Il centralismo del gene (1di3)

Qual è il bersaglio della selezione?

La genetica ha costituito il suggello definitivo all’opera di Darwin, la prova della speciazione e dell’evoluzione per selezione naturale. Non tutti sarebbero d’accordo con questa affermazione, ma sta di fatto che, se già ora i biologi studiano l’evoluzione attraverso complesse simulazioni al computer, nel momento in cui si avrà una conoscenza approfondita di tutti fattori interagenti nei contesti biologici, sarà virtualmente possibile ricostruire degli scenari evolutivi totalmente plausibili, in cui la selezione naturale virtuale agisca esattamente come agisce la selezione naturale reale in natura. A quel punto, sarà ancora più difficile continuare a negare l’impatto del messaggio darwiniano.

Certo, sarà in ogni caso impossibile applicare con fedeltà assoluta questi modelli computerizzati all’ambiente reale, perché i processi storici sono soggetti all’influenza del caso in misura intrinsecamente superiore alle proprietà predittive di qualsivoglia software o mente superiore. La stessa specie umana è il prodotto di contingenze storiche incredibili, e non c’è nessun filo diretto che colleghi a priori noi alle scimmie, più di quanto non vi siano fil rouge in ogni altro processo evolutivo. Allo stesso tempo, tuttavia, una volta depurata la contingenza storica dal comparto metafisico e miracolistico, resterà la struttura formale, un mix di caso e di necessità, che consentirà spiegazioni retrospettive sufficientemente affidabili e realistiche.

Accostandoci a un’idea più moderna di evoluzione, ci accorgiamo che uno dei capisaldi fondamentali di una visione ingenua dell’evoluzione della vita, l’evoluzione stessa, è stato profondamente frainteso. L’idea che la vita, per mantenersi tale, debba necessariamente evolversi, è in realtà sbagliata. La vita non segue alcuna legge predeterminata. Ma per poter “esistere” essa deve prima di tutto essere stabile.

Forme di vita semplici come i batteri sono sostanzialmente le stesse da miliardi di anni. Ma lo stesso vale per animali complessi come lo squalo, il quale, per come lo conosciamo, non è molto diverso dagli esemplari che popolavano le acque del Cretaceo 100 milioni di anni fa, ai tempi dei dinosauri. Allo stesso tempo, i dinosauri, che noi associamo ad animali lenti, tardi, stupidi e perdenti, posero le basi per lo sviluppo degli uccelli. Ciò non riqualifica i dinosauri, né implica la grossolana equazione “dinosauri = uccelli”, bensì ci fa capire come morfologia, evoluzione e vita siano concetti indipendenti e profondamente distanti dal senso comune.

All’origine della vita, nel cosiddetto brodo primordiale, quando il contenuto della parola “vita” era assai diverso dalle immagini che ci evoca oggi, le macromolecole più stabili, ovvero quelle che possedevano meccanismi di auto-replicazione più precisi e affidabili, erano probabilmente favorite su quelle che mutavano troppo spesso, ovvero che effettuavano troppi errori di copiatura. In linea di massima, è così ancora oggi.

Si può obiettare in diversi modi a questo assioma. Se non ci fosse stata variazione, e dunque competizione, e dunque selezione, non ci sarebbe stata la vita. Se la vita non si fosse evoluta non ci saremmo stati noi (e questo è il vero punto, come sempre. Ma ancora una volta, dobbiamo ringraziare la contingenza storica per il fatto di essere qui). Sta di fatto che il DNA costituisce un efficace strumento di copiatura. Efficace, e fedele. La competizione è possibile solo tra forme di vita che dispongono di una struttura stabile e replicabile, e premia le forme più stabili.

Nelle specie che si riproducono sessualmente, l’individuo che nasce ha un casuale 50% di DNA materno e 50% di DNA paterno. Il suo codice genetico può presentare, tuttavia, rarissime, e di solito evanescenti, variazioni. Spesso tali variazioni sono innocue o ininfluenti, ma può capitare che esse esercitino un qualche effetto registrabile sul fenotipo. Nella maggior parte dei casi, questo effetto è negativo e in natura, in ambienti dove la selezione naturale è una realtà, l’individuo che presenta tale variazione negativa ha poche chance di sopravvivere e riprodursi.

