Il centralismo del gene (2di3)

Il gene egoista e il bene della specie

Ai tempi di Darwin, il punto di riferimento per lo studio dei meccanismi evolutivi erano l’individuo e la sua popolazione di appartenenza. L’individuo perché, qualunque cosa fosse in realtà la “variazione”, essa si estrinsecava nell’individuo e nel suo rapporto con i membri dello stesso gruppo, nello specifico in termini di successo riproduttivo.

Era quindi plausibile ipotizzare almeno due livelli di selezione: la selezione che agisce sul singolo esemplare, e quella che agisce sul gruppo, come la selezione sessuale, che tuttavia aveva ripercussioni anche e soprattutto sul singolo. I mutamenti evolutivi, dunque, venivano considerati anche dai neodarwinisti nell’ottica dell’individuo e della specie.

Il concetto di “bene della specie” assurse così a spiegazione dei comportamenti degli animali complessi. Gli animali si riproducono per il bene della specie. Per lo stesso motivo, difendono i propri cuccioli, il territorio e gli altri membri del branco. L’evoluzione tende a favorire quelle caratteristiche che costituiscono un vantaggio per l’individuo, e quindi per la sua specie. In via di principio, era un ragionamento corretto, in quanto non si disponeva ancora di adeguate conoscenze di biologia molecolare e si riteneva che la selezione naturale tendesse a favorire i meccanismi conservazionistici del gruppo esteso.

Quando Mendel scoprì i geni, e quando finalmente la prospettiva evoluzionistica darwiniana si fuse con la deriva genetica nella cosiddetta sintesi moderna, si pose un nuovo problema. Che ruolo avevano i geni nei meccanismi di selezione ambientale? In che modo geni e specie interagivano?

Era chiaro che il “bene della specie” apriva a diversi fraintendimenti. Prima di tutto, si trattava di un concetto troppo lontano nel tempo, implicando l’utilizzo, da qualche parte nel meccanismo, di cause finali, di una qualche teleologia aristotelica che orientava i comportamenti di diversi individui “in vista di” qualcosa, mentre l’adattamento è sempre hic et nunc. Inoltre, presupponeva che la “specie” fosse assimilabile al suo corrispettivo tipologico ottocentesco: a un’essenza, un qualcosa di fisso e immutabile. Mentre, come abbiamo visto, uno dei principali cambiamenti apportati da Darwin al paradigma dominante era stato proprio lo scardinamento del fissismo, dell’idea cioè che una specie non potesse cambiare.

Ma, tornati al punto di partenza di Darwin, restava la domanda fondamentale: anche ammettendo che l’individuo, il gruppo, la specie e persino le famiglie e gli ordini animali e vegetali erano sottoposti a selezione dall’ambiente, qual era il principale bersaglio della selezione? A quale livello fondamentale avveniva la scrematura?

Fino agli anni Settanta, ovvero vent’anni dopo che Watson e Crick avevano divulgato il loro “dogma centrale”, regnava ancora una certa confusione. A mettere ordine e a indirizzare gli studi degli evoluzionisti verso un nuovo filone furono alcuni ricercatori, tra cui il biologo Richard Dawkins, autore del best-seller “Il gene egoista”.

Similmente ad altri grandi classici di rottura degli ultimi decenni, come il saggio di Schroedinger, l’opera di Dawkins proponeva una prospettiva tanto contro-intuitiva quanto efficace: per ragionare come “ragiona” la vita, è necessario guardare agli esseri viventi nei termini di ciò che essi erano in prima istanza, ciò che lo scheletro, i fasci di muscoli, le reti neurali e le pareti cellulari si sono evoluti per custodire e proteggere: il DNA, il patrimonio genetico individuale. 

Non il gruppo quindi, nemmeno la prole, e in un certo senso neppure l’individuo era il vero beneficiario degli istinti, bensì i suoi geni, le sequenze nucleotidiche contenute nei cromosomi. Gli animali, in questa ottica, sono fondamentalmente veicoli per la difesa, il trasporto e la diffusione dei geni.

