Il naturalismo è un nichilismo? (2di2)

Uno degli aspetti più trascurati della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, e delle successive revisioni apportate dai ricercatori, è che essa non presuppone una competizione diretta, e violenta, tra membri della stessa specie – e dello stesso gruppo – e tra membri di specie diverse. La competizione è spesso indiretta e non sempre si traduce in comportamenti apertamente violenti.

In natura c’è sopraffazione, c’è violenza, ma c’è anche cooperazione, condivisione e altruismo. Sia i comportamenti altruistici che quelli egoistici non sono il frutto di un pensiero morale, bensì di equazioni neurali basate sull’apprendimento e più spesso di schemi di comportamento codificati a livello genetico.

In altre parole, essi sono il frutto della selezione naturale e delle possibilità espressive concesse a ogni essere vivente in virtù della sua complessità: non hanno niente di positivo o di negativo in sé, perché in natura la bussola del comportamento è l’opportunità di sopravvivenza e di replicazione del proprio genoma (e, in alcuni casi, di quello dei propri consanguinei) offerta da ciascuna azione.

Ma proprio qui sta uno dei rovesciamenti più radicali della morale umana proposto da Darwin: i famosi “istinti di simpatia” di cui alcune specie di primati sarebbero dotate, avrebbero potuto fornire una base innata al comportamento morale, successivamente affinato dalla cultura e dall’apprendimento. Ciò significa che la natura ci ha fornito le basi per edificarci sopra la nostra idea di bene e di male? La natura come prima “moralizzatrice” dell’agire umano, come sostenevano i filosofi vittoriani? Le cose non sono così semplici.

Uno dei problemi con l’idea occidentale di “natura” è che essa si fa spesso specchio delle proiezioni umane, nel bene e nel male: la natura ha gli artigli rossi di sangue, ma è anche quel territorio armonioso e arcadico in cui desideriamo fuggire per salvarci dal male di vivere della civiltà. Essa sembra avere mille facce e si presta a differenti letture e interpretazioni.

In realtà, la natura sfugge a qualsiasi definizione dicotomica e semplicistica, a partire dal concetto stesso di “natura”, che lo stesso Darwin definiva come un insieme di leggi, ovvero di costanti. Come abbiamo visto, spesso si parla di natura come di qualcosa di contrapposto alla civiltà, presupponendo che l’operato umano non abbia più niente di naturale, ma si tratta di una pia illusione – essendo l’uomo composto essenzialmente dalla sua biologia.

Ma anche illudersi che secoli di cultura non abbiano modificato profondamente gli schemi di pensiero – anche per via epigenetica – andando a stratificare una “seconda natura”, significa cadere nella fallacia opposta. In altre parole, occorre sceverare con attenzione, distinguere tra gene e meme, studiarne le interazioni e le deformazioni reciproche.

Il senso morale potrebbe avere delle basi biologiche, ma occorre distinguere l’altruismo culturale dalle spinte genetiche e non tentare di sovrapporre i due piani, come se fossero intercambiabili. La maggior parte delle azioni benefiche o malevole che compiamo non hanno corrispettivi in natura, e sia i loro presupposti che le loro conseguenze hanno senso rispetto al sistema socio-culturale in cui ci muoviamo, alle sue leggi e alle sue norme implicite. 

Una cosa è certa, comunque: il naturalismo non rappresenta un nichilismo, innanzitutto perché adotta una posizione complementare e non alternativa a quella morale: con la lente del naturalismo, i comportamenti possono essere valutati esclusivamente dal punto di vista della loro fitness, ma tale valutazione non assume connotati prescrittivi – solo informativi e descrittivi. In altre parole, il naturalismo non autorizza ad affondare qualsiasi discorso morale, bensì a rifondarlo a partire da presupposti altri, più profondi, consapevoli e aggiornati, rispetto a quelli avanzati per secoli dalle religioni. 

Ma la rifondazione del pensiero morale resta un compito della cultura, della dialettica comunitaria, della filosofia, della politica, le quali, basandosi su quanto afferma la scienza, hanno l’opportunità di ridefinire i parametri morali e il piano etico del proprio tempo.

