Il naturalismo è un nichilismo? (1di2)

Spesso si sente dire che la rivoluzione darwiniana ha sprofondato la specie umana nel nichilismo. Negando dio, affermando l’origine solo naturale della vita e dimostrando come anche l’uomo si sia evoluto da specie intellettivamente inferiori, l’approccio naturalistico ha di fatto cambiato per sempre il modo di guardare alla natura, alla vita, al corpo e alla mente umana.

Ne consegue che anche molti dei presupposti metafisici, vitalistici e animistici che per secoli sono stati individuati come capisaldi del vivere civile e come pietre angolari della conoscenza e dell’identità individuale, sono stati messi in discussione, ridimensionati o addirittura scartati dall’indagine scientifica. Eppure, fino a 150 anni fa, scienza e fede potevano ancora coesistere, poiché esse si spartivano magisteri diversi e incompatibili: la materia estesa e meccanica, il corpo, la scienza; la materia pensante, l’anima, la filosofia e la religione. Così era stato stabilito da Cartesio, maître à penser tra i più importanti della storia della filosofia occidentale, ma epigono di Platone quanto a epistemologia, ennesimo sostenitore della netta scissione tra corpo e anima.

Persino nella prima metà del Novecento, diversi scienziati ritenevano impassibile di conoscenza scientifica la mente e l’identità umana, poiché esse non appartenevano alla categoria dei fenomeni oggettivi e passibili di misurazione, proprio in quanto soggettivi e qualitativi. Solo successivamente, grazie ai progressi compiuti dalla psicologia e dalle neuroscienze, è stato possibile avvicinare sempre più i due lembi, il mondo dei fenomeni interiori e soggettivi e quello dei fenomeni studiabili dall’esterno e quindi oggettivi, dimostrando come essi possano sovrapporsi, sebbene, all’apparenza, non vi sia una totale coincidenza.

Oggi sappiamo che la nostra concezione di oggettivo e soggettivo va rivista. Fenomeni all’apparenza oggettivi non lo sono affatto, e attualmente molti ricercatori ritengono che non si possa più parlare con cognizione di causa di una conoscenza oggettiva della realtà, bensì di un “realismo” dipendente dai modelli impiegati per studiare la cosiddetta realtà. Allo stesso tempo, i fenomeni soggettivi non sono più esclusivamente tali, ma possono essere ricondotti nel reame degli stati della materia: in altre parole, persino l’amore può essere descritto come una complessa interazione tra processi neurali, di natura chimica ed elettrica, e fisiologici.

Il metodo di indagine scientifica della “terra di mezzo” di cui facciamo esperienza ogni giorno è eminentemente materialistico: non meccanicistico, non avidamente riduzionista, ma profondamente radicato nell’idea che i processi che regolano l’esistenza di tutte le cose siano di natura fisica e che tra essi non vi sia una discontinuità ontologica entro cui inserire l’intervento di un artefice divino. Persino la cosiddetta prova ontologica, la quale individua il divino come causa prima dell’universo, non può essere accettata come esaustiva dal pensiero scientifico, poiché è lecito aspettarsi che all’origine dell’universo vi siano stati degli eventi non deliberati (cioè non prodotti intenzionalmente da un essere superiore e metafisico) e totalmente materiali. Altro discorso è se questi eventi saranno mai chiariti dall’indagine scientifica.

Valga la sempre attuale legge di Hume relativa all’interazione tra anima e materia: non è possibile che una sostanza immateriale (l’anima) possa muovere una sostanza materiale (il corpo). Affinché si identifichi l’anima come un’essenza immateriale, metafisica, assoluta, occorrerebbe che allo stesso tempo anche il corpo lo fosse. Viceversa, non si darebbe convivenza possibile tra queste due istanze.

Questa doverosa premessa per dire che sì, di fatto il pensiero darwiniano, il paradigma evoluzionistico, la biologia molecolare e il recente progresso degli studi sulla materia della mente, hanno contribuito allo smottamento dei molti punti fermi intorno ai quali, per millenni, si è radicata l’esperienza soggettiva degli occidentali. E, sì, come rilevato anche da Freud questo colpo mortale inferto da Darwin al narcisismo umano non è stato indolore. La “morte di dio”, indicata da Nietzsche come possibilità di trasvalutazione dei valori, ha portato con sé un crescente pessimismo circa il senso dell’esistenza umana e la posizione dell’uomo nell’universo.

 Il fondamento della morale

Per secoli, la religione si è fatta carico dell’onere di fondare l’agire morale individuale. Essendo le nostre azioni riconducibili alla nostra personalità, alle nostre motivazioni e inclinazioni e al nostro sistema di credenze, l’esistenza di un codice etico derivato direttamente dalla volontà di dio poteva contribuire a regolare il comportamento individuale e a modulare gli istinti aggressivi e prevaricanti, sulla base di una ricompensa estrinseca (la sopravvivenza dell’anima).

L’idea che la religione fosse un buon fondamento per la morale ha iniziato a incrinarsi ancora prima dell’arrivo di Darwin. Già durante l’illuminismo, ci si accorse ciò che le religioni erano fondamentalmente dei sistemi politici che diffondevano pregiudizi e superstizioni, fondate molto spesso sull’ignoranza e alimentate dalla credulità delle masse. Le religioni erano allo stesso tempo incompatibili con la ragione, poiché basate su dogmi e assiomi non plausibili, e spesso incompatibili anche con la morale, poiché riflesso degli interessi delle caste che ne costituivano il vertice.

Oggi, sappiamo che la religione, come strumento di spiegazione della realtà, ha un’origine antica nella storia dell’evoluzione umana ed è stato probabilmente anche grazie ad essa che l’uomo ha iniziato a interrogarsi sulle cause dei fenomeni. La religione rappresentava anche un sistema adattivo per conferire un significato e una giustificazione a un’esistenza di gruppo spesso segnata dalla violenza, dall’abuso e dalla morte. Tutto questo, tuttavia, non autorizza a esonerarla dallo studio scientifico: come ogni altra forma di pensiero umano, anche i culti religiosi necessitano di essere storicizzati e contestualizzati, in un’ottica laica e materialistica.

Ma, tornando alla questione dell’agire morale, su quali altri presupposti è possibile fondare il libero arbitrio e l’idea di bene e male? E’ possibile un’etica laica e materialistica? E quali sono i suoi effetti? In altre parole, l’idea che ciascun individuo sia il prodotto del caso, che la sua vita non sia destinata a proseguire dopo la morte e non esista un premio, una ricompensa divina alle “buone azioni”, né una punizione eterna per le “cattive azioni”, in che modo influenza la morale individuale e si riflette sul comportamento che ciascuno di noi tiene nel corso della propria vita? Ed è possibile fondare una morale sul naturalismo, coniugare la concezione materialistica della vita con un’etica forte, solida, che rappresenti un incentivo per le persone?

 

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