Gli anelli mancanti: Malthus e la selezione artificiale

 Il ritorno del Beagle

Al suo ritorno in Inghilterra, il Beagle non aveva toccato le sole coste del Centro e Sudamerica. Il brigantino si era spinto fino in Australia, Tasmania e Nuova Zelanda, e persino in Sudafrica. Al suo originario ruolo di naturalista, Darwin aveva affiancato le nozioni incamerate grazie all’opera di Lyell per compiere numerosi rilevamenti geologici, confluiti in alcuni articoli pubblicati al suo ritorno e che gli valsero il pubblico plauso. Si era inoltre interessato alle popolazioni indigene, abbracciando l’ipotesi precursora di un certo Wells sulla «natura che ha prodotto diversi tipi di umanità, adattati alla terra che abitano».

Ma l’interesse principale dell’ormai ventisettenne vittoriano restava in ogni caso la zoologia, i misteri del meccanismo di speciazione. Il suo obiettivo, stabilitosi a Londra, era di trovare una risposta ai molti interrogativi sollevati dallo studio della fauna del Pacifico. Per farlo, Darwin intraprese una lunga corrispondenza con zoologi e biologi del tempo, ma anche con studiosi di altre discipline.

Già nel 1836, una volta ricondotte le diverse specie di tordo beffeggiatore osservate tra le isole Galapagos a un antenato comune, evidentemente il tordo che viveva sul continente, a Darwin era ormai chiaro che un simile sistema di biforcazione delle specie volatili poteva essere esteso anche agli altri esseri viventi. Se la distribuzione geografica concorreva a produrre variazioni tali che, col passare del tempo, alla specie originaria se ne affiancava una nuova, procedendo a ritroso lungo queste ramificazioni, simili a quelle di un albero, si giungeva prima o poi al tronco, a un tratto unitario dal quale era via via dipartito ogni gli altro bivio. Fuor di metafora, ciò significava che tutte le specie ancora in vita o già estinte si erano sviluppate a partire da una qualche specie ancestrale.

Non si trattava di una semplice analogia: da alcuni anni gli studiosi di embriologia – tra cui lo stesso Lamarck – avevano constatato con stupore come prima di nascere, nel corso delle fasi iniziali dello sviluppo cellulare, gli esemplari di generi tra loro differenti tendano a somigliarsi, presentando dei tratti in comune, come un accenno di coda o le branchie, che andranno persi nelle fasi successive. Di lì a poco Haeckel avrebbe affermato che l’ontogenesi ricapitola la filogenesi, che il singolo individuo passa dall’essere un batterio all’essere un pesce, un anfibio ecc, condensando il fil-rouge di un processo durato miliardi di anni in pochi mesi.

Oggi si ritiene la ricapitolazione una fase decisamente circoscritta, e non esplicativa del meccanismo di sviluppo individuale: l’ontogenesi ricapitola più che altro se stessa. Ma il punto, allora come oggi, era la possibilità di evidenziare, attraverso l’embriologia, i tratti in comune tra i vari phyla. Nella convinzione che il nastro dell’evoluzione universale srotolasse se stesso nell’evoluzione del particolare era inscritto l’abbandono del fissismo, la dimostrazione della parentela comune a ogni animale e di conseguenza della fallacia dell’essenzialismo platonico, con la sua cristallizzazione soprasensibile delle specie.

Come la teoria dell’evoluzione, anche l’idea di antenato comune aveva molti iniziatori: i primi a proporla, insieme alla visione di una vita che si auto-genera a partire dalla materia inanimata, erano probabilmente stati i filosofi presocratici. Tuttavia, da un lato l’antropocentrismo instaurato da Aristotele con la sua scala naturae, e dall’altro il fissismo di matrice platonico-cristiana, avevano sempre impedito agli studiosi delle varie discipline di unire i puntini e pervenire all’intuizione che ebbe, invece, Darwin.