Allo stesso tempo, non è possibile attribuire al naturalismo la capacità di operare un discorso sul senso della vita. Gli studi di biologia molecolare e di etologia ci confermano che, in natura, il senso della vita di ciascun organismo è quello di sopravvivere e replicarsi, o meglio di replicare il proprio patrimonio genetico.

Tale descrizione può non bastare a noi esseri umani, perché la cultura ci ha insegnato ad attribuire significati ulteriori alle nostre azioni e alla nostra vita. Tuttavia, occorre tenerne conto, poiché in molti casi, l’assenza di senso, la crisi dei valori, il nichilismo, rappresentano piuttosto l’altra faccia di un conflitto tra geni e memi, laddove la competizione investe la cultura e la biologia.

Per fare un esempio, hanno destato grande scalpore gli studi di alcuni ricercatori che hanno dimostrato come lo stupro, inteso come rapporto sessuale violento e non consenziente, sia un comportamento diffuso anche in molte specie animali. L’idea che questa azione non sia una prerogativa umana implica che anche molti animali si comportino in modo immorale? Ovviamente no: agiscono così spinti dall’opportunità di trasmettere il proprio patrimonio genetico. Ancora una volta, dunque, non ha senso parlare di morale quando si guarda al mondo naturale.

Eppure in molte culture, lo stupro viene ritenuto un atto immorale (e in molte culture era ed è considerato immorale non solo chi lo compie, ma anche chi lo subisce…). Ovviamente ci sono molte ragioni per vietare lo stupro – alcune di esse, secondo i sociobiologi, hanno esse stesse motivazioni “genetiche” alla base – ma il punto è che, nel momento in cui il mio “istinto”, se presente, viene regolato da una serie di norme e di leggi, e assume rilevanza rispetto al sistema di valori (leggasi: memi) che regola il mio vivere nella comunità, io ne terrò conto.

Se entrano in crisi quei valori, poiché sorretti da presupposti – religiosi, metafisici – ormai obsoleti, occorre conservare quanto di buono è stato prodotto, ridefinendo l’idea stessa di “buono” a partire da ciò che il ragionamento, l’esperienza, la verifica empirica e l’espressione della volontà della maggioranza ci indicano. Un compito non semplice, ma che tuttavia diventa, con il passare dei secoli, sempre più inderogabile.

Dunque, è in tale conflitto tra “natura” e “cultura”, e talvolta tra culture e nature diverse tra loro, viste non più come istanze indipendenti ma come parti di uno stesso spettro, che spesso si situa il dilemma morale umano: come già evidenziato da Freud, esso è di difficile e probabilmente mai totalmente raggiungibile soluzione.

 Naturalismo e senso della vita

Il naturalismo ha implicazioni profonde anche rispetto al senso che le religioni permettevano di assegnare alla vita. Contrapposto a tale senso, è stato coniato il termine “nichilismo”: ma siamo sicuri che le religioni non siano esse stesse nichiliste?

Attribuendo maggiore valore alla vita dopo la morte, sottraendo significato all’esistenza in sé, le attuali impalcature memetiche che sottendono alle religioni organizzate in realtà svuotano l’esistenza umana di significato, poiché rileggono ciascuna vita all’insegna di ciò che le conferisce valore in rapporto alle sue conseguenze ultraterrene.

Viceversa, il naturalismo, il quale, di per sé, nega alla radice ogni origine metafisica e finalistica della vita, implica anche che l’esistenza di ogni individuo sia unica e circoscritta nel tempo, rappresenti un’eccezione al “nulla” che la precede e la segue.

La presenza di questo nulla può gettare l’uomo nell’angoscia, o può spingerlo a vivere la propria vita e quella dei propri cari come se essa fosse qualcosa di prezioso e irripetibile, a cui non seguiranno “premi” o “punizioni”, né “seconde occasioni”.

Pascal sosteneva che vale la pena scommettere nell’esistenza di Dio e nella vita dopo la morte, perché se si orienta la vita in tal modo, si ha l’opportunità di fare del bene e la possibilità di ottenere una ricompensa dopo morti. Ma anche vivere sapendo che ogni istante che si vive rappresenta qualcosa di unico e irripetibile, aiuta a conferire valore a ciò che si fa, comprendendo come ciò abbia un significato intrinseco, non finalizzato alla riscossione di un premio post-mortem

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