili attraverso lo studio dei processi cerebrali sottostanti. Per questo, negli ultimi anni i ricercatori hanno iniziato a studiare gli indizi della coscienza sia nell’uomo tipico, sia nel bambino, sia negli individui con lesioni cerebrali, sia negli animali.

Negli ultimi tre casi, lo studio della formazione della coscienza in entità meno complesse, o che presentano delle limitazioni, può aiutarci a comprendere meglio le basi della coscienza superiore presente nell’uomo. Coerentemente con l’idea di Darwin, infatti, per comprendere come pensiamo, dobbiamo guardare alle forme meno complesse, ipotizzando i passaggi evolutivi che hanno portato alla formazione della nostra coscienza complessa. Ora, alcuni autori, supportati da studi recenti, ritengono che gli animali superiori siano dotati di una forma primitiva di coscienza, che Damasio definisce “coscienza nucleare”, la quale non ha bisogno degli strati corticali più recenti per manifestarsi. La coscienza nucleare fungerebbe da base alle forme di coscienza più evolute, come la nostra, che integra elementi autobiografici, linguistici e simbolici per generare il senso del sé e l’auto-consapevolezza, fenomeni emergenti che poggiano però su basi comuni anche ad altre specie.

Ma che prove ci sono che anche gli altri animali sono dotati della capacità di riflettere, di focalizzarsi su un oggetto, di attribuirlo a sé stessi e di rappresentarsi mentalmente il proprio stato mentale? Alcuni esperimenti pionieristici hanno messo alla prova specie dotate di livelli intellettivi elevati, come i primati, alcuni uccelli e alcuni cetacei, studiando il modo in cui risolvono problemi non codificati nella loro esperienza quotidiana e che, dunque, non hanno ricevuto una risposta pre-selezionata dai geni. Tali studi hanno permesso di comprendere come questi animali siano capaci di rappresentarsi i propri stati emotivi e motivazionali futuri, siano in grado di riflettere e di prendere coscienza del proprio grado di incertezza di fronte ai problemi e siano anche riusciti a “fallire” dei test che, per poter essere falliti, richiedono appunto una capacità di rappresentazione mentale, pur minima.

In tutti i casi analizzati finora, gli animali hanno dunque dimostrato di possedere alcuni dei mattoncini mentali che rendono possibile l’emergenza di una proto-coscienza, pur se slegata dai codici linguistici che noi umani associamo al pensiero. E’ ancora presto per comprendere le implicazioni di questi studi, ma un aspetto è chiaro: anche la nostra autocoscienza, l’ultimo bastione che – illudendoci – riteniamo ci separi dalle altre forme di vita, potrebbe nella sua forma primaria non essere una proprietà esclusiva dell’uomo, né ci eleva di molto al di sopra delle altre specie.

Continuare a studiare i correlati neurali della coscienza nell’uomo e negli altri animali ci permetterà di comprenderne meglio le caratteristiche, le modalità di funzionamento e gli scopi, aiutandoci anche a capire come mai, in fasi diverse, la selezione naturale ha favorito l’evoluzione convergente di questa proprietà mentale, che oggi ci rende consapevoli di essere al mondo, di essere individui unici nel nostro genere, eppure anche così simili a tutte le altre forme di vita.

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