La variazione, dunque, è più spesso uno svantaggio che un vantaggio. Ma cos’è che decreta dove sia il vantaggio e dove lo svantaggio? L’ambiente. La “natura”. Non c’è nessuna Mente, posizionata a un qualche livello della catena di montaggio, a stabilire chi deve sopravvivere e chi no. Molto spesso la sopravvivenza è più frutto del caso che favorita dalle caratteristiche individuali.

Tuttavia, all’interno di un lasso di tempo estremamente dilatato, come sono le ere geologiche, può succedere che alcune casuali variazioni costituiscano un vantaggio per l’individuo. Può capitare che, ogni qualche centinaio di generazioni, ogni centinaio di individui “svantaggiati”, nasca un individuo portatore di una variazione impercettibile, infinitesimale, ma che gli consente di correre leggermente più veloce, di annusare leggermente meglio dei fratelli, di nascondersi in luoghi più piccoli.

Quella variazione genetica, quell’informazione avariata non aveva su stampato “vantaggio” o “svantaggio”: è stato l’ambiente, le caratteristiche della nicchia ecologica, e specificamente quelle degli altri membri del gruppo, a premiare o scartare quella variazione, e l’individuo che ne è portatore. E se l’individuo portatore di variazione sopravviverà abbastanza a lungo da riprodursi, e se riuscirà, di fatto, a riprodursi, alcuni dei suoi figli potrebbero ritrovare, nel proprio patrimonio genetico, quella minuscola variazione. In attesa che l’ambiente, lentamente, plasmi nuove variazioni.

Ciò lascia intendere che tra variazione e variazione esista un continuum difficilmente percepibile. La specie, in un certo senso, è ancora una tipologica soluzione di continuità all’interno del più ampio continuum dell’evoluzione. La genetica ci ha insegnato che tutte le specie sono imparentate, alcune più strettamente di altre, nonostante morfologie all’apparenza inconciliabili, nella vetusta ottica della scala naturae e della catena dell’essere.

Allo stesso tempo, l’abituale stabilità delle specie, unita alla gradualità e lentezza delle variazioni cumulative, è anche la riprova che in natura l’evoluzione è di per sé un fenomeno raro. Ciò non implica che in natura esista un arcadico “equilibrio” che la visione rousseauiana e il moderno filone romantico vogliono corrotto dalla mano dell’uomo. Semplicemente, a livello statistico, l’evoluzione è un fenomeno raro perché rare sono le variazioni, e ancora più rare le variazioni fortunate.

Ricordiamo che un qualunque animale non “vuole” evolversi, e se è per questo non “vuole” neppure sopravvivere e riprodursi. E’ stato forgiato, negli eoni, dall’ambiente, per sopravvivere, per riprodursi. Perché se così non fosse, semplicemente, banalmente, non sarebbe qui. Ma cos’è che in definitiva sancisce la sua capacità di sopravvivere e riprodursi, e il fatto stesso di ricercare la sopravvivenza e la riproduzione? I suoi geni, la rete di informazioni che codifica per le proteine che plasmano il suo corpo e gli impulsi elettrochimici del suo hardware, i suoi movimenti, i suoi istinti. Dopo la rivoluzione genetica, dopo la biologia molecolare, sappiamo che tutto, di ciò che un animale fa o cerca di fare, si deve ai suoi geni.

Come si vede, abbiamo cominciato ad adottare un linguaggio diverso. Sembra quasi che non sia tanto l’individuo in sé e per sé, quanto alcune sue caratteristiche, e nello specifico l’insieme di caratteristiche specie-specifiche, una parte dei suoi geni, a essere l’oggetto della pressione ambientale e della selezione naturale. La fitness, dunque, a che livello dell’organismo è realmente legata? In altre parole, qual è il vero bersaglio della selezione? L’individuo “non-diviso”? Il fenotipo? Il genotipo? O il gene mutante, il “gene egoista”?

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