Cosa facciamo qui

Questo spazio nasce da un’idea ambiziosa: costruire un punto d’incontro tra scienza, arte e filosofia, che integri l’esperienza estetica del reale, la forza delle impressioni e delle credenze umane, con le suggestioni introdotte dalla ricerca scientifica. Senza semplificare, ma forzando i limiti della percezione intuitiva, spesso errata o parziale, di ciò che siamo, e di ciò che compone il mondo in cui viviamo.

L’ambizione è legata alle difficoltà di un simile compromesso. Col passare dei secoli, la divaricazione tra il vissuto e il dato di fatto, tra percezione e “realtà”, appare sempre più evidente. Platone, al quale abbiamo dedicato alcuni dei nostri primi articoli, fu il primo a sottolineare questo problema. Ne derivò la convinzione, che da allora insegue il pensiero come un’ombra, di una sostanziale alterità del mondo reale dai sensi. Da allora, qualsiasi cosa facciamo, abbiamo sempre la sensazione di ritrovarci in un qualche meandro della caverna platonica, sorretti nelle nostre fantasmagorie da molle inutilmente protese verso il cielo, ancorate nel vuoto.

La ricerca scientifica, in particolare dopo l’arrivo di Darwin, ha poi smentito con sempre maggior vigore la ripartizione ontologica operata da Platone, che tanto fumo negli occhi ha gettato sulla natura degli organismi viventi e del pensiero. Tuttavia, lo scarto psicologico tra il senso comune e le sue sirene culturali da un lato, e i paradigmi scientifici dall’altro, continua a essere profondo. Forse incolmabile. Le motivazioni su cui si regge l’individuo, le sue esperienze dirette e i sentiti dire, le mediazioni logiche e le intuizioni, si abbeverano tutte alla stessa fonte della conoscenza: faziosa, illusoria, ma necessaria alla sopravvivenza e alla fabbricazione di un senso di identità, di arbitrio, di orientamento nel mondo tridimensionale scolpito per noi dai sensi.

In relativa sordina sono passate, negli ultimi anni, le dichiarazioni di ricercatori appartenenti alle più svariate discipline, i quali hanno suggerito la probabile impossibilità, da parte della scienza stessa, di poter prima o poi approdare a una vera teoria del tutto. A un paradigma capace, come Atlante, di reggere il mondo sulle sue sole spalle. In parte per la complessità intrinseca a ogni livello di realtà, dalla fisica subatomica alla fisica classica, dalla chimica alla biologia alla sociologia, che rende difficile una compenetrazione diretta, senza le dovute contorsioni formali e metodologiche. In parte per dei vincoli tecnologici insormontabili; ma anche per i molti limiti dei nostri sensi, da cui in fin dei conti si origina ogni ricerca, anche scientifica, sull’universo.

Chiariamoci: la scienza ha ricamato teorie efficaci, in grado di descrivere fino in fondo la nostra natura, dal funzionamento biochimico alla configurazione materiale dei nostri pensieri alla struttura sociale nella quale agiamo e ci orientiamo quotidianamente. La scienza ha altresì perfezionato tecnicamente ogni aspetto del nostro vivere, ci ha reso sconosciute fatiche usuali fino a pochi decenni fa, ci ha dato la possibilità di muoverci da un continente all’altro, di porre fine a carestie, epidemie e superstizioni. Ha infine reso possibile la manipolazione dei nostri stessi supporti biologici. Quale che sia la nostra opinione in proposito, siamo in grado di esprimerla attraverso internet: non un dono di Dio, ma il frutto del lavoro teorico e della ricerca tecnologica degli scienziati. 

Ogni essere umano, sia esso un ricercatore, un teologo, un filosofo o un webete, porta con sé le sue fisiologiche credenze e illusioni, incarna i miti come i limiti del suo tempo, gli input dettati dalle sue passioni, dall’ambizione e le necessità del vivere. E oggi quella dello “scienziato”, definizione invero amplissima, è diventata una professione se non impiegatizia decisamente imprenditoriale, divisa tra l’urgenza di ottenere finanziamenti, la prassi di perseguire obiettivi alla moda e quindi a breve termine e il circuito burocratico dell'”applicare protocolli”.

La ricerca tecnologica appare in effetti come un’elaboratissima catena di montaggio, la quale a un’appassionante riflessione sui massimi sistemi, cui la scienza in un primo momento ha adeguato gli aneddoti delle sue scoperte per mimetizzarsi col pensiero umanista, ha sostituito, una volta assurta a principale arma del progresso, il principio universale del profitto. Sigillando il nuovo paradigma della ricerca entro i confini dell’utile immediato, saldando tra loro sapere e potere e congedando dall’equazione l’architrave formale della conoscenza disinteressata. Lo zeitgeist investe anche la scienza, come questi articoli cercano di dimostrare.

Ciononostante, accanto a questi fattori ne emerge uno controcorrente, che rende interessante ai nostri fini una certa figura dello scienziato moderno, forse un po’ romantica ma anche rintracciabile in alcune personalità in carne e ossa. Questo fattore riguarda la capacità dei ricercatori, dopo aver indagato e risposto a molti interrogativi sulla nostra origine, di riconoscere umilmente i nostri limiti presenti e forse anche futuri, epistemici e tecnologici, e da essi riconsegnarci, infine, alla nostra natura mortale. Darwin nacque nella prima società determinata a raccogliere statistiche su se stessa; la nostra potrebbe essere la prima società in grado di ammettere, non per fascinazione misterica e tantomeno per esaltazione metafisica, i limiti costitutivi della (nostra) conoscenza del mondo.

