Interludio – TED 4) Donald Hoffman

Nel percorso intrapreso su questo spazio, ci siamo focalizzati inizialmente sulla teoria dell’evoluzione di Darwin, analizzando in che modo essa ha sconvolto la percezione del mondo naturale e della biologia umana e riconfigurato il nostro approccio alla comprensione del mondo, per poi approfondire la natura dell’esperienza cosciente, ripercorrendo le tappe che hanno portato dalla nascita della psicologia e delle scienze cognitive ai contemporanei paradigmi delle neuroscienze.

Ora, nel prossimo ciclo di articoli, ci occuperemo di indagare in che modo l’evoluzionismo e le neuroscienze si integrano, non solo nello studio dei processi neurali e nel loro rapporto con l’intelligenza e la coscienza umana, ma anche in relazione al mondo esterno, e nello specifico alla conoscenza del mondo esterno. L’epistemologia ci dice che l’oggetto di qualsiasi conoscenza dipende sempre dal soggetto: e quali indicazioni possiamo ricavare dal fatto che il soggetto del conoscere, ovvero il nostro io, come rilevato dai neuropsicologi, è il prodotto di oltre tre miliardi di anni di evoluzione e scaturisce da impulsi nervosi di natura fisico-chimica e non, come sosteneva Platone e come cercò di dimostrare Cartesio, da un nucleo aprioristico e immateriale che possiamo chiamare anima, cogito o flusso vitale?

In altre parole, quali conseguenze ha, sulla nostra concezione di “realtà” e sui presupposti della nostra indagine scientifica del mondo, il fatto che noi siamo esseri biologici e che la struttura del nostro pensiero riflette profondamente le esigenze adattive che ci hanno portato a prevalere sulle altre specie, nel tortuoso percorso dell’evoluzione? Il famoso astrofisico Stephen Hawking, recentemente scomparso, proponeva un simpatico esempio.

Immaginiamo che un gruppo di pesci rossi, rinchiusi in una boccia di vetro, possa con il tempo sviluppare una propria forma di analisi scientifica del mondo circostante: questi pesci rossi, che possono osservare l’ambiente esterno solo attraverso la boccia di vetro curva, elaboreranno ben presto equazioni del mondo reale relative al fatto che la percezione di questo mondo è filtrata dalla superficie curva del vetro. Le loro equazioni, insomma, rifletteranno almeno in parte il loro impianto percettivo, confermando l’esistenza di un mondo curvo e distorto. Difficilmente essi potranno “rompere il vetro”, cioè andare oltre la curvatura percettiva e riscontrare la “reale” natura dell’ambiente esterno. Persino l’equipaggiamento tecnologico in loro possesso potrebbe corroborare la loro ipotesi di vivere all’interno di uno spazio curvo, su misura di pesce rosso.

Insomma, per dirla con le parole dello stesso Hawking: “I pesci rossi potrebbero formulare dal loro sistema di riferimento distorto leggi scientifiche che varrebbero sempre e che consentirebbero loro di fare predizioni sul moto futuro dei corpi all’esterno della boccia. Le loro leggi sarebbero più complicate di quelle vigenti nel nostro riferimento, ma la semplicità è una questione di gusto. Se un pesce rosso formulasse una simile teoria, dovremmo ammettere la sua visione come una descrizione valida della realtà“.

Quello che questo esempio vuole dimostrare è che la nostra percezione della realtà è intrinsecamente tarata su ciò che i nostri sensi ci dicono. A prima vista, dunque, l’allegoria di Hawking richiama il mito della caverna di Platone, il quale tuttavia sosteneva l’esistenza di un mondo “reale” al di fuori della caverna, proponendo un dualismo tutto interiore tra sensi e intelletto. In un altro TED Talk abbiamo visto come uno degli autori più marcatamente “riduzionisti”, Richard Dawkins, sostenga la difficoltà di poter mai conoscere realmente l’assurdità e complessità dell’universo in cui viviamo, proprio a causa dei limiti intrinsechi ai nostri sensi e al nostro intelletto, che da essi scaturisce e con essi si è co-evoluto.

In questo TED Talk, Donald Hoffman va oltre questo presupposto, per indagare che cosa ci dice realmente la scienza evoluzionistica sul nostro rapporto tra conoscenza e realtà. “Che tipo di relazione c’è tra il cervello e l’esperienza cosciente, come ad esempio l’esperienza del gusto di cioccolato o la sensazione tattile data dal velluto? Riusciamo a vedere la realtà così com’è? Apro gli occhi e ho un’esperienza che descrivo come un pomodoro rosso a un metro di distanza. Di conseguenza, ho motivo di credere che nel mondo reale esista un pomodoro a un metro di distanza da me. Poi, chiudo gli occhi e la mia esperienza si trasforma in un campo grigio. Ma nel mondo reale esisterà ancora quel pomodoro rosso a un metro da me? Io penso di si, ma è possibile che mi sbagli? È possibile che io stia interpretando male la natura delle mie percezioni?”

