Darwin in Sudamerica: cambiamenti ambientali e speciazione

 I progressi della geologia: Lyell e l’uniformismo

Rispetto al catastrofismo di Cuvier e alle teorie evoluzionistiche di Buffon e Lamarck, Darwin trovava più suggestivi gli studi e le ipotesi elaborate dal suo amico Charles Lyell, geologo di grande fama che aveva scosso il mondo accademico con la sua opera, Principi di geologia, pubblicata nel 1929. Lyell non era interessato all’evoluzione delle specie, da lui per ortodossia considerate immutabili. Ciò che gli premeva era trovare una spiegazione coerente per i più pervasivi cambiamenti della crosta terrestre, e l’ormai innegabile dilatazione cronologica a cui sottoponevano lo studio della terra.

In precedenza, anche a causa della concezione meccanicistica del cosmo, inabile all’evoluzione, la trasformazione radicale di uno scenario naturale era stata associata alle rivoluzioni volontarie del divino. Pensiamo al diluvio universale, o agli sconvolgimenti evocati dai profeti dell’apocalisse. Hegel avrebbe poi proposto l’idea di cambiamento qualitativo come figlio non della discontinuità, ma del superamento di una certa soglia di cambiamento quantitativo. Ma in geologia, scienza ancora giovane e parcellizzata al pari se non più della zoologia, l’influenza della visione cristiana, unita all’ancora brumosa conoscenza dei tempi geologici, rendeva difficile spiegare un mutamento ambientale senza far ricorso a ipotetiche soluzioni di continuità.

La teoria di Lyell era, al contrario, di stampo uniformista: sosteneva cioè che le leggi che presiedono attualmente i moti della superficie terrestre siano sempre rimaste le stesse, fin dall’origine del mondo, e sempre lo resteranno. Lungi dal procedere per drastiche trasformazioni del paesaggio – le cosiddette catastrofi geologiche, nelle quali Cuvier aveva indicato le cause delle estinzioni di massa – l’ambiente è soggetto a mutamenti graduali, impercettibili ma costanti. Tali modificazioni vedevano come inevitabile conseguenza la scomparsa di alcune specie, ormai inadatte a sopravvivere in un habitat trasformato. Scomparsa a cui faceva seguito, però, la comparsa di nuovi animali.

Oltre a contrapporre al catastrofismo dei naturalisti francesi e inglesi una visione della geologia più lineare e insieme più fluida, in cui a una fissità dello scenario naturale intervallata da improvvisi sconvolgimenti si sostituiva un quadro dinamico, e un ambiente naturalmente mutevole, la prospettiva dello scienziato scozzese offriva una soluzione plausibile al problema della longevità della terra. A quei tempi i geologi avevano ormai chiaro che il pianeta non poteva avere i quattromila anni attribuitigli dalla teologia, e la confutazione di questo ulteriore dogma delle sacre scritture poteva essere compensata ipotizzando una creazione volta per volta di nuove specie, a seconda della teoria di riferimento simili alle precedenti o più adatte alle mutate caratteristiche del territorio.

Darwin affrontò il viaggio in Sudamerica con la lettura dell’opera di Lyell ancora fresca nella mente. Ma quando prese parte alla spedizione del Beagle il giovane naturalista possedeva anche già solide nozioni di zoologia, mutuate dalle sue letture e frequentazioni collegiali e dalle molte ore dedicate allo studio dei coleotteri. Nel decennio successivo il naturalista vittoriano avrebbe poi integrato queste conoscenze con quotidiani esperimenti e ricerche di botanica, embriologia e tassonomia.

Darwin in Sudamerica

 Darwin in Sudamerica: la complessità biologica eccede le essenze

Queste nozioni, al pari dell’osservazione sistematica delle specie animali distribuite tra le varie isole delle Galapagos, non l’unica ma forse la tappa più importante del suo viaggio, furono necessarie a Darwin per emanciparsi a poco a poco dalla tradizionale concezione essenzialistica, implicita in Lyell e nei linneiani, del fissismo.

E parimenti, una volta sceverate le suggestioni feconde da quelle vetuste, per abbracciare quanto di buono proposto proprio dal geologo scozzese: la gradualità dei mutamenti ambientali su una scala degli eventi immensamente più ampia rispetto a quella abitualmente contemplata, e la pressione che tali mutamenti esercitano sulla flora e la fauna locali. Darwin fu infatti tra i primi a rendersi conto di ciò che le trasformazioni geologiche comportavano per le specie animali, fortemente adattate a un determinato ambiente. Una messa alla prova costante, traducibile in un’imparziale sentenza di vita o di morte.

Fu però la scoperta di nuove sottospecie, esclusive di quelle zone, a fargli per la prima volta mettere in dubbio la stabilità delle “essenze” animali. Darwin si era imbarcato sul Beagle consapevole che la metafora dell’orologio di Pailey poneva un limite invalicabile alle scienze naturali. Costretti da un lato nella prigione dorata della loro altrimenti inspiegabile complessità, e dall’altro nel reame del meccanicismo statico della fisica, interno a un cosmo infertile e bisognoso di un dio a crearlo e tenerlo in movimento, gli stessi organismi biologici sembravano necessitare intrinsecamente di un artefice. Ancora una volta di un demiurgo platonico, una Mente in grado di dotarli di un’essenza aderente a cause finali.