L’idea appariva assurda per un motivo ovvio: un gene non è un vero e proprio essere vivente, giusto? Un gene non pensa, non agisce – non nel vero senso della parola – non nutre degli interessi, non fa delle scelte… Come può allora essere il bersaglio della selezione e il beneficiario dell’evoluzione? In realtà, però, non c’è alcun bisogno che il gene, o se è per questo l’individuo, ragioni o compia delle scelte, perché abbia anche degli interessi. L’interesse del gene, senza il quale il gene, semplicemente, non esisterebbe, è la sua replicazione.

Le prime macromolecole, probabilmente molto diverse da come appaiono oggi, competevano per affermarsi. Solo quelle con un efficace meccanismo di copiatura si conservarono. Non perché volessero conservarsi, non perché volessero competere e affermarsi, ma semplicemente perché l’ambiente aveva reso plausibile la loro conservazione e affermazione.

Per questo la teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è cruciale nel definire ogni ipotesi dell’origine e dell’evoluzione non sovrannaturale della vita. Da un lato, la genetica conferma l’evoluzione, dimostrando quanto abbiano in comune tutte le forme di vita. Dall’altro, però, è la teoria darwiniana a fornire una spiegazione alla genetica. Solo supponendo che nel brodo primordiale si sia aperto uno spiraglio di possibilità, e la chimica organica lo abbia accidentalmente colonizzato, senza mente, senza creazione ex nihilo, senza interventi esterni né cause finali, è infatti possibile coniugare genetica ed evoluzionismo.

Un gene non ha mente, cuore, intenzioni, eppure è dotato di intenzionalità – ovvero, di un interesse specifico. Tuttavia, sottolineò Dawkins, le restrizioni formali non sanciscono la bontà dell’ipotesi. Il nodo cruciale, perché il gene e non l’individuo, è centrale per capire cosa sia davvero la vita. Anzitutto, il gene è ciò che determina la forma di vita. Una manciata di geni diversi determina forme di vita completamente diverse. Sono le sottili, inevitabili – per quanto rare – mutazioni del gene a determinare il lento processo di ramificazione delle specie, la ragione per cui la vita non si è arrestata con le prime macromolecole.

Da allora, infatti, la natura ha continuato a lavorare su quella base codificata di partenza, e sugli effetti che quella base codificata determina sull’organismo vero e proprio, il fenotipo. Se esistessero altri tipi di codice replicabile, e oggi sappiamo che esistono, verrebbero anch’essi sottoposti alla selezione dell’ambiente: solo indirettamente lo sarebbero gli individui “portatori” di quel codice.

Certo, l’animale deve poter sopravvivere, deve poter arrivare vivo alla riproduzione, deve poter difendere i propri cuccioli finché non sono in grado di cavarsela da soli. Ma questo solo perché questi possano, in futuro, diffondere nuovamente un 50% del proprio patrimonio genetico.

In seconda istanza, sebbene spesso l’interesse dei geni e quello del portatore coincidano, diverse ricerche hanno sancito che, in presenza di un aut-aut, è sempre il gene a prevalere sulla prole, sul gruppo e sull’individuo stesso. Le falene vivono per riprodursi, letteralmente – dopodiché muoiono. Le api dedicano la propria vita alla difesa della regina, l’unica a custodire la chiave della loro replicazione. Cooperano, lavorano e muoiono per lei.

Raramente l’auto-conservazione individuale confligge con quella genetica, ma quando succede, è sempre l’interesse dei geni, in quanto unica «parte immortale di ogni essere vivente» a essere selezionato dall’ambiente, a prevalere. Tutti i programmi approntati dall’evoluzione per la difesa dell’organismo sono, in definitiva, dei programmi di difesa dei suoi geni. Persino il bene del gruppo si riduce al bene del gene, nella misura in cui la cooperazione permette la conservazione di un numero maggiore di pool genici.

Com’è facile immaginare, questa prospettiva aprì una profonda frattura nel mondo accademico, perché sanciva un rovesciamento di alcuni principi precedenti l’evoluzionismo darwiniano e conglobati da esso. L’istinto di conservazione, il bene della specie, l’altruismo sociale, la difesa della prole, venivano ora riconsiderati nell’ottica di un nuovo, più profondo bersaglio della selezione. Veniva così inaugurato il centralismo del gene.

 

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