Le nuove indagini sulla vita biologica

 Questioni di metodo

Come si è visto, il DNA non fu scoperto e compreso in tutto e per tutto e simultaneamente. E’ più corretto affermare che vi furono diverse tappe, nel corso degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, che portarono i ricercatori ad analizzare in modo sempre più preciso la struttura dei meccanismi ereditari e, di conseguenza, le variazioni individuali e l’evoluzione della specie. La storia della genetica, come molte delle avventure scientifiche dell’ultimo secolo, è fondata su un programma di ricerca decennale portato avanti da centinaia di scienziati in decine e decine di laboratori diversi, spesso tra loro in competizione. Una storia fatta di progressi costruiti gradualmente, mattone su mattone, prima che la scoperta del funzionamento della “doppia elica”, a opera di Watson e Crick, desse finalmente un senso compiuto all’accumulazione dei mattoni precedenti, mostrando con chiarezza l’edificio biologico che era andato costruendosi in quegli anni.

Mendel e i genetisti mendeliani avevano creduto in un concetto tipologico e quasi-essenzialistico di specie: per loro, l’evoluzione era possibile solo attraverso mutazioni drastiche, nette, in continuità con quanto affermato dai saltazionisti pre-darwiniani. Viceversa, pur indicando come fattore primario di evoluzione la selezione naturale, graduale e cumulativa, Darwin aveva aderito all’idea di un’eredità basata sulla mescolanza dei caratteri e sulla trasmissione lamarckiana delle caratteristiche acquisite in vita dagli individui. Le prospettive del darwinismo e del mendelismo erano state entrambe sottoposte a revisione, molte delle idee che facevano da corollario a entrambe erano state rigettate, e ciò che si era conservato era stato integrato in una prospettiva comune.

Parte del lavoro degli scienziati è quindi quello di sottoporre a scrutinio costante le conoscenze acquisite. Laddove emergano delle prove sperimentali a sfavore di una determinata teoria, essa, per quanto in precedenza ritenuta valida, va sottoposta a ridefinizione, a modifica o, eventualmente, richiede di essere sostituita.  Talvolta, si assiste anche a un cambiamento di paradigma. Ciò risulta possibile in virtù del fatto che le teorie scientifiche sono sempre falsificabili, termine che in questo caso indica la possibilità di confutare, ovvero negare sulla base di prove ottenute in laboratorio, un assioma scientifico. Una teoria, dunque, è da ritenersi affidabile “fino a prova contraria”; dal paradigma induttivo e di verifica ottocentesca, nel XX secolo si era passati a una prospettiva sì deduttiva, ma fondata sulla possibilità della negazione, cioè sull’opposto della pretesa di verità rivelata o intellettivamente acquisita delle discipline non-scientifiche.

L’idea di Karl Popper di falsificabilità si fondava, a sua volta, su due presupposti impliciti, propri dello spirito del tempo. Il primo era l’ambito fisico, materiale, della ricerca scientifica. Tutto ciò che è tecnicamente possibile studiare fa riferimento a un substrato materiale, a un assembramento discreto di particelle. Ciò esclude a priori ogni possibilità di spiegazione di entità immateriali, meta-fisiche. Inoltre, come già dimostrato da Hume, chiarisce l’incomunicabilità tra un’entità metafisica, come ad esempio l’anima, e un composto materiale come un corpo. Un’anima, per esercitare un qualche effetto sulla materia, deve poterla toccare: ma per toccarla, deve poter essere materia, e a quel punto non sarebbe più un’anima immateriale.

Ciò era tanto più vero laddove persino l’energia veniva ormai concepita in rapporto alla massa fisica. Allo stesso tempo, però, le nuove concezioni di materia introdotte dai fisici aprivano a un’idea di materia molto più immateriale, molto meno solida, massiccia e “fisica” di quanto appariva ai moduli percettivi umani.

Il secondo presupposto implicito era basato sulla graduale presa di coscienza della crisi della pretesa oggettivistica. A questo aveva contribuito principalmente la ricerca in campo fisico: la relatività di Einstein e la meccanica quantistica avevano chiarito il ruolo cruciale giocato dall’osservatore, mettendo in crisi il presupposto di oggettività.

Tuttavia, ancora una volta, il vero grande artefice di questa crisi era probabilmente Darwin: avendo dimostrato che l’essere umano non era un composto duale, fatto di anima e di corpo, ne derivava che il suo intelletto, non discendendo da un’essenza predefinita, non era capace di accedere alle “verità dei mondi immobili”, fossero queste l’iperuranio platonico o l’illuminazione divina, semplicemente diffidando dei propri sensi e mortificando le proprie radici carnali. Persa la pretesa del Soggetto di farsi pastore dell’essere e depositario dell’Oggetto perché ontologicamente separato da esso, anche il secolare lavoro di scoperta e ridefinizione del mondo smetteva di essere legato alla conquista di una qualche verità universalmente valida. Esso era, piuttosto, un’opera di adattamento dei sensi e degli schemi cognitivi ed ermeneutici a ciò che gli strumenti costruiti dai sensi e dalla cognizione epistemica, dalla matematica ai dispositivi tecnologici utilizzati per indagare la materia, indicavano essere totalmente discorde da essi.