Il cortocircuito del disegno intelligente reggeva anche alla luce delle moderne concezioni di storia umana. L’attenzione data dai filosofi allo “stato di natura”, dalla versione pessimistica di Hobbes a quella viceversa esaltata e rimpianta da Rousseau, si limitava a proiettare sul mondo selvaggio i pregi e i difetti della società, ideali nel bene e nel male romantici, irrealistici. La filosofia, la teologia e le stesse discipline scientifiche facevano gioco comune nell’identificare nella natura un fondale mimetico, all’interno del quale solo l’uomo, in quanto dotato di mente senziente, costituiva una variabile interessante. L’uomo aveva una storia, la natura no.

Cuvier, Lamarck e Lyell avevano incrinato questo scenario, tracciando delle vistose crepe nel millenario affresco di ombre della caverna platonica. Anche le specie animali avevano una loro storia, un inizio e una fine. Nascevano, morivano, si estinguevano. Forse la giustizia divina le aveva testate in corso d’opera, giudicandole via via adatte o inadatte al proprio ideale di essenze? E a quale scopo, se l’unico essere dotato di storia, ovvero di progetto che si esplica nel corso del tempo, poiché dotato di mente e quindi creato a immagine del divino, era l’uomo? Queste domande erano altrettanti colpi sull’uscio di casa del paradigma dominante. La teologia naturale, il disegno demiurgico, il fisicalismo e il dualismo cartesiano, non erano in grado di spiegare non solo il meccanismo, ma anche lo scopo della mutazione ambientale e dell’evoluzione animale.

Tuttavia, sussisteva il problema della complessità degli organismi biologici, esaustivamente dimostrata da Paley. Quella stessa complessità indagata dalla scienza costituiva ora la prova più schiacciante dell’agire divino. Orientata dal lascito di un dio parimenti lontano dalla divinità immanente spinoziana come da una miracolistica trascendenza tout-court, sempre più un dio della tecnica e insieme del nascondiglio metafisico all’interno della tecnica, la natura seguitava a non poter essere “solo natura”. Piuttosto una summa di progetti, un’intricata rete archetipica autoreferenziale.

Seppure calato finalmente in un contesto storico e dinamico, capace di sancire l’affermazione e determinare la scomparsa delle specie animali, il mondo naturale restava dunque mutilato. Agli occhi dei contemporanei di Darwin, esso serbava ancora l’handicap originario: essendo senza occhi, senza mente, era anche privo di braccia e mani. Il suo grembo era sterile: non poteva creare né tantomeno manipolare la vita.

Di conseguenza, far risalire a delle cause efficienti e solo naturali l’evidente adattamento delle specie osservate allo stato brado, dai pesci alle iguane agli uccelli, dagli animali di terra a quelli di mare, a quei tempi appariva, anche allo stesso Darwin, «del tutto assurdo».

Eppure, proprio questa idea predefinita di complessità, assorbita per osmosi anche dal naturalista vittoriano perché conformata alle conoscenze teoriche incamerate, risultò fin troppo semplicistica al cospetto delle diverse realtà biologiche del Sudamerica.

I territori visitati apparivano sezionati in “blocchi”, ognuno recante una specifica conformazione dell’ecosistema. Soprattutto la sorprendente varietà di uccelli distribuiti tra le isole del Pacifico e sul continente saltò all’occhio del giovane Darwin. Gli animali sembravano mutare da un’isola all’altra, per quanto limitrofa. Una simile differenziazione della fauna implicava un disegno intelligente non solo intrinseco all’individuo, ma anche orientato nello spazio. Fringuelli, tordi, persino una nuova varietà di struzzo: ma se le specie non erano che dei tipi, delle essenze precostituite, come si spiegavano tutte queste variazioni sul tema?

Un sentiero già battuto in precedenza da coloro che si erano trovati di fronte a un simile dilemma era stato propendere per l’ipotesi di un salto, una forma di mutazione improvvisa della specie oggi detta saltazionismo. Era l’ultimo bastione a difesa dell’essenzialismo, ma si trattava già di una decisiva messa in discussione dei compartimenti stagni del fissismo, inclusa l’impostazione stazionaria della teologia naturale.

Gli ulteriori studi compiuti sulle diverse specie di tordi beffeggiatori osservate nelle isole Galapagos portarono Darwin a scartare anche l’ipotesi lamarckiana di un’evoluzione sì graduale, ma orientata unicamente nel tempo: quella a cui si assisteva su quelle isole era una vera e propria moltiplicazione orizzontale delle specie, verosimilmente diversificatesi a partire dalla specie di tordo beffeggiatore ancora presente sulla terraferma.

Era stato l’isolamento, Darwin avrebbe capito solo anni dopo, nel 1837, di ritorno dal suo viaggio. I tordi si erano stabiliti su territori diversi e tra loro non comunicanti, e tale isolamento, in qualche modo, col tempo, aveva favorito le mutazioni, in direzione di una sorta di specializzazione in base alle caratteristiche esclusive del territorio. Dunque le specie non erano immutabili, e se mutavano la loro “trasformazione” non avveniva tramite salto improvviso, non era verticale, né sostituiva necessariamente la specie originaria.

In questo senso l’esperienza quinquennale a bordo del Beagle e le successive riflessioni su quanto appreso e osservato furono decisive: conferirono a Darwin l’apertura mentale indispensabile a concepire la reale diversità e complessità degli animali presenti sul pianeta, e tramite l’osservazione delle discontinuità locali a «scardinare la teoria della stabilità delle specie», e a interrogarsi sulla loro origine. Nel 1837 Darwin non aveva ancora afferrato il meccanismo, solo naturale e non eterodiretto, che rendeva possibile e persino necessaria la mutazione, ma aveva già chiara l’idea di biforcazione, di ramificazione tra specie. Una prima visione, ancora parziale, del grande albero della vita.

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