Il rapporto tra conoscenza sensoriale e realtà è stato manomesso dalla scienza già a partire da Copernico e Galileo. Eravamo convinti di vivere su una superficie piatta e immobile, posta al centro dell’universo. La scienza ci ha detto che la nostra convinzione era errata e ci ha abituati a pensare che una conoscenza ingenua del mondo, basata sulle nostre illusioni percettive, sia fallace. Ora, però, possiamo andare ancora oltre, e interrogarci sulla relazione tra percezione e realtà. Intanto, se analizziamo il nostro organo di senso principale, la vista, ci rendiamo conto di quanto sia complesso.

La vista non funziona come un semplice apparecchio fotografico: “Quando pensiamo al senso della vista in generale, immaginiamo che funzioni come una macchina fotografica. Non fa altro che fotografare la realtà oggettiva così com’è. Una parte della vista, in effetti, è come una macchina fotografica: l’occhio ha una lente che mette a fuoco le immagini sulla parte posteriore dove si trovano 130 milioni di fotorecettori. In pratica, l’occhio è come una macchina fotografica da 130 megapixel. Questo però non spiega i miliardi di neuroni e i trilioni di sinapsi impiegati nella vista. Che cosa fanno tutti questi neuroni?”

Gli esperimenti condotti sui soggetti che presentavano lesioni in alcune aree corticali ci dimostrano che il presupposto della vista non è, “semplicemente”, la capacità di fotografare il mondo circostante. Occorre un sistema di elaborazione dell’immagine, di organizzazione degli stimoli visivi in immagini dotate di senso. In un certo senso, potremmo dire che il presupposto della vista, così come la intendiamo, non è l’occhio, ma il simbolo. Anche a occhi chiusi, siamo in grado di “vedere” qualcosa. Allo stesso modo, quando guardiamo il mondo a occhio nudo, i nostri neuroni “sono impegnati a creare, in tempo reale, tutte le forme, gli oggetti, i colori e i movimenti che vediamo. Crediamo di fare una semplice fotografia di questa stanza così com’è, ma in realta stiamo costruendo tutto ciò che vediamo”.

Ma questa costruzione è davvero oggettiva? “La risposta-tipo a questa domanda è di tipo evoluzionistico. I nostri progenitori, dotati di una vista migliore, erano in vantaggio competitivo rispetto agli altri e quindi c’era più probabilità che trasmettessero i loro geni. Noi siamo la discendenza di quelli con la vista migliore perciò possiamo stare certi che, nella norma, le nostre percezioni saranno esatte. Questo è ciò che si trova nei comuni libri di testo. L’idea è che percezioni più precise siano anche più adeguate, che favoriscano la sopravvivenza”.

Tuttavia, in natura abbiamo molti esempi che provano il contrario. Insetti, uccelli e anche molti mammiferi non vedono la realtà “così com’è”, ma possono prendere degli abbagli percettivi inattesi, scambiando una forma scura per un predatore, o, come dimostrato nel video, una bottiglia di birra per il partner con cui accoppiarsi. Come funziona, allora, il rapporto tra percezione e realtà? La selezione naturale favorisce effettivamente la visione oggettiva della realtà?

“Per fortuna non ci sono incertezze, l’evoluzione è una scienza esatta. E possiamo verificarlo con le equazioni evolutive. Possiamo far competere vari organismi in ambienti artificiali e vedere chi sopravvive e chi prospera, quale apparato sensoriale è il più adatto. Alcuni organismi hanno una visione completa della realtà, altri la vedono solo in parte e altri ancora non la vedono affatto, solo adattamento. Chi vince? Mi dispiace dirvelo, ma la percezione della realtà perde. In quasi tutte le simulazioni, gli organismi che non hanno alcuna visione della realtà ma che sono sintonizzati solo sull’adattamento portano all’estinzione tutti quelli che percepiscono la realtà. Morale della favola, l’evoluzione non favorisce percezioni accurate e veritiere della realtà. Questo tipo di percezione del reale finisce per estinguersi”.

Questo significa forse che noi percepiamo una realtà distorta, in funzione di ciò che ci è utile per sopravvivere e riprodurci? E’ difficile associare tutto ciò che vediamo, sentiamo e quindi, di conseguenza, pensiamo, a dei principi così limitati e riduzionistici. Eppure è sufficiente ritornare al ciclo di articoli sulla computazione e il parallelismo mente-software che abbiamo affrontato in precedenza, per vedere come tutto torni:

“Prendiamo come esempio l’interfaccia desktop del computer e nello specifico l’icona blu che segnala una cartella selezionata. L’icona è blu, di forma rettangolare e si trova nell’angolo inferiore destro del desktop. Questo significherà che il file di testo all’interno del computer sia blu, rettangolare e si trovi materialmente nell’angolo inferiore destro? Certamente no! Pensare una cosa simile, significherebbe fraintendere la funzione dell’interfaccia desktop che non è quella di mostrare com’è fatto il computer: anzi, in verità, sta lì proprio per nasconderne il vero aspetto. Nessuno vuole saperne di diodi, resistenze e software da migliaia di megabyte. Se dovessimo farlo, non riusciremmo mai a scrivere il nostro file o a modificare una foto. Sembra dunque che l’evoluzione ci abbia dotati di un’interfaccia che nasconde la realtà e guida il comportamento adattivo. Spazio e tempo, come li percepiamo in questo momento, sono il nostro desktop. Gli oggetti materiali sono semplici icone di quel desktop“.

