Computer quantistici e conoscenza umana

La società in cui viviamo è caratterizzata da un sempre maggiore ricorso alla tecnologia. Per diverso tempo, la tecnologia ha permesso di svolgere attività di fatica e di precisione che in precedenza venivano eseguite dagli esseri umani, mentre attualmente, per via della progressiva digitalizzazione e informatizzazione delle professioni, la tecnologia assolve funzioni inderogabili anche per quanto riguarda i lavori di concetto. Di fatto, molte delle azioni umane, legate sia alla sfera professionale e pubblica che a quella privata, oggi vengono svolte con l’ausilio di un software. Di più, la maggior parte del tempo che ogni occidentale trascorre in stato di veglia, lo trascorre davanti a uno schermo.

Si presume che questo trend continuerà a crescere nel corso del tempo. Lo storico Yuval Harari ha recentemente stimato che prima della fine del secolo la maggior parte dei lavori saranno svolti da software e robot, in grado ormai di sostituirci anche nelle attività creative: persino le composizioni artistiche, non essendo, in fondo, che collezioni di equazioni, possono essere eseguite come e meglio di ciò che facciamo noi, da intelligenze artificiali complesse e stratificate. E’ difficile predire le reali tempistiche del progresso informatico e ancora di più lo è immaginare a cosa porterà questo scenario, ma è certo che succederà, esattamente come è stato inevitabile, nel momento in cui hanno iniziato a diffondersi le automobili, l’abbandono del cavallo come principale mezzo di spostamento.

I software, d’altronde, si evolvono a un ritmo elevato, mentre l’intelligenza umana, avendo radici biologiche su cui è ancora complicato intervenire, ha un ritmo evolutivo molto più lento. Per fare un paragone, a livello intellettivo l’uomo è come un organismo maturo, che ha già probabilmente raggiunto il proprio potenziale. Viceversa, i software, sebbene il ritmo di crescita sia negli ultimi anni rallentato, sono forse in uno stato di “prima adolescenza”, con ancora molta strada davanti a sé. Per questo, se da un lato la paura che le macchine ci sostituiscano è legittima, d’altra parte i tentativi di ridicolizzare le attuali capacità dell’intelligenza artificiale sono destinati a ritorcersi contro la civiltà umana nello spazio di qualche generazione. Attualmente, un software che scrive sceneggiature per la serie tv Game of Thrones può essere oggetto di sberleffi, perché ancora incapace di imitare dei veri dialoghi umani, ma per quanto ancora sarà così?

Alcuni critici hanno osservato che i software non hanno coscienza né sensibilità, mentre l’uomo sì, e che sottovalutare il “fattore umano” è un errore. Ma si tratta di un errore adesso, nel qui e ora, mentre in futuro è probabile che i software raggiungano un grado di complessità sufficiente a eseguire calcoli “umani” meglio di noi, e senza l’ausilio di una coscienza. La quale, del resto, non aggiunge poi molto in termini di arbitrio.

D’altra parte, molte delle attuali occupazioni umane si basano su sequenze pre-impostate e automatiche di gesti, la cui applicazione avviene spesso in modo molto rigido e schematico. E’ curioso come molte delle critiche che si muovono alle macchine – sono spietate, non sono in grado di “tradire” i protocolli, seguirebbero pedissequamente le istruzioni senza giudicare caso per caso – potrebbero essere mosse, con molta più veemenza, anche a molti esseri umani. E’ probabile anzi che in un futuro lontano, in situazioni di emergenza, dei software ben programmati – programmati anche per riprogrammarsi, per improvvisare e prendere decisioni creative – sarebbero in grado di cavarsela meglio degli uomini. Come abbiamo sottolineato in un precedente ciclo di articoli, la distanza che separa l’uomo dalle macchine non è così grande e incolmabile come ci piace pensare, per abitudine, per antropocentrismo e per via del nostro inguaribile narcisismo.

Ma c’è un altro aspetto che ci preme qui sottolineare. Se persino le attività creative, la scrittura, la pittura, la composizione musicale, in quanto attività logiche, potranno essere svolte da software in grado di elaborare le informazioni a velocità e intensità superiori alle nostre, avverrà forse lo stesso anche con la ricerca scientifica? Di fatto, la ricerca dipende già in larga parte dall’ausilio di strumentazioni tecnologiche. Tuttavia, dietro questi strumenti vi sono ancora esseri umani, dei soggetti in carne e ossa, e le decisioni fondamentali, così come i progetti di ricerca, sono ancora elaborati da uomini, da persone piuttosto che da “cose”. Ma sarà sempre così? O arriverà il momento in cui le intelligenze artificiali saranno chiamate a gestire non solo l’informazione, ma anche la ricerca stessa, perfezionando i nostri modelli di realtà a una profondità che noi non potremmo mai sperare di raggiungere, da soli?