Ma la presa di coscienza di queste colonne d’Ercole epistemologiche non ha portato a una rivalutazione del senso comune, della platoniana doxa; piuttosto, ha confermato una volta per tutte che “sopravvivenza nel mondo” e “conoscenza reale del mondo” sono due vie divergenti, e non vanno d’accordo insieme. Noi elaboriamo modelli che ci consentono di muoverci nel nostro habitat; alcuni di questi modelli, come la psicologia, sono più o meno intuitivi e fungono da scorciatoie per l’esistenza quotidiana. Altri necessitano di un certo grado di astrazione: la fisica quantistica, la teoria della relatività, la stessa teoria dell’evoluzione darwiniana, sfidano il senso comune e i nostri abituali schemi ermeneutici. Si tratta di modelli funzionali e funzionanti, utili ad assicurare una spiegazione più o meno esaustiva del loro campo.

E tuttavia anche questi modelli risultano in qualche modo parziali, come ci insegna la guerra imperversante tra i fisici per giungere a una descrizione coerente dei costituenti elementari della materia. L’universo, l’enorme utero che ha reso possibile la vita sul nostro pianeta, potrebbe rimanere per sempre un noumeno.

A che scopo allora gingillarsi con la conoscenza scientifica? Per sostituire alle nostre illusioni quotidiane illusioni esoteriche e per pochi adepti? Noi crediamo di no. E abbiamo dato vita a questo spazio proprio per provare, tentare di dimostrare il contrario. In un mondo in cui tutto sembra destinato a essere relativizzato a “narrazione”, e quindi inevitabilmente a diventare fruizione pop, costitutivamente limitata e terminale, noi concepiamo la ricerca scientifica come una poetica a se stante, che attinge al linguaggio umano, ai limiti ma anche alle risorse delle passioni, per costruire qualcosa di diverso. Parole d’ordine di un mondo ancora lontano, non determinabile solo e soltanto dalla scienza, ma che richiede una profonda conoscenza di cosa è scientifico, di cosa è, per quanto limitato e limitante sia questo termine, reale.

Per raggiungerla è necessario rinunciare a molti dei dogmi su cui si fonda il pensiero umanistico. Il narcisismo ferito degli intellettuali è cosa triste, ma mai come ora si rende necessaria una riunificazione delle “due culture” in direzione non dei vecchi schemi filosofici, sociologici o peggio ancora religiosi, bensì all’insegna dell’integrazione e di un umile assorbimento delle nuove e vecchie ipotesi della scienza. A partire dalla ridefinizione dell’idea di natura, di uomo, storia e universo. È  necessario tentare di costruire un territorio condiviso, in cui il linguaggio filosofico, letterario e artistico si fonda con quello scientifico, delineando prospettive comuni.

L’indagine del mondo operata con gli strumenti del metodo scientifico apre a visioni estreme, nel bene e nel male. La nostra certezza di essere “noi”, di essere vivi, di essere enti liberi e realmente coscienti, è messa a dura prova dall’indagine neuroscientifica. I presupposti del senso estetico e morale, i cardini dei nostri sentimenti romantici e idealistici, vacillano di fronte all’interrogazione biologica di vissuti e emozioni. L’idea che il mondo fisico si regga su leggi immutabili e deterministiche si ferma sulla soglia delle probabilità quantistiche, e la vecchia concezione di materia deraglia di fronte alla consapevolezza del vuoto che compenetra ogni cosa. Ma la stessa idea di vuoto ci appare ricalibrata, e persino il nulla necessita di nuova giustificazione. Su tutte, l’idea che racchiude ogni altra idea, l’idea di idea e quindi di mondo delle idee – e quindi di Mente, come origine del tutto, è stata rasa al suolo, rovesciata come un guanto di sfida dall’avventura darwiniana. 

La scienza offre esperienze estetiche sconcertanti. Immagini meravigliose e terribili sulla nostra natura mortale si aprono di fronte ai nostri occhi. Immagini che la scienza può mostrare ma non, da sola, raccontare fino in fondo. Immagini che per poter essere sondate fin nelle maglie più estreme, nei loro risvolti psichici e inconsci, nelle loro tessiture più perturbanti, necessitano di costanti iniezioni di letteratura, di pensiero artistico e filosofico, di suggestioni divergenti, che sulla spinta di questa overture epistemologica eccedano il linguaggio e il luogo comune, la riduzione ad aneddoto o la semplificazione malevola. Aprendo invece a nuovi ordini di idee, e di conseguenza a nuove esperienze di vita. Senza però rinunciare al bisogno di certezza e plausibilità.

Quello che proveremo a fare in questo spazio è dare una struttura coerente, organica, a queste suggestioni. Cercando da un lato di divulgare le basi di queste teorie scientifiche, confrontandole via via con gli assiomi della critica filosofica, facendo detonare il conflitto dove serve, ma anche tentando di stabilire dei punti di contatto, una possibile sintesi degli estremi. Quello che cerchiamo di fare qui, vogliamo cercare di farlo anche con il vostro aiuto. Se vi sentite mossi dagli stessi presupposti, e siete desiderosi di collaborare, potete consultare  le nostre linee guida o contattarci all’indirizzo darwiniano.info@gmail.com

 

 

 

 

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