Eppure, il modo in cui noi interagiamo con la realtà esterna dimostra che essa non è una semplice immagine nella nostra testa, un Matrix immateriale. Se così fosse, toccare il fuoco non ci brucerebbe. Analogamente, se pensassi che “quel treno che sfreccia sul binario a 300 km/h non sia altro che un’icona sul tuo desktop, perché non ti ci metti davanti? Non andrei a mettermi davanti a quel treno per lo stesso motivo per cui non trascinerei incautamente quella icona nel cestino: non perché io prenda quell’icona alla lettera – quel file non è effettivamente blu o di forma rettangolare – tuttavia, lo prendo sul serio. Potrei perdere settimane intere di lavoro. Analogamente, l’evoluzione ci ha plasmati includendo in noi simboli percettivi, progettati per tenerci in vita. Sarà meglio prenderli sul serio. Se vedi un serpente, non toccarlo. Non saltare giù da una scogliera. Sono progettati per tenerci al sicuro e dovremmo prenderli sul serio. Ciò non vuol dire che debbano essere presi alla lettera. Sarebbe un errore logico.”

Il fatto che tutto ciò che ci circonda sia ricostruito dal software della nostra mente e non sia scorporabile da esso rappresenta un paradosso anche rispetto agli strumenti che ci permettono di conoscere il mondo. “Da tanto tempo ormai i fisici ci dicono che il metallo di quel treno appare solido ma in realtà è fatto di spazio vuoto con particelle microscopiche che vi girano vorticosamente intorno. Nulla di nuovo, dunque. Beh, non è esattamente così. È un po’ come dire, io so che quell’icona blu sul desktop non è la realtà del computer, ma se tiro fuori la mia fedele lente d’ingrandimento e guardo molto da vicino, riuscirò a vedere i pixel. Quello è il vero aspetto del computer. Ma non del tutto… siamo ancora sul desktop e questo è il punto. Quelle particelle microscopiche sono ancora nello spazio e nel tempo. Sono ancora nell’interfaccia utente“.

E ancora: “Gli oggetti del mondo fisico sono solo le icone di quel desktop. Pensavamo che la Terra fosse piatta perché sembra che sia così. Pensavamo anche che la Terra fosse il centro immobile dell’Universo perché è così che appare. Ci sbagliavamo. Avevamo interpretato male le nostre percezioni. Oggi crediamo che spazio-tempo e oggetti siano la natura della realtà così com’è. La teoria evoluzionistica ci dice, ancora una volta, che siamo in errore. Stiamo interpretando male il contenuto delle nostre esperienze percettive. C’è qualcosa che esiste quando non guardiamo, ma non si tratta né dello spazio-tempo né degli oggetti. È altrettanto difficile per noi lasciar perdere oggetti e spazio-tempo quanto per lo scarabeo gioiello abbandonare la sua bottiglia. Perché? Perché non possiamo vedere la nostra stessa cecità”.

Questo vuol dire forse che anche la nostra fisica quantistica, così aliena al senso comune, e persino le equazioni di Einstein, sono in fondo il prodotto della stessa distorsione percettiva che affligge i pesci rossi nella boccia di vetro curva dell’esempio di Hawking? “Guardando nella lente di un telescopio, abbiamo scoperto che la Terra non è il centro immobile dell’Universo. Guardando con la lente della teoria evoluzionistica abbiamo scoperto che spazio-tempo e oggetti non sono la vera natura della realtà. Quando ho un’esperienza sensoriale che descrivo come un pomodoro rosso, sto interagendo con la realtà, ma quella realtà non è un pomodoro rosso, non ci assomiglia neanche lontanamente. E, colpo di scena: quando ho un’esperienza sensoriale descrivibile come cervello o neuroni, sto interagendo con la realtà, ma quella realtà non somiglia neanche lontanamente a un cervello o a dei neuroni. Quella realtà, qualunque essa sia, è la vera origine della relazione di causa ed effetto nel mondo reale, non il cervello oppure i neuroni. Cervelli e neuroni non hanno potere causale. Non causano nessuna delle nostre esperienze percettive e nessuno dei nostri comportamenti. Cervelli e neuroni sono insiemi di simboli caratteristici della specie, un inganno.”

In conclusione, “Quando ci distacchiamo dal presupposto estremamente intuitivo, ma altrettanto falso sulla natura del mondo reale, si aprono modi nuovi di pensare al mistero più grande dell’esistenza. Scommetto che la realtà si rivelerà più affascinante e sorprendente di quanto si possa immaginare. La teoria evoluzionistica ci presenta la sfida estrema: quella di riconoscere che la percezione non è la visione della realtà ma è l’avere dei figli”.

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