Il caso e la necessità (2di2)

L’opera di Jacques Monod Il caso e la necessità è uno degli esempi meglio riusciti di come un lavoro scientifico e di approfondimento epistemologico possa anche rivestire un immenso valore filosofico, intellettuale e umano. Si trattava forse di una delle prime opere evoluzionistiche davvero moderne, in grado cioè di integrare le conoscenze scientifiche con la più ampia summa dello scibile occidentale, mettendo in crisi le vecchie ideologie e a nudo le illusioni trascinate per millenni dalle filosofie dualistiche e dalle metafisiche essenzialistico-platoniche.

Monod, che oltre a essere un ricercatore premio Nobel era anche un intellettuale colto e raffinato, immerso fin dall’infanzia nella riflessione darwiniana, ne era consapevole, e la struttura a specchio dell’opera, che si apre gettando un ponte tra evoluzionismo e filosofia e si conclude allo stesso modo, ponendo al centro la parte più prettamente biologica, riflette tale consapevolezza.

In particolare, per spiegare la propria concezione di caso e necessità, Monod approfondisce anzitutto le caratteristiche empiriche della vita e del meccanismo di auto-replicazione, che permette l’invarianza, ovvero la conservazione delle caratteristiche morfologiche e strutturali dell’essere vivente. Allo stesso tempo, gli organismi viventi sono dotati di teleonomia, termine che in questo contesto indica la capacità, da parte dell’organismo vero e proprio, di conservare l’invarianza e trasmetterla – ovvero, di sopravvivere e di replicarsi -, una capacità prodigiosa che implica un impianto progettuale, teleonomico, appunto.

Si tratta a un tempo di costrutti filosofici, e allo stesso tempo di caratteristiche biologiche effettive. Afferma infatti Monod che «la distinzione tra teleonomia e invarianza… è giustificata da considerazioni chimiche. Di fatto, delle due classi di macromolecole biologiche essenziali l’una, quella delle proteine, è responsabile di quasi tutte le strutture e prestazioni teleonomiche, mentre l’invarianza genetica si riferisce esclusivamente all’altra classe, quella degli acidi nucleici… Questa distinzione è presente, più o meno esplicitamente, in tutte le teorie e in tutte le costruzioni ideologiche (religiose, scientifiche o metafisiche) che concernono la biosfera e i suoi rapporti con il resto dell’universo».

In altre parole, le filosofie occidentali, a partire da Platone e Aristotele, hanno per secoli intuito la capacità della vita di riprodursi e di adattarsi all’ambiente, tuttavia attribuendo tali caratteristiche, e in particolare la seconda, a una dimensione ingegneristica, finalistica, progettuale, da ricercarsi nella mano di un artefice divino. L’esempio forse più recente e calzante, prima ancora del Creazionismo e del Disegno Intelligente, è la teologia naturale di Paley, che paragonava gli esseri viventi a un orologio, dal quale, una volta osservatolo, intuiamo la presenza di un orologiaio senziente.

Tale prospettiva finalistica fu però capovolta da Darwin, il quale aveva dimostrato come la semplice interazione tra organismi e ambiente, generando un meccanismo a imbuto in cui solo i più adatti avevano modo di sopravvivere e riprodursi, consentiva una scrematura, e conferiva dunque l’illusione ottica di un progetto, laddove l’orologiaio, come sottolineato da Dawkins, era effettivamente cieco e inconsapevole.

Ma tornando a Monod, ciò su cui il biologo attira l’attenzione è la capacità della vita di riprodurre fedelmente se stessa: una capacità che precede e fonda l’evoluzione delle specie. Prima ancora di essere trasformazione, evoluzione, la genetica è questo: una tecnologia naturale in grado di fornire una replica esatta dell’organismo, che avviene sulla base dei codici contenuti nelle sue cellule, e allo stesso tempo di consentirne l’effettiva sopravvivenza nello spazio circostante, senza la quale non potrebbe perpetuarsi la replicazione stessa.

La precisione tecnica del meccanismo di copiatura è qualcosa di stupefacente, se se ne considera la complessità – elemento, questo, che nei primi decenni successivi alla diffusione delle teorie darwiniane ha portato diversi intellettuali a sostenere una sintesi tra evoluzionismo e creazionismo.

Ma ancor più stupefacente è la parallela capacità, da parte della sintesi proteica dei codici informazionali, di dare vita a esemplari in grado di sopravvivere e di interagire con l’ambiente in modo costruttivo. Il tutto, inoltre, assecondando e non tradendo il secondo principio della termodinamica, e allo stesso tempo tradendo, ma anche indirettamente favorendo, l’invarianza genetica.

La vita, afferma in sostanza Monod, non nasce per evolvere e mutare, bensì per restare invariante, fedele a se stessa. Le copie irregolari, gli organismi mutanti, sono nella maggior parte dei casi selezionati dall’ambiente per morire ben prima di essere arrivati a riprodursi. La loro sopravvivenza, e la loro funzionalità, è rara ed estremamente contingente.

Ma come si verificano, queste mutazioni? Monod, traducendo in linguaggio filosofico le enunciazioni dei biologi, alla cui schiera lui stesso apparteneva, posiziona gli errori di copiatura del codice nel reame del caso. Le mutazioni, dunque, sono fortuite, gratuite, avvengono per accidente e sono il timbro dell’imprevedibilità che permea qualsiasi meccanismo naturale, perfino un meccanismo efficiente, complesso e affinato da miliardi di anni di tentativi ed errori, come è l’auto-replicazione.

Ma se gli errori di copiatura sono frutto del caso, che dire dell’evoluzione come macro-processo? Dando prova di una visione estremamente dinamica, Monod dimostra come il caso possa poi tradursi, nella lettura del più ampio processo evolutivo, in un impianto necessario, ancorché non finalistico, che consente la sopravvivenza e la riproduzione degli organismi più adatti.

Laddove, dunque, un individuo che nasce con un vantaggio marginale, può usufruire oppure no di tale vantaggio, in virtù delle infinite contingenze a cui è sottoposta la vita, nel più ampio processo millenario della conservazione e replicazione della vita, negli eoni, a sopravvivere e riprodursi sono sempre gli organismi più adatti, e laddove questi presentino variazioni significative e vantaggiose, saranno queste a trasmettersi e a consentire la trasformazione della specie.

La vita, insomma, è frutto del caso, ma tale casualità assume, a posteriori, a partire dalla riprova benefica degli effetti, un impianto causale, smantellando il fissismo delle specie, e costringendole ad adeguarsi ai nuovi dettami delle rare e contingenti mutazioni, capricci di un caso che insieme distrugge e crea, senza alcun progetto o fine apparente.

In questo modo, afferma Monod, è possibile leggere l’intera nascita ed evoluzione della vita non più in termini finalistici e necessari, bensì come una fortuita aberrazione della materia, che in virtù delle caratteristiche contingenti dell’ambiente ha avuto modo di conservarsi, di evolversi e di permettere, infine, l’affermazione di individui senzienti, di artefici consapevoli così bisognosi di sentirsi desiderati dalla vita da ricercarne il fine in un artefice più alto e immateriale, invece che nelle fitte e cieche trame delle molecole biologiche.

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