Il caso e la necessità (1di2)

Dalla filosofia delle idee alla filosofia della scienza

I contributi forniti dai filosofi alla definizione della realtà sono stati, nei secoli, innumerevoli e di grande impatto. Nella storia delle idee si tende a classificare i pensatori in due grandi categorie: gli adattatori e gli innovatori. I primi adeguano lo zeitgeist, lo spirito del tempo e il senso comune corrente alle cognizioni filosofiche e scientifiche a essi contemporanee, praticando un lavoro di cucitura che consente di allineare diverse prospettive.

Cartesio è un buon esempio di questa operazione: in un contesto che da un lato inquadrava la scienza in termini rigidamente matematici e meccanicistici, ma che dall’altro, sotto l’egida della Chiesa, considerava la mente umana un surrogato dell’anima immateriale, il filosofo e scienziato francese inaugurò il dualismo tra res cogitans e res extensa, causa di molti fraintendimenti nei secoli a venire.

Di fronte allo sconforto in cui il dubbio scientifico gettava la percezione soggettiva, Cartesio innalzò l’io cosciente a fondamento del mondo. Senz’altro, se al tempo fossero state proposte ipotesi alternative, che invece di puntare alla separazione dei reami avessero lavorato per unificare mente e materia, subordinando la prima alla seconda, queste avrebbero incontrato una maggiore resistenza rispetto alla prospettiva cartesiana. Un esempio sono le opere di Hume, il cui impatto, purtroppo, fu decisamente inferiore a quello di Cartesio.

Gli innovatori, viceversa, hanno rivoluzionato la storia del pensiero dalle fondamenta. La dottrina di Platone ha segnato profondamente i millenni successivi di cultura occidentale, indirizzando, con la sua filosofia, secoli di dibattiti teologici, filosofici e scientifici. Il suo impatto è stato, sotto ogni punto di vista, determinante. Oggi sappiamo che alcuni assunti della dottrina platonica trovano riscontro nel modo in cui il cervello analizza e classifica naturalmente le informazioni provenienti dall’ambiente; probabilmente, dunque, il filosofo ateniese partì, nonostante tutto, da alcune intuizioni relative alla sua esperienza percettiva, estrapolandole e facendone un’ideologia, istituendo la pretesa di oggettività della riflessione filosofica.

Oggi è chiaro che i dati forniti dall’esperienza e dalla speculazione filosofica non possono fornire alcun riscontro oggettivo della realtà esterna: possono rendere conto della fenomenologia del mondo, ovvero della sua percezione soggettiva, ma non possono valere da fondamento di una conoscenza oggettiva. La grande impalcatura della Mente, tanto magnifica quanto epistemologicamente ingenua, è crollata un secolo e mezzo fa, quando Darwin ha capovolto il paradigma. Il verbo, la mente, non è più il principio, ma il prodotto finale e non finalistico di processi ciechi e inconsapevoli. La materia genera la mente, e non viceversa. Di conseguenza, la coscienza non rappresenta uno strumento di conoscenza sicuro e assoluto, bensì, per sua natura, contraddittorio e fallace.

Questa nuova prospettiva ha aperto una profonda crisi nel pensiero umanistico, che ha visto ridursi la propria centralità e i propri presupposti di efficacia – una crisi che può essere considerata una delle cause della radicale cesura tra le “due culture”, i cui effetti sono percepibili ancora oggi. La filosofia non ha perso la sua importanza, ma ha travasato il proprio influsso da un piano contenutistico a uno formale. Aiuta, cioè, a inquadrare meglio i problemi pertinenti l’affidabilità dei paradigmi e dell’epistemologia contemporanea. Applicando il proprio rigore ai dati oggettivi della ricerca scientifica, la speculazione filosofica permette di riformulare le domande mal poste o insolute.

 Causalità e casualità

Uno degli argomenti più dibattuti in filosofia, fin dai tempi dei greci, è stato il rapporto tra caso e necessità. Maturando una maggiore consapevolezza tecnica e intellettuale, gli uomini hanno cominciato a interrogarsi sulla natura degli eventi. Filosoficamente parlando, ci si domandava cosa determinasse gli eventi e le azioni umane, in che misura qualsiasi cosa potesse essere “libera”, contingente, e in che misura invece l’effetto fosse contenuto nella causa. L’uomo era padrone delle proprie azioni e dei propri pensieri? Sceglieva di compiere un gesto, o aveva solo l’illusione di poter scegliere? E il cane sceglieva se abbaiare o no? E l’acqua di precipitare dal cielo? E cosa significava, esattamente, scegliere?

La prospettiva della libertà, ovvero di assenza di vincoli in grado di determinare aprioristicamente un dato fenomeno o comportamento, in quanto emanazione del divino, veniva attribuita più facilmente all’essere umano, da cui il concetto di libero arbitrio, mentre la natura e gli oggetti inanimati erano concepiti come governati da leggi deterministiche e perfette. Il concetto di casualità interessava meno di quello di causalità, perché ancora in epoca darwiniana il caso veniva considerato poco plausibile dal punto di vista teologico, mentre da quello scientifico un evento poteva essere considerato casuale fintanto che non se ne conoscevano le leggi intrinseche.

Oggi la fisica ci insegna che, al di sotto delle leggi deterministiche che attribuiamo all’universo, la struttura elementare della materia è capricciosa e imprevedibile. La vecchia immagine del ricercatore che, disponendo di tutte le variabili insite in un dato sistema, è in grado di prevederne gli sviluppi, non è più realistica. Lo spazio, il tempo, e persino l’oggettività sono concetti relativi.

A livello subatomico, nel reame della fisica quantistica, grazie alle equazioni di Feynman si può predire il comportamento delle particelle con un buon margine di precisione, ma il risultato resterà sempre probabilistico. Il famoso principio di indeterminazione di Heisenberg, inoltre, ci ricorda che non possiamo concretamente disporre di una conoscenza pervasiva delle particelle, perché la valutazione della loro velocità influisce sulla loro posizione, e viceversa. Anche quando la funzione d’onda collassa, e ci ritroviamo nel rassicurante territorio della fisica macroscopica, nonostante il mondo appaia maggiormente soggetto a leggi deterministiche, è difficile prevedere gli esiti di fenomeni altamente complessi.

E in biologia? Darwin aprì per primo all’idea che l’evoluzione non fosse guidata, o frutto di un disegno intelligente, bensì il prodotto di eventi stocastici e di contingenze dettate dalla relazione tra l’ambiente e gli individui portatori di variazioni. Darwin fu colui che mise finalmente la parola fine alla contraddizione della biologia pre-evoluzionistica, impantanata a metà strada tra il postulato di oggettività scientifica, che prevede lo studio di processi materiali i cui meccanismi sono conseguentemente ciechi e inconsapevoli, e la teleologia aristotelica, la quale, nella versione moderna della teologia naturale di Paley, inquadrava le forme di vita come dei prodotti di alta ingegneria, progettati da un creatore senziente.

Tuttavia, una volta scoperte le leggi della genetica e avviati gli studi sulla biologia molecolare, chiarito che la vita era informazione, era un processo materiale e non un’essenza metafisica, restava ancora da stabilire in che misura l’evoluzione fosse un processo deterministico, e dunque necessario, e in che misura esso fosse, invece, casuale e circostanziato. A chiarire in modo profondo e puntuale questi dubbi ci pensò uno dei più grandi ricercatori e intellettuali del Ventesimo secolo, Jacques Monod.

 

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