Ciò che mancava loro era anche una teoria solida su come e perché fosse avvenuta la speciazione, la mutazione e diversificazione degli organismi a partire da un progenitore comune. O perlomeno, lo scrupolo di specularci sopra per diverse decadi e il coraggio anche umano di scardinare i millenari presupposti filosofici su cui si fondavano praticamente tutti i campi del sapere. Il coraggio che ebbe Darwin fu anche quello di arrampicarsi a testa in giù lungo una scala i cui pioli si disfacevano irresistibilmente sotto di lui. Testimonianza di questo percorso epistemologico, e di pari passo anche biografico, sono soprattutto i Taccuini. Dalla loro lettura risulta evidente la profonda consapevolezza dello scienziato vittoriano di stare affrontando, in prima persona e controcorrente, un traumatico ribaltamento di prospettiva sul significato stesso della parola vita.

In ogni caso, le tappe di questa lunga catena speculativa furono graduali e distribuite nel tempo. Il viaggio in Sudamerica aveva lentamente convinto Darwin dell’inutilità di postulare un’azione divina per spiegare le diversificazioni osservabili in natura. La parola “dio” poteva sostituirsi a “causa efficiente”, e il fine al mezzo, solo in presenza di un quadro evidentemente prestabilito. Così non era per il mondo naturale: l’estinzione determinava uno squarcio nel tessuto temporale, l’evoluzione lacerava ulteriormente la staticità antropocentrica dello scenario, e la speciazione geografica si poneva come controprova della complessità, ma in direzione non del volere divino, di un’ascensione vitalistica, bensì dell’adattamento a un habitat mutevole.

In altre parole, la morfologia degli esseri viventi non rispettava più il prerequisito dell’intenzionalità divina, ma quello esiziale dell’ambiente in cui questi esseri erano chiamati a sopravvivere e riprodursi.

Una volta abbandonato il ricorso a un artefice divino per spiegare la complessità della vita, e ridimensionati il saltazionismo classico e il trasformismo verticale di Lamarck, Darwin sapeva solo che la speciazione si verificava per gradi nello spazio e nel tempo, in presenza di un isolamento geografico o di una nicchia specifica che vedeva una popolazione separarsi dagli altri membri della stessa specie e intraprendere un percorso riproduttivo autonomo e parallelo. Pur senza averne pienamente coscienza, Darwin stava inaugurando la via del pensiero popolazionale, mettendo al centro del discorso l’individuo prima ancora del nominalistico concetto di specie.

Tuttavia, non aveva ancora idea dei meccanismi coinvolti. Senza contare che, alla fine degli anni Trenta, lo scienziato inglese era ormai conscio che quel “per gradi” implicava non un salto ontologico, una speciazione improvvisa, bensì una mutazione sedimentale e spalmata nell’arco di svariate generazioni, «accumulando una dopo l’altra tante piccole variazioni favorevoli», talvolta in un arco di tempo simile a quello dei cambiamenti geologici illustrati da Lyell. Rendendo di fatto impossibile osservare il processo compiersi in tempo reale.

Una cosa era asserire che le specie nascono, muoiono, mutano e si estinguono, altra era svincolare le implicazioni causali di questa “grande storia” emergente da un agente intenzionale. Da una “mente” che, in mancanza di una definizione empirica e osservabile di “mano”, operasse tale evoluzione tramite vie misteriose e millenarie. Se anche si fosse riusciti a dimostrare che le specie evolvevano, e dunque la loro aderenza alle caratteristiche ambientali non era scritta nella pietra ma all’interno di un processo dinamico, in divenire, pure non si sarebbe potuto dichiarare a priori un simile processo di adattamento, fiaccato o no da sporadiche estinzioni (comunque giustificate dall’idea lamarckiana di progresso verticale), affrancato da un volere divino. Non in presenza di un background filosofico e scientifico così solidamente fondato sul binomio mente-tecnica, a cui faceva da contraltare l’inerzia abiotica dell’universo.