In altre parole, l’uomo scientifico del XX secolo aveva di fronte almeno tre ordini di ostacoli, probabilmente insormontabili, tra sé e la verità oggettiva: l’impossibilità sensoriale di acquisire e fare propria tale verità; l’impossibilità materiale di far aderire completamente gli strumenti teorici e tecnologici utilizzati dai sensi all’oggetto del loro studio; l’impossibilità relativa di investigarla, oltre che per i limiti intrinseci del pensiero e della strumentazione, per via della stessa costituzione fisica della materia. Questo terzo punto, in particolare, implica che la verità oggettiva, intesa come la conoscenza assoluta e pervasiva di ogni singola variabile di un dato sistema fisico, potesse non essere un noumeno kantiano, comunque oggettivo, quanto piuttosto un qualcosa di oggettivamente inverificabile.

Il concetto di verità, d’altronde, è anch’esso di derivazione metafisica, e sempre più scienziati, ormai, preferiscono quello più plausibile di realismo, relativo a un determinato aspetto e a una precisa dimensione del sistema in esame. Ciò implica una netta separazione tra i diversi livelli di indagine, come la fisica, la chimica e la biologia, ma anche tra la fisica macroscopica e quella subatomica. Ne consegue una sostanziale difficoltà di coniugare le diverse discipline entro un’unica grande teoria, al costo di perdere il loro potere descrittivo e predittivo. Già la selezione naturale, costituendosi come un modello multidisciplinare e multifattoriale, che comprende l’interazione di diversi sistemi, dalla competizione interspecifica a quella specie-specifica, dall’impatto delle risorse e della conformazione ambientale alla pressione riproduttiva, dalla dimensione stocastica delle variazioni e delle morti accidentali all’accumulo non-casuale di variazioni genetiche nel corso di svariate generazioni: già la selezione naturale, come si evince, si connota come una teoria non confutabile, e dunque non sottoponibile al popperiano principio di falsificabilità.

Insomma, se i sensi, con la loro percezione tridimensionale ma ingenua della realtà, e di conseguenza l’osservazione diretta, non potevano più essere considerati degli strumenti di conoscenza certa e oggettiva, anche l’intelletto, che è stato dimostrato essere strettamente interconnesso con le percezioni sensoriali, perdeva la sua aura di giudice supremo in quanto imago dei. A questa prospettiva, tuttavia, non si associava un clima nichilistico o una postura scettica simile a quella che aveva condotto Cartesio ad aggrapparsi al cogito. Al contrario: una volta chiariti i limiti intrinseci a ogni epistemologia, diventava stimolante cucirvi sopra un metodo affidabile, che spingesse ogni disciplina a scontrarsi con tali limiti costitutivi.

indagini sulla vita

 Verso un nuovo paradigma

La scienza è soggetta all’influenza delle mode. Il singolo scienziato, ma come lui un’intera generazione, può agire spinto da presupposti parzialmente errati o inesatti. Prima di Copernico, si riteneva che la Terra fosse al centro dell’universo. Per decenni, la scienza ha creduto nel flogisto e nell’etere. E in precedenza, per migliaia di anni, le più grandi menti occidentali hanno ritenuto certa l’esistenza dell’anima. Fino a un secolo fa, la vita era ritenuta materia animata, si riteneva che l’essenza precedesse l’esistenza, e la mente il corpo. Tra qualche secolo, forse, molte delle conoscenze che diamo abitualmente per acquisite saranno sconfessate. Non solo a livello epistemico, ma anche per quanto riguarda gli ambiti applicativi delle diverse discipline, i paradigmi dominanti risentono dei pregiudizi popolari, necessitano una mediazione costante in direzione del senso comune, sono soggetti al peso dei finanziamenti e delle ricadute commerciali, alla progressiva burocratizzazione e automazione degli artifici umani.

Tuttavia, a differenza delle filosofie e delle metafisiche, che non sono dimostrabili e non possono essere sottoposte a revisione empirica, il sapere scientifico si è dimostrato, almeno nell’ultimo secolo e mezzo, superiore alla somma delle ideologie transitorie e dei limiti di comprensione e di impostazione propri delle diverse epoche. In campo scientifico, in un certo senso, vigono quegli stessi di meccanismi di scrutinio che l’ambiente naturale applica, del tutto inconsapevolmente, nei confronti degli individui delle diverse specie.

Ovviamente, nulla lascia intendere che ciò possa avvenire per sempre, né che tali meccanismi di selezione fisiologica siano orientati verso il perseguimento di un sapere disinteressato e svincolato dall’esercizio del potere economico e politico. Eppure, è plausibile supporre che le prossime generazioni potranno vantare una conoscenza più approfondita e precisa di ciò che è davvero la vita, un concetto così carico di sovrastrutture metafisiche, vitalistiche e narcisistiche, da essersi meritato la strenua difesa degli apparati di potere fondati sulle ideologie dogmatiche e la costante opposizione del senso comune.

Negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, centinaia di ricercatori lavorarono a ridefinire, un tassello alla volta, l’umana concezione di sé e della vita. Il lavoro intrapreso da Darwin e dai suoi precursori, affinato dalle generazioni successive di naturalisti darwiniani e genetisti mendeliani, aveva reso possibili delle indagini sulla vita biologica ormai depurate da pregiudizi dualistici, finalistici e religiosi in generale.

Per quanto fosse difficile trattenere le proprie credenze sulla soglia dei laboratori, il rigore del metodo scientifico, orientato sulla falsificabilità, sulla sperimentazione e sulla spietatezza delle sue applicazioni, selezionava da sé le analisi che più si avvicinavano a una descrizione oggettiva della realtà. Pur nell’impossibilità di abbracciarla mai fino in fondo.

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