 I computer quantistici

Come si è visto, uno dei dibattiti più accesi nel campo delle neuroscienze e della filosofia della mente riguardava il rapporto tra l’intelligenza umana e il regno quantistico. Fior di scienziati hanno provato a dimostrare che il funzionamento del libero arbitrio e dell’intelletto umano è regolato da meccanismi quantistici, piuttosto che da processi riconducibili alla fisica classica, nel cui reame rientrerebbero, in teoria, anche le cellule nervose. Questi tentativi non hanno mai portato a niente di definitivo. Si è detto che in ogni caso il cervello non è assimilabile interamente a un computer: eppure questa differenza qualitativa riguarda gli scopi e le funzioni, e non i meccanismi di base. Sia l’intelligenza umana che quella artificiale operano sulla base di algoritmi, e persino le decisioni creative sono conseguenze di algoritmi per così dire euristici, basati sulla capacità di fare ipotesi e inferenze. Non vi è, insomma, una differenza ontologica tra l’intelligenza dei computer e quella umana.

Ma finora si è parlato di computer classici. I computer classici funzionano secondo il classico schema binario, fatto di 1 e di 0, un modo di procedere che è appunto vincolato al mondo fisico in cui ci muoviamo. Ma sappiamo che questo pattern decade superata una certa scala fisica, poiché nel mondo subatomico valgono altre leggi, probabilistiche e capricciose. Già negli anni Ottanta Richard Feynman ipotizzava che un computer classico non avrebbe mai potuto simulare il mondo quantistico, con le miriadi di variabili che lo caratterizzano: troppi dati da elaborare, e anche se fosse riuscito a ovviare a tali calcoli, in ogni caso la simulazione non sarebbe stata adeguata, perché il computer classico non funziona secondo i meccanismi della fisica quantistica, e non è dunque in grado di imitarli.

E i computer quantistici? Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di questa nuova risorsa tecnologica, ancora in stato embrionale. Invece del tradizionale bit, questi computer si baserebbero su un’unità di calcolo di natura differente, il qubit, che sfrutta la sovrapposizione di stati caratteristica del regno quantistico: in altre parole, invece dei classici 1 e 0, intesi come stati alternativi, nel computer quantistico 1 e 0 conviverebbero, tenderebbero a sovrapporsi, garantendo di conseguenza una potenza e rapidità di calcolo incomparabilmente superiore a quella di un singolo computer tradizionale, anche a fronte di un numero molto inferiore di qubit.

Molte multinazionali stanno investendo nella costruzione di computer quantistici, che si ritiene rappresentino la tecnologia del futuro e che, quando saranno implementati, potrebbero rivoluzionare anche il nostro vivere quotidiano, non fosse altro per la grande rapidità di calcolo. Ma se si trattasse solo di svolgere le stesse operazioni a ritmi più rapidi, non si spiegherebbe tutto questo clamore. Il vero punto di forza dei computer quantistici è rappresentato dalla loro natura ben distinta da quella dei computer classici, che può essere sfruttata per risolvere problemi attualmente irrisolvibili.

Alcuni di questi problemi sono relativi ai campi del sapere umano. Un computer quantistico, se opportunamente programmato, sarebbe infatti in grado di comprendere il mondo subatomico meglio di noi, svincolandone la comprensione dal nostro apparato sensoriale, fortemente limitante quando si tratta di capire il funzionamento di scale fisiche inferiori o superiori alla “terra di mezzo” in cui viviamo. Proprio questo aspetto della questione apre interrogativi importanti sul progresso epistemologico umano: è possibile che, in futuro, gli strumenti tecnologici arrivino a comprendere il mondo meglio di noi, potendo finalmente affrancarsi dai nostri limiti percettivi?

Ovviamente è ancora presto per fare ipotesi. Ora come ora, gli strumenti impiegati per indagare i misteri della materia sono ergonomici rispetto alla griglia percettiva umana. Pensiamo al microscopio, che è concepito per poter osservare elementi chimici e organismi biologici che non potremmo osservare a occhio nudo, ma la cui utilità è limitata a questo: fornire all’uomo un supporto, una protesi che gli consenta di studiare il mondo. Se la tecnologia cessasse di fare da tramite e arrivasse a elaborare un’epistemologia più profonda, complessa e raffinata della nostra, ma ormai totalmente auto-referenziale, sarebbe ancora possibile chiamarla conoscenza?

Sarebbe possibile per l’uomo acquisire questa forma di conoscenza, ad esempio modificando i propri schemi percettivi, anche per mezzo di nuovi supporti biologici o meccanici, e trasformandoci in cyborg? Oppure si avrebbe la sensazione di trovarsi di fronte a entità ormai aliene, che ci superano in intelligenza, complessità, creatività e persino, forse, sensibilità e intuito? E se la conoscenza del mondo elaborata dalle macchine per mezzo di algoritmi quantistici ci diventasse inaccessibile, esattamente come ora lo sono alcuni aspetti della realtà fisica? Si tratta di domande ancora premature, ma tra qualche generazione, un battito di ciglia nella storia della vita sulla terra, questi quesiti potrebbero diventare di stretta attualità.

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