Un arco di tempo capace di scivolare ben al di là di ciò che l’immaginazione umana era quotidianamente in grado di concepire lasciava aperti spiragli metafisici, un’ingerenza teistica negli snodi più importanti dell’evoluzione delle specie. Tantomeno si poteva escludere un influsso “guantato” della mente divina: così Dio avrebbe potuto guidare e orientare la mutazione per mezzo di meccanismi newtoniani, efficienti ma parziali, privi di bussola interna, similmente a un chirurgo che operi un corpo umano senza toccarlo, ma introducendovi degli strumenti di precisione controllati a distanza.

Quello della dilatazione temporale delle mutazioni era un problema assai complesso per Darwin e i naturalisti. Oggi i biologi hanno appurato che l’evoluzione, pur senza verificarsi per strappi, segue tempi diversi a seconda della classe di organismi di riferimento e della pressione esercitata su di loro dall’ambiente (un esempio è il ritmo evolutivo incessante dei virus). Constatazione resa possibile da tecniche d’indagine decisamente differenti da quelle accessibili quasi due secoli fa. A quei tempi le uniche discontinuità che facevano testo erano quelle macroscopiche, osservabili empiricamente dagli zoologi allo stato di natura o di cattività. Da quelle Darwin doveva partire, se voleva pervenire a un concetto di selezione scevro da implicazioni metafisiche, sorretto e originato da un meccanismo solo-naturale, autarchico e privo di mente.

 Il migliore amico dell’uomo? Selezionato dall’uomo

Nel ripercorrere la sua catena di deduzioni all’interno de L’origine delle specie, Darwin dedicherà il capitolo iniziale al primo dei due elementi che gli consentirono, dopo anni di riflessione, di pervenire infine al concetto di selezione naturale. Si trattava della domesticazione degli animali: piccioni, cavalli, pecore e cani, gli “amici dell’uomo”. Gli allevatori inglesi erano abituati a forgiare di generazione in generazione questi animali in base a esigenze specifiche, le loro e quelle dei loro clienti, tramite accoppiamenti mirati. In un’Inghilterra in preda a profondi sconvolgimenti sociali, i bravi allevatori erano richiestissimi, perché depositari di un sapere empirico dagli innumerevoli risvolti commerciali, ma a cui in pochi finora avevano dedicato la giusta attenzione scientifica.

Nella sostanza si trattava di una vera e propria selezione artificiale: se la natura non fa salti, l’artificio umano poteva però velocizzare e orientare processi che il “semplice caso” accelera, decelera o interrompe in virtù della sua stessa aleatorietà. Così l’umanità era riuscita in tempi relativamente brevi a diversificare i cani in varie razze, gli esponenti delle quali «differiscono tra di loro molto più degli individui appartenenti a qualsiasi specie o varietà allo stato naturale». Come non pensare alla differenza che intercorre tra un alano e un chihuahua, pur trattandosi di esemplari della stessa specie?

Lo stesso poteva dirsi della coltivazione dei vegetali: anche Darwin operò alcuni esperimenti nella sua serra; pochi anni più tardi, un misconosciuto Gregor Mendel avrebbe scoperto le leggi dell’ereditarietà forte grazie ai suoi studi sui piselli.

Era ormai chiaro che la mutazione avviene all’interno di una stessa popolazione e a livello individuale, anche se sono necessarie «più generazioni… prima che si manifesti una variazione apprezzabile». Una volta scardinato il fissismo delle specie veniva meno anche l’idea che gli esemplari fossero tutti uguali, aderenti a una predeterminata essenza, e che le differenze riscontrabili tra individuo e individuo fossero semplici aberrazioni o, peggio, apparenze dei sensi, come si sosteneva dai tempi di Platone.

Si trattava di un ennesimo argomento a sfavore dell’idea che la natura ospitasse specie stabili, e che le chance di sopravvivere fossero quindi uguali per tutti: tuttavia, non bastò a Darwin per venire a capo del mistero dell’evoluzione. Come e perché si verificava? Qual era il meccanismo scatenante? Certamente le variazioni intraspecifiche non avvenivano solo o principalmente per trasmissione dei cambiamenti acquisiti in vita, come voleva Lamarck. Inoltre, la comprensione del meccanismo ereditario, quale che fosse, non spiegava automaticamente cosa di preciso orientasse l’evoluzione.

Di sicuro gli organismi biologici erano dotati di una malleabilità che consentiva loro di cambiare forma – e infine specie – nel corso delle ere geologiche. A Darwin mancava solo di capire perché. Finché, nel 1838, la lettura del Saggio sui principi della popolazione di Thomas Malthus non gli fornì l’anello mancante per completare la sua catena di deduzioni sulla struttura dell’evoluzione.

 La grande mietitrice malthusiana

La tesi di Malthus non aveva a che fare con lo stato di natura, quantunque si riallacciasse alle teorie di Hobbes sull’atavica attitudine alla competizione e alla sopraffazione insita negli esseri umani – la cosiddetta bellum omnium contra omnes. L’oggetto d’indagine dell’economista era, piuttosto, la società in divenire: dal momento che la popolazione tendeva a crescere e moltiplicarsi più velocemente dei suoi mezzi di sussistenza (incremento geometrico vs incremento aritmetico), ben presto il cibo non sarebbe più bastato a sfamare tutte le bocche.

Il pessimismo malthusiano apriva a una nuova era degli studi sulla società, lungi dalla fiducia aprioristica nel progresso civile occidentale manifestata a più riprese negli ultimi decenni. Senza i dovuti correttivi da parte del governo, anzi, Malthus preconizzava un inevitabile incremento di epidemie e carestie, e guerre e agitazioni sociali, sintomo finale di una pauperizzazione già da tempo dilagante in Inghilterra. Insomma, una vera e propria lotta per l’esistenza.

Questo scenario drammatico, ancora oggi oggetto di discussione, già allora sconcertò e mosse a riflessione politici e intellettuali. Quando posò il libro di Malthus, però, Darwin si rese conto di aver trovato una soluzione non ai dibattiti sul destino demografico dell’Inghilterra vittoriana, ma al suo annoso dilemma sui meccanismi dell’evoluzione.

La competizione suggerita dall’economista inglese non vedeva realmente contrapposti elementi eterogenei, come figuravano nelle descrizioni classiche dei naturalisti – pensiamo al leone che compete con la gazzella, o all’orso che ruba il miele alle api – ma membri appartenenti allo stesso circuito riproduttivo. A Darwin fu sufficiente traslare quell’immagine dalla società alla natura, e dall’uomo agli animali della stessa specie, per individuare finalmente il primo motore dell’evoluzione, e il discrimine tra un individuo e l’altro.

Se anche in natura la prole eccedeva le sussistenze energetiche del gruppo, a sopravvivere erano solo alcuni individui, mentre altri perivano prima di raggiungere l’età adulta o di riprodursi, in una sorta di meccanismo a imbuto o di gioco delle sedie musicali. Laddove gli allevatori sceglievano quali cuccioli preservare sulla base del loro aspetto fisico o del loro carattere, così allo stato brado i membri deboli o svantaggiati del branco cedevano il passo agli esemplari che, per caratteristiche fisiche o mentali, si dimostravano più adatti a sopravvivere in un determinato ambiente, anch’esso in graduale ma costante mutamento.

Queste caratteristiche, il timbro della variazione e dell’evoluzione in nuce, venivano trasmesse ai discendenti, e potevano essere incrementate, stabilizzate o abortite da ulteriori variazioni. All’interno di una forbice di tempo molto ampia, e dopo aver letto Lyell Darwin non aveva più difficoltà a immaginarla, si verificava una speciazione, una ramificazione non reversibile. L’origine di una nuova forma